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BOLLETTINO  NOTIZIE   E  COMMENTI

2008

e-mail: info@istitutodipubblicismo.it

 

 

Indice

n. 32 del 15 gennaio 2008  

n. 33 del 19 maggio 2008

n. 34 del 29 luglio 2008

n. 35 del 9 settembre 2008

n. 36 del 17 novembre 2008

n. 37 del 16 dicembre 2008

 

 

 

N O T I Z I E    E    C O M M E N T I

Bollettino dell’ Istituto di  Pubblicismo

Nuova  serie   -    Roma, 15 gennaio 2008  -  n. 32

Stampato in proprio – Reg.Trib.Roma n.119/2002  - Via di San Paolo alla Regola, 7 - 00186 Roma

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Direttore Responsabile: Guido Scialpi          Direttore Editoriale: Alberto Graziani

Redazione: Elisabetta Bernardini, Daniele Mari

 

 

Campania: i rifiuti restano e i comunicatori istituzionali ?

di Dario De Marchi *

Campania, occasione mancata per la comunicazione istituzionale. L’emergenza rifiuti, con le sue complesse implicazioni amministrative, politiche, organizzative, ambientali, sanitarie e di ordine pubblico ha riconfermato che il sistema della comunicazione pubblica non è stato all’altezza della situazione. Quella istituzionale, che dal 2000 trova fondamento normativo nella legge 150 e poggia su redazioni sempre più affollate, non ha onorato il proprio ruolo ed, anzi, ha confermato la persistente ingiustificata commistione con l’informazione partitica. Si è cavalcata l’onda dell’acceso dibattito politico, dimenticando la missione primaria di “trasferire conoscenza” dalle istituzioni ai cittadini. Tra accuse e contraccuse, dimissioni sì o no, ecc., i comunicatori pubblici (di cui localmente sono dotati tutti gli esponenti di qualsiasi partito, come se fossero munifici cui sta a cuore solo la Res Publica, anziché portatori di interessi partitici, e non …) hanno fatto da rumorosa cassa di risonanza soltanto al chiacchiericcio e alle schermaglie dialettiche inconsistenti, vacue, inutili. Perdendo di vista l’obiettivo principale: un’informazione istituzionale che aiutasse a ripristinare la verità e la normalità. Non è stato fatto nulla per far conoscere schiettamente ai principali stakeholders di Comuni, Province e Regione, vale a dire ai cittadini-contribuenti sovrani, gli esatti termini della questione dei depositi di rifiuti, termoconvertitori ed inceneritori.

Se il nostro Paese ha un’accentuata propensione all’individualismo, che sfocia nell’ottusa difesa dei propri interessi particolari, ossia l’effetto Nimby (not in my backyard), questo non può però far mistificare la realtà con false informazioni e infondati allarmismi, tale da mobilitare le masse, bloccare le città, creare pericoli ambientali e per la salute, ingenti danni all’economia agricola e turistica. È stranoto che gli impianti di trattamento e riciclaggio dei rifiuti hanno raggiunto livelli di sofisticazione tecnologica e di monitoraggio della sicurezza ambientale e sanitaria, tali da essere eco-compatibili e innocui per le Comunità che li ospitano, ma anche convenienti e redditivi. Benefici di cui per primi godono gli stessi cittadini. In Germania addirittura hanno fatto un doppio business con il riciclaggio dei rifiuti campani e ora gli svizzeri si vogliono inserire. E noi stiamo con la spazzatura accatastata in strada! O sono scemi i tedeschi e gli svizzeri, ma anche i bresciani, oppure…

Sorvoliamo sulle cause delle proteste e della lunga genesi della situazione paradossale che ha portato ad intollerabili cumuli di immondizia, mai visti in un agglomerato urbano. Lasciamo stare la questione della malavita organizzata, che sa sempre ben cogliere tutte le occasioni e sfruttare le falle degli amministratori locali per arricchirsi a qualsiasi costo. Teniamo fuori mestatori e teppisti di professione che, come monatti, si incuneano dovunque per portare violenza e disordine. Pensiamo, invece, a quei cittadini, non iscritti alle due precedenti categorie, mobilitatisi per protestare sotto una comprensibile spinta emotiva, dettata da presunte legittime motivazioni, in buona fede o per ignoranza. Se qualcuno, pacatamente, in un’ottica di interesse superiore, quello istituzionale, che pone al centro la collettività e che si dovrebbe basare sulla coscienza civica, avesse informato, spiegato, mostrato, avviato tempestive e chiare campagne di comunicazione di massa, per dimostrare che gli impianti di trattamento sono diffusi in tutto il mondo, con vantaggi plurimi e che, solo in Italia, sono oltre 400 le discariche sicure, ecocompatibili ed ecoconvenienti, sicuramente le molte persone di buon senso che vivono nelle zone dell’emergenza rifiuti non sarebbero scese in piazza. Non si sarebbero iscritte alla schiera degli ”strumentalizzati”, dei “miopi” e degli “sciocchi”. In strada ci sarebbero stati solo facinorosi, teppisti e prezzolati della camorra, ossia chi ha un illegittimo interesse contrapposto al bene della comunità. Offenderemmo i Campani se pensassimo l’incontrario. A chi sarebbe spettato il compito di “martellare” la zona con informazioni, documentazioni, immagini sulle moltissime esperienze positive (best practices), se non agli uomini della comunicazione istituzionale? Chi, se non loro, avrebbero dovuto usare i molti strumenti e tecniche mass-mediatiche per ristabilire la verità, per erodere la granitica disinformazione interessata? Eppure, tra i compiti dei comunicatori pubblici c’è anche la gestione delle situazioni di crisi. Non una scienza nuova, ma una disciplina che la sociologia della comunicazione studia dal 1953. Nessuno che si sia strutturalmente attrezzato per spiegare che una dozzina di cassonetti bruciati produce molta più diossina di quanta emetta negli anni un enorme inceneritore. Nessuno ha creato documentazione, punti di riferimento informativi e data base on line per dare ai mass media inconfutabili ed eloquenti argomenti che destabilizzassero l’ignoranza dei dimostranti e che ne mitigassero la rabbia e sfoltissero le fila. Insomma, un’altra occasione persa ma, ora, soprattutto un motivo in più per ridiscutere ruolo e missione della comunicazione istituzionale di quello che dovrebbe essere, vorremmo che fosse un Paese civile. 

 * Capo Ufficio Stampa del CNIPA - Docente di Comunicazione Pubblica e Istituzionale - Università San Pio V - Roma - “Campania: i rifiuti restano e i comunicatori istituzionali?” – SPOT and WEB - Anno 4 - numero 7 - martedì 15 gennaio 2008 - pag. 17.

 

 

Approvato l’utilizzo del computer

all' Esame di Stato dei giornalisti.

 

Anche per l’esame di Stato dei giornalisti sarà ora possibile l’utilizzo del computer, e non più solo quello della macchina dattilografica, finora obbligatoria. Lo storico strumento infatti, da sempre usato per conseguire tali esami, sarà sostituito dal moderno apparecchio purché sia stato questo privato dell’accesso alla memoria.

Lo ha deciso la Commissione Affari Costituzionali del Senato della Repubblica, che ha deliberato in via definitiva, all’unanimità, una legge la quale stabilisce che “per lo svolgimento della prova scritta è consentito l’uso di elaboratori elettronici cui sia inibito l’accesso alla memoria, secondo le modalità tecniche indicate dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, sentito il ministro della Giustizia”.

Si è giunti così, dopo ben quarantaquattro anni, alla risoluzione di una questione del tutto anacronistica, in quanto l’esame di Stato per i giornalisti risaliva ad una legge basata su un articolo del 1963, fondato su modalità che non rispettano più da tempo l’evoluzione della professione giornalistica.

La nuova ordinanza, costituita da due soli articoli, è stata tempestivamente approvata sia dalla Commissione Cultura della Camera, che dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato, e prevede che entro un mese dall’entrata in vigore delle nuove norme per l’esame dei giornalisti, il Governo predisponga il nuovo regolamento per il suo svolgimento.

Il regolamento lo farà il Ministero della Giustizia, dopo aver sentito il Consiglio di Stato, e si spera possa essere rapida la sua applicazione, già dalla prossima sessione di esami prevista per il mese di aprile. Cosa questa purtroppo non proprio facile, in quanto si deve non solo provvedere ad inibire la memoria del PC, ma anche definire il modo come neutralizzare tale memoria, considerando che gli aspiranti giornalisti dovranno portarsi da casa il proprio computer. Tuttavia va ricordato che la nuova legge non vieta affatto l’utilizzo della cara, vecchia “lettera ventidue”. (Elisabetta Bernardini)

 

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                                                 Bollettino dell’ Istituto di Pubblicismo

Nuova  serie   -    Roma, 19 maggio 2008 - n.33  

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“La cultura è un prodotto dell’uomo:

egli vi si proietta e vi si riconosce.”

J.P.Sartre

 

Un investimento per il futuro: 

la cultura.

   

 

Come può un concetto astratto come quello di “cultura” assumere un valore pragmatico, ovvero pratico nella vita quotidiana?

La domanda è dunque questa: a che serve, la cultura?

Se osserviamo la trasformazione del significato di “cultura” attraverso il secolo scorso, vediamo che mentre sulla scia della cultura umanistica, si faceva ancora riferimento alla cultura, cosiddetta classica, posseduta da ogni singolo individuo e, quindi, da ciascuna fascia sociale, veniva altresì connotandosi un significato di “cultura” sempre più riferito al sistema sociale complessivo, quale dinamica coerente con il tempo, il luogo ed il tipo di società considerata. Tuttavia, per altri, “la cultura” non poteva essere considerata come la semplice sommatoria delle conoscenze scientifiche, dell’arte, della morale, del diritto, del costume della società o come semplice espressione di modelli, idee, simboli, azioni e disposizioni.

Oggi, in sociologia, una concezione più moderna e approfondita, definisce la “cultura” come l’insieme di norme e credenze condivise da un gruppo sociale, che vengono sentite dagli individui come obbligatorie e quindi rispettate. Si tratta di veri e propri valori sociali, che costituiscono il cemento della società stessa, consentendo la comunicazione e l’interazione tra i suoi membri, attraverso l’adeguamento continuo al cambiamento sociale. Il vivere civile poggia su questo consenso e sulla condivisione di tali punti di riferimento.

Questa aggregazione, a seconda della complessità sociale, può essere più o meno coerente, implicita o esplicita, ordinata o disgregata, ma nel XXI secolo, il secolo dell’informazione, è indubbio che la “cultura”non risentirà tanto dell’appartenenza ad un luogo o ad una società, ma bensì sarà subordinata allo sviluppo delle relazioni sociali ed ai network della comunicazione.

In altre parole, i sistemi culturali, per essere definiti come tali, non apparterranno ad un gruppo e neanche ad una serie di gruppi, ma evolvono verso aree sempre più vaste, di dimensioni continentali, se non globali.

Questa tendenza però, nel mosaico dei vari elementi culturali mondiali, non contraddice la tutela dello specifico valore antropologico di una società , ma anzi deve riconoscere e riaffermare il valore dell’identità, come appartenenza ad un patrimonio comune di storia e di tradizione. L’Italia, nei secoli scorsi, ha avuto proiezioni globali della sua cultura  nel campo dell’arte e della musica, che hanno costituito fonte d’ispirazione per tutti i paesi dell’occidente e non solo, e, anche recentemente, indicato una via italiana fatta di senso estetico, di inventiva produttiva e di costumi di vita. Negli ultimi decenni del secolo scorso, quando nella coscienza del mondo sono emersi i problemi connessi alla salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio artistico, quale Paese, se non l’Italia, avrebbe dovuto far propri e integrare nella propria cultura simili valori!

Pertanto, oggi in Italia, possiamo dirlo, “cultura” significa, in primo luogo e in maniera condivisa, difesa dell’ambiente, dei paesaggi naturali ed urbani e del patrimonio artistico.

Ma lo sviluppo culturale non può esaurirsi solo in questo.

Occorre guardare avanti, promuovere la creazione artistica e la crescita di tutte quelle iniziative culturali diffuse, che coinvolgono nuove tecnologie nella comunicazione, nell’artigianato, nello spettacolo, nella moda.

Ecco, dunque un significato concreto della parola “cultura”.

Tutela del patrimonio e, al tempo stesso, creazione di nuovi spazi e occasioni per artisti, scrittori, registi, designer, stilisti, meno affermati ma promettenti, ai quali offrire opportunità per alimentare un vivaio, che sia coerente con i nuovi valori emergenti nel contesto di una cultura globalizzante.

J.Tomlinson ( Globalization and Culture, Chicago, University of Chicago Press, 1999)  ha scritto che la nuova cultura cosmopolita dovrebbe essere capace   di svilupparsi nel globale e nel locale al tempo stesso, dovrebbe essere “glocale”, cioè espressione dell’apertura verso un orizzonte globale delle risorse e dei valori morali presenti a livello locale. (Alberto Graziani)

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                                                 Bollettino dell’ Istituto di Pubblicismo

Nuova  serie   -    Roma, 29 luglio 2008 - n.34  

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UNIONE PER IL MEDITERRANEO:

 Un ruolo e nuove opportunità per l’Italia

di Elisabetta Bernardini

 

 

A dieci giorni esatti dal summit per il Mediterraneo che si è svolto a Parigi lo scorso 13 luglio 2008, è stato presentato a Roma presso la Farnesina, Mercoledì 23 luglio, il workshop sul tema, “Unione per il Mediterraneo, un ruolo e nuove opportunità per l’Italia”. Il convegno, che è stato promosso dal Ministero degli Affari Esteri, ha visto la partecipazione di varie personalità della politica e dell’industria, insieme ai rappresentanti delle imprese, delle principali banche, delle Associazioni di categoria, delle Autonomie territoriali e delle Istituzioni del nostro Paese.

Erano infatti presenti con il ministro degli esteri on Franco Frattini, e i sottosegretari agli esteri on.Enzo Scotti e on. Stefania Craxi, anche l’on A. Urso sottosegretario allo Sviluppo economico, il senatore Roberto Castelli sottosegretario alle infrastrutture e trasporti, L. Moratti e R. Formigoni, rispettivamente sindaco di Milano e presidente della Regione Lombardia, M. Bresso presidente della Regione Piemonte, R. Colaninno presidente della Piaggio, L.Paganetto presidente ENEA, G. Bono A.D. Fincantieri, M. Moretti A.D.Ferrovie dello Stato, F. Vecchioni presidente di Confagricoltura, P.A. Chevallard segretario generale della Camera di Commercio di Milano, D. Santececca ABI, G.Boccolini di Intesa San Paolo, C. Flamment presidente di Formez, G.E.Valori presidente Sviluppo Lazio e Centrale Finanziaria generale, D.Kraus di Confindustria, P. Buzzetti presidente ANCE, G. Cafiero A.D. Astaldi, A.Rubegni A.D.Impregilo, E.Bonatti A.D. Techint, L.Todini presidente Todini S.p.A., D.Astaldi presidente Condotte d’acqua, M. Vitali P.A. Director Roma FIAT, G. Lanna presidente di Simest, G. Imperatori Senior Advisor Unicredit S.p.A. A. Iozzo presidente della Cassa depositi e prestiti e l’ambasciatore C.M. Ragaglini Direttore generale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Una trentina di ospiti in tutto, riuniti insieme per discutere intorno ad una possibile strategia progettuale nel campo delle infrastrutture e dell’ambiente, dell’energia e della sicurezza, nonché della cultura e della comunicazione, da mettere in atto lungo quel percorso politico tracciato sulla Carta di Parigi, che particolare attenzione presta proprio a tali settori produttivi, volto a sostenere lo sviluppo economico e sociale dell’area mediterranea, a salvaguardarne l’ambiente, a portare sicurezza e, non ultimo, a rilanciare la cooperazione fra i popoli e i governi appartenenti alle due storiche sponde. Un percorso importante che però conseguirà il suo successo soltanto in un clima di dialogo e collaborazione, e in una condizione di stabilità e pace, elementi necessari al cammino delle idee, affinché queste trovino poi il dovuto riscontro nella realtà dei fatti. Come già sappiamo, la riva del sud, quella che corrisponde al Nordafrica, quella più travagliata, quella più “ricca” di carenze, necessita di un piano d’azione che possa, nel più breve tempo possibile, condurre ad una crescita del reddito e al miglioramento del pluralismo politico. Di fronte a un simile contesto, l’Italia, forte della sua posizione, non solo geografica, nel cuore del Mediterraneo donerà il suo contributo, umano ed economico, per favorire il procedimento dell’Unione, e garantire la riuscita dei piani prestabiliti.

Fra le priorità che la nostra nazione si prefigge, portare il mercato al centro delle attività,  includere determinati strumenti pubblici, quali il credito agevolato, l’assistenza tecnica, la conversione del debito in progetti di sviluppo, l’apertura del nostro mercato del lavoro, senza escludere il coinvolgimento dei privati,  tanto per la progettazione, quanto per il finanziamento, reperibile questo presso le maggiori istituzioni finanziarie internazionali, i capitali privati e le cooperazioni bilaterali. Un finanziamento che, una volta ottenuto, dovrà fluire, e senza sprechi, a favore del successo delle varie iniziative che si profilano. Dare maggiore impulso alla piccola e media impresa, sostenere l’istruzione professionale, con corsi di aggiornamento e di formazione del personale di lavoro, attraverso distretti formativi che affianchino direttamente quelli industriali; tutto questo, infatti, non porterà altro che un miglioramento alla produttività degli investimenti: le nostre aziende fanno da sempre politica di formazione e di informazione. Un’azione, dunque, quella proposta dall’Italia nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo, resa ancora più efficace grazie al coordinamento ministeriale, un coordinamento capace di creare sinergie fra governo e imprenditoria, sia pubblica che privata, associazioni di categoria… In tutto questo però, non può neppure mancare una adeguata risposta da parte dei paesi della sponda Sud, che devono adoperarsi per una cooperazione che consenta la crescita, quindi accogliere con maggiore apertura una modernizzazione dell’economia, sane politiche sociali e certezza del diritto, nella consapevolezza che soltanto uniti, si può far fronte alle sfide imposte dalla globalizzazione e dalla mondializzazione, e soltanto alzando il livello di competitività, si può sostenere un confronto con le potenze economiche e commerciali asiatiche.  L’Italia senza dubbio può rappresentare un valido soggetto competitivo nell’area mediterranea e nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo, poiché possiede molte carte vincenti a suo favore che, soprattutto se giocate mediante la tecnica del “fare sistema”, possono costituire la premessa indispensabile per rilanciare sotto ogni aspetto il ruolo che le compete.

La nostra nazione è molto avanzata nel settore delle autostrade del mare, i traffici marittimi lungo il bacino mediterraneo sono vitali, ed è seconda solo al Giappone per il trasporto passeggeri. Anche tra competenze tecnologiche e innovazione l’Italia offre modelli e progetti che rispondono pienamente alle varie esigenze richieste. La cultura e la comunicazione poi, che altresì rientrano nel piano d’azione a favore dello sviluppo del Mediterraneo, potranno svolgere la loro funzione indispensabile al progresso, mediante le nostre università, non stanziali, disposte agli scambi e alle collaborazioni, e attraverso azioni mediatiche che rafforzino lo spirito di comprensione fra le diverse etnie, con le loro culture, religioni, costumi. Sullo sfondo di quanto approvato a Parigi dai 43 Capi di Stato e di Governo dei Paesi Euromediterranei, riguardo al Trattato per l’Unione per il Mediterraneo, che sostituirà definitivamente l’ormai declinato Processo di Barcellona, un’idea che risale a ben 13 anni fa, la partecipazione dell’Italia rappresenterà dunque un punto di forza davvero rilevante a favore di una concretizzazione di tutti quei progetti descritti nel programma della Dichiarazione finale.

Un’occasione da non perdere per rimettere insieme tutte le energie del paese, in moto tutte le istituzioni, e portare a una rinascita delle nazioni che si affacciano sul nostro “mare comune”.

Il procedimento per favorire la crescita dell’area mediterranea va avanti da tempo e il tema del Mediterraneo è per l’Italia è un tema costante: come sappiamo, più di un terzo di tutti gli scambi della zona appartiene al nostro Paese, e non dimentichiamo che ci avviamo verso il 2010, quando sarà qui reso possibile il libero scambio. E’ bene ricordare che il progetto francese non è quello di Barcellona, e in un contesto europeo e mediterraneo, l’Italia riveste un ruolo primario, per cui ogni azione politica ed economica devono mostrarla come protagonista, e lo stesso sistema Italia rappresenta il terreno fertile per lo sviluppo economico e per l’internazionalizzazione.

Per questo è importante muovere concreti passi avanti per favorire quello sviluppo che il nuovo procedimento per il Mediterraneo, con l’Unione da poco istituita, richiede.

Un progetto grande, che deve tradursi in altrettanto grandi azioni concrete, come pure concrete devono essere le risposte per agire. La necessità di trovare linee politiche che conducano alla stabilizzazione delle istituzioni nei paesi interessati, al fine di sradicare il terrorismo, favorire il dialogo, evitare la burocrazia e l’assistenzialismo, è essenziale per poter realizzare tutto ciò che il sistema Italia, un insieme sinergico di cultura, università, commercio, scuole… si prefigge, ossia un sistema che consenta di essere tutti partecipi di una sfida . Per questo sarà avviata a breve un’intesa strategica più forte con le aree che devono lavorare insieme, infrastrutture e sistemi infrastrutturali, per un coordinamento delle varie attività, per partire dal Mediterraneo, e poter fare poi “sistema paese”, ovunque nel mondo.

 

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Nuova  serie   -    Roma, 9 settembre 2008 - n. 35  

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Redazione: Elisabetta Bernardini, Daniele Mari

 

 

 

 

GIORNATA MONDIALE

 

DELL’ALFABETIZZAZIONE

 (8 settembre 2008)

 

INTERVISTA di Elisabetta Bernardini al PROF. MONGI BOUSNINA, Direttore Generale della ALECSO, Organizzazione araba per l'educazione, la cultura e la scienza.  

D) Professor Bousnina, lei è il direttore generale della ALECSO, un’Organizzazione araba, per l’Educazione, la Cultura e la Scienza, dal 2001. Se andiamo a vedere il mondo arabo musulmano, colpito dall’analfabetismo, (una tragedia che riguarda oltre 70 milioni di illetterati, un dato che è oltretutto aumentato dal 1970, quando di analfabeti, se ne contavano 50 milioni), vediamo pure che la maggior parte di questa gente vive nel disagio, non solo economico, e immersa in una serie di problemi… Come perseguire un processo di alfabetizzazione in un simile contesto sociale?

R) L’analfabetismo, è un fenomeno che, purtroppo, riguarda tutto il mondo, non solo i paesi arabi caratterizzati da particolari condizioni demografiche e socio economiche delle popolazioni. Se gli indicatori socio economici, come indicato appunto nei rapporti del PNUD, non sono stabili in molti paesi arabi, ciò non deve rappresentare un pretesto per arrestare gli sforzi di alfabetizzazione in tali paesi. Certo la corsa fra l’alfabetizzazione da una parte e la demografia e la povertà da un’altra, non può essere a vantaggio dell’alfabetizzazione, per cui il problema sussiste, ma ciò non toglie che il mondo arabo debba, imperativamente, rispondere a questa sfida e trovare le strategie adeguate per far fronte, al contempo, a tutte queste esigenze. Presso la ALECSO, siamo convinti e lo abbiamo più volte ripetuto, che l’opera di alfabetizzazione non potrà riuscire finché questa non rientrerà nell’ambito delle priorità sociali, delle azioni di governo dei paesi arabi, nel quadro di strategie e piani socio economici, razionali ed equilibrati. Tutto questo però senza dimenticare una cosa importante, e cioè che in molti paesi arabi è il denaro che manca, anche se le strategie ci sono. E questa è un’altra questione…

D) Ma in considerazione del fatto che, tutto sommato, il problema dell’analfabetismo riguarda anche le nazioni arabe più ricche, come intervenire per accrescere la cultura e arrestare l’analfabetismo nel mondo islamico? E perché, a suo avviso, un regresso e non un progresso sotto questo aspetto, rispetto al 1970, segna la popolazione islamica oggi?

R) Cominciando da quest’ultima domanda, a dire il vero, notiamo una regressione dell’alfabetizzazione nel mondo arabo in relazione al livello di analfabetismo totale. Al contrario, il tasso di alfabetizzazione migliora costantemente grazie agli sforzi fatti dai paesi arabi con stime che parlano chiaro: 25% nel 1970, 51% nel 1990, 60% nel 200 e intorno al 70% nel 2007. Questo fenomeno di moltiplicazione degli analfabeti contro il miglioramento dei tassi di alfabetizzazione è dovuto alla pressione continua della crescita demografica nel mondo arabo.Che fare allora contro l’analfabetismo? Bisogna innanzitutto dire che i paesi arabi insieme con la ALECSO, non risparmiano i loro sforzi per contribuire alla lotta contro questo flagello. La nostra organizzazione, ad esempio, ha messo a disposizione dei paesi arabi delle strategie e dei piani d’azione per sradicare l’analfabetismo, mediante anche delle guide pratiche, documenti di riferimento e programmi modello, nonché materiale pedagogico (video, CD rom…) in materia di alfabetizzazione, che sono stati loro proposti.  E’ tutto pronto dunque per procedere e passare a un grado superiore, ma restano sempre i problemi di ordine finanziario a pesare sulla maggior parte dei paesi arabi, i quali già stentano a trovare finanziamenti per l’insegnamento formale.

D) Come risolvere allora questo problema?

R) La ALECSO ha da sempre rivolto un appello di solidarietà ai paesi arabi più abbienti, riguardo a questo specifico campo: i paesi ricchi devono venire incontro ai paesi bisognosi.  Del resto un fondo arabo per l’alfabetizzazione e l’educazione per gli adulti è stato pure creato, ma con risultati piuttosto scarsi. Con l’adozione, durante il summit arabo di Damasco nel marzo 2008, di un Piano di sviluppo dell’educazione del mondo arabo, messo a punto dalla ALECSO, è rinata la speranza sul piano di una nuova valorizzazione relativa alla gestione dell’alfabetizzazione, come anche sul piano dei finanziamenti . La ALECSO conduce in effetti una campagna per il finanziamento di questo progetto, che ha posto l’alfabetizzazione fra le sue priorità. Sperare ci è concesso, ma bisogna attendere ancora i risultati di questo procedimento.

D) Professor Bousnina,  sono diversi anni che la ALECSO si preoccupa di risolvere i problemi dell’analfabetismo e di promuovere una scuola sana e libera. Vorrei sapere se siete a conoscenza di “particolari” scuole islamiche che educano i propri alunni con le catene. Ossia, gli alunni vengono incatenati con lo scopo di migliorare la loro educazione. Se siete a conoscenza di queste scuole, come pensate di chiudere simili, terribili scuole?

R) Per quel che ne so, non esistono tali scuole nel mondo arabo, e credo che nessun governo arabo tollererebbe la presenza di simili scuole. Al contrario, presso la nostra organizzazione, come anche nei paesi arabi, operiamo a favore di un insegnamento moderno e aperto, un insegnamento di qualità che possa assicurare l’equilibrio auspicato nei paesi arabi, quell’equilibrio che risponda alla necessità di salvaguardare la loro propria identità culturale e l’importanza di integrarsi nella società mondiale del sapere, nonché di essere in accordo perfetto, in sintonia con i cambiamenti che coinvolgono il mondo attuale, in tutti i campi. Ed è per realizzare questa finalità che i paesi arabi hanno adottato recentemente, il già citato programma di sviluppo dell’educazione del mondo arabo, che giustamente opera nel senso di una modernizzazione dell’educazione araba, in una prospettiva di apertura verso le altre culture e di tolleranza verso le altre religioni, e per favorire l’acquisizione di nuove tecnologie e competenze necessarie per stare al passo coi tempi, con la civilizzazione del XXI secolo

D) La scuola è un’istituzione molto importante, fondata su determinati valori: che tipo di scuola immaginate per la società arabo-islamica del futuro e per la diffusione della cultura? Ci sarà posto per la conoscenza di altre culture e religioni, e per la comunicazione?

R) Nel suddetto Piano la ALECSO e i paesi arabi, hanno tracciato il profilo di una scuola e del cittadino arabi modello, così da costruire una nuova società del mondo islamico negli anni a venire. Un cittadino munito di conoscenze e competenze che favoriscano si la sua completezza personale, ma capace anche di apportare il proprio contributo, effettivo e costruttivo, a favore dello sviluppo e del benessere della società cui appartiene, nonché la sua perfetta integrazione in essa. Un cittadino razionale e moderato, dotato di capacità di analisi e di giudizio critico, tollerante e aperto, disposto al dialogo con gli altri, fiero di appartenere alla cultura araba, ma senza negare la sua dimensione universale di cittadino del mondo. Riguardo all’apertura verso le altre culture e religioni , vorrei sottolineare che sempre nell’ambito di questo stesso piano di sviluppo dell’educazione del mondo arabo, che rappresenta l’espressione unanime dei 22 paesi membri dell’ALECSO, è pure precisato chiaramente che “l’educazione religiosa e morale, deve permettere a chi apprende, di scoprire l’importanza della coabitazione delle diverse religioni, delle comunità e dei popoli, così come afferma il Corano, e deve inoltre aiutare gli studenti a sviluppare queste attitudini, responsabili e costruttive, in un confronto aperto, a tu per tu, basato sul dialogo fra le diverse civiltà e culture”. Le cose dunque, non potrebbero essere più chiare: l’apprendimento della religione deve ssere al contempo, apprendimento della tolleranza e del dialogo. Non solo, ma sempre presso la ALECSO, abbiamo recentemente raccomandato un’educazione al dialogo interculturale e alla diversità culturale. Inoltre in  collaborazione con il Consiglio d’Europa, abbiamo consacrato una guida all’educazione per una cittadinanza democratica, che includa anche l’apprendimento del dialogo, della tolleranza e del riconoscimento dell’Altro.

D) E le moschee ? Potranno queste svolgere un ruolo determinante per la diffusione della cultura e combattere l’ignoranza?

R) Per noi la moschea rappresenta essenzialmente un luogo di culto, e la scuola pubblica deve rimanere il luogo per eccellenza della diffusione della cultura e del sapere. Certo, altri attori possono e devono contribuire a portare avanti l’opera educativa, come anche il settore privato e la stessa società civile, ma noi restiamo convinti che per il mondo arabo, attualmente, e per rilevanti ragioni di coesione sociale, la scuola deve mantenere il suo primato in fatto di insegnamento pubblico. Ma per tornare al ruolo della moschea, certo, non ci dispiacerebbe, se la cosa fosse naturalmente regolamentata dallo Stato e posta sotto la sua tutela, accordare alle moschee una parte dell’educazione, in particolare quella che più gli compete, come l’alfabetizzazione e l’educazione prescolare.In Tunisia ad esempio, le “Kouttabs” ex scuole coraniche, dipendenti dalle moschee, sono state trasformate in centri di educazione prescolare, e preparano gli alunni all’insegnamento primario. Tutto questo in un quadro regolamentato e organizzato dallo Stato. In altri paesi arabi invece, si sono avute esperienze di alfabetizzazione nelle moschee, e ciò prova che la cosa è pure possibile, ma sempre con le dovute precauzioni.

 

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                                                 Bollettino dell’ Istituto di Pubblicismo

Nuova  serie   -    Roma, 17 novembre 2008  n. 36  

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Redazione: Elisabetta Bernardini, Daniele Mari

 

 

Il cambiamento: Stati Uniti, Europa e mass media.

 

I recenti sviluppi o meglio novità della politica interna ed estera degli Stati Uniti e i cambiamenti che si preparano, suggeriscono una ripresa del libro MASS MEDIA E NUOVA EUROPA di BORIS BIANCHERI, DENNIS REDMONT, ENNIO REMONDINO, con Wojciech Jagielski, Stjepan Malovih, Inoslav Beòker e Danilo Taino , (ED. BRUNO MONDADORI - COLLANA UNIDEA), perché le trasformazioni del mondo dell’informazione, che stanno avvenendo in Europa e nel mondo, troveranno solo oggi, proprio alla luce dei futuri nuovi rapporti tra Stati Uniti ed Europa, una loro ulteriore fase di assestamento.

Per meglio capire questi nuovi scenari, Elisabetta Bernardini ha intervistato uno degli autori del suddetto volume, Dennis Redmont, responsabile comunicazione, media e sviluppo del Consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti, con sede a Roma, quale Business Forum e Think Tank affiliato al Center for the United States and Europe presso il Brookings Institution di Washington.

 

D) Professor Redmont, lei svolge un ruolo di alta responsabilità presso il Consiglio per le Relazioni, fra l’Italia e gli Stati Uniti. Vorrebbe spiegarci come e perché è nato questo Council  che, ricordiamolo, è stato fondato da Gianni Agnelli e John Rockfeller?

 

R) Gli anni Ottanta erano anni in cui non si capiva bene dove andasse economicamente l’Italia. A destra, a sinistra, al centro... E il problema era quello di mettere insieme la società civile, in quanto mancava all’epoca una associazione che mettesse insieme la società civile di entrambi i Paesi, gli USA e l’Italia. Ci voleva qualcosa che adempisse a questa necessità, e così è nato il Council for the United States and Italy. Un Consiglio non politico, non partisan.E’ importante sottolineare questo. Ciò significa che, mentre presso gli altri Istituti, siano questi diplomatici, accademici e così via, tutto è fatto su allineamenti politici, il nostro Council è fondato sulla consapevolezza del valore dell’unione fra la società civile e l’economia. Va ricordato che venticinque anni fa non esistevano affatto relazioni fra la società civile delle due nazioni.

 

D) A proposito di relazioni, all’indomani delle elezioni presidenziali americane, che hanno decretato la vittoria di Barack Obama, si è parlato molto della possibilità che cambino i rapporti fra gli Stati Uniti e l’Italia. Lei crede che potranno realmente subire una trasformazione?

 

R) Cambieranno si e no. Potranno cambiare perché l’Italia sarà ovviamente più sollecitata dalla nuova amministrazione USA a rispondere su vari fronti, dall’Afghanistan, al Medio Oriente, al Mediterraneo, nonché riguardo al G8 di cui come sappiamo ne assumerà la presidenza a partire dal prossimo anno. Effettivamente potranno mutare varie cose nelle relazioni fra i due Paesi. Innanzitutto ci sarà un nuovo ambasciatore americano a Roma. E potrebbe essere un diplomatico di carriera e non un amico del presidente Obama, al contrario dell’ambasciatore Spogli che è invece un intimo amico di Bush. Inoltre tutto dipende anche da come e quanto l’Italia seguirà la politica statunitense, in campo climatico

ed energetico ad esempio, e se ci sarà concordia fra i due orientamenti politici.

 

D) E per il resto?

 

R) Per il resto l’Italia rimarrà molto attiva nella NATO, cosciente del suo ruolo in seno all’Unione europea, e cercherà di espandersi dal punto di vista commerciale. Molte grandi imprese, importanti aziende italiane, si stanno già muovendo verso gli Stati Uniti. La FIAT vi porterà l’Alfa Romeo, Finmeccanica ha acquistato la DRS, e anche la Brembo approda negli USA. 

 

D) L’Italia va negli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti non vengono in Italia…  

 

R) Qui ci sono troppe difficoltà a investire e questo non incoraggia gli investitori. Ci sono troppe tasse, niente incentivi, ed è troppo sindacale. L’economia italiana è peraltro morta e quasi sotterrata. Per ridarle vita si dovrebbe innanzitutto scommettere sul merito e sui giovani promettenti che possano essere emulati. Poi occorre dare maggiori incentivi alle imprese, e per incentivi si intende sconti fiscali, facilità ad assumere persone, creare infrastrutture, installazione delle telecomunicazioni, ma soprattutto incoraggiare gli stranieri meritevoli, come ad esempio gli ingegneri, affinché possano stabilirsi in Italia.  Non possiamo non constatare che l’immigrazione in Italia è immigrazione non di materia grigia, ma muscolare. Si cercano soltanto persone che svolgano quelle attività che gli italiani non vogliono più fare… 

 

D) Dal giorno che Barack Obama è stato eletto presidente, si è discusso molto nel nostro paese, dei poteri forti americani che hanno voluto la sua elezione. Perché tanta preoccupazione per questo? Potrebbero forse determinare in qualche modo la politica estera del neo presidente, nelle relazioni fra Stati Uniti e Italia?

 

R) No…non mi pronuncio su queste questioni…

 

D) Ma chi sono questi poteri forti di cui tanto si parla? 

 

R) Quella di Obama non è una coalizione di business, con i poteri forti. Negli USA ci sono i grandi contribuenti, quelli delle compagnie petrolifere e finanziarie, delle assicurazioni e dell’industria. Questi hanno sempre appoggiato, in seguito ad una specifica legge finanziaria, per metà i Repubblicani e per metà i Democratici. L’unica cosa che va sottolineata è che nel caso dei Democratici, in queste recenti elezioni presidenziali, un po’ più di attenzione da parte di Silicon Valley, ossia di soggetti come Google e altri gruppi simili, è stata data sicuramente, con un aiuto in più, ad Obama. Con Bush era maggiore l’influenza dei poteri forti… 

 

D) Alla luce di quanto detto finora, che tipo di politica estera si profila dunque fra i due paesi?

 

R) Al momento, riguardo al futuro ministro degli esteri americano, si fa il nome di Hillary Clinton, ma non è escluso nemmeno Richardson…Tuttavia considerando che il ministro degli affari esteri italiano Franco Frattini conosce bene Joe Biden, è certo che il canale, dal punto di vista delle relazioni fra i due paesi, sarà più priviliegiato. Inoltre ci sono ora altri due importanti canali negli USA che l’Italia non può dimenticare, né sottovalutare, uno è rappresentatato dall’italo americano John Podesta, e un altro da Nancy Pelosi, un’altra italo americana leader della maggioranza di Governo. L’Italia parte così con una marcia in più e spetta alla stessa Italia non sprecare simili occasioni. Gli italiani non devono perdere l’opportunità che questi contatti offrono. 

 

D) Professor Redmont, per quest’ultima domanda le chiedo una risposta lungimirante.  Chi, secondo lei, è uscito davvero vincitore dalle elezioni dello scorso 4 novembre, Barack Obama o gli Stati Uniti? 

 

R) Hanno vinto gli Stati Uniti, senza dubbio. A differenza dell’Italia che è un paese che non si trasforma, gli USA hanno anticipato il cambiamento demografico. La maggioranza della popolazione americana, sarà infatti da qui a dieci, quindici anni, quella che è oggi considerata la minoranza.

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DENNIS REDMONT giornalista e scrittore, dirigente nel settore dei media, è nato negli Stati Uniti. Dopo gli studi liceali a Parigi, ha conseguito la laurea con lode presso la prestigiosa Columbia Graduate School of Journalisme ed è entrato a far parte dell’Associated Press a New York. In tutta la sua lunga carriera è stato inviato in più di 80 paesi, in particolare ha seguito le vicende della guerriglia e della dittatura in America Latina, la crisi in Medio Oriente e i viaggi del Papa. Ha realizzato trasmissioni per network pubblici e privati, ed è stato ed è tuttora noto commentatore su argomenti di cultura e politica europea e statunitense. Attualmente è Responsabile di Comunicazione Media e Sviluppo del Council per le Relazioni fra gli USA e l’Italia a Roma, un business forum e think tank affiliato al Center for the United States and Europe presso il Brookings Institut di Washington. Redmont è stato uno tra i fondatori dell’agenzia stampa AP.biscom, oggi APcom di proprietà di Telecom Italia. Vincitore di numerosi premi per il suo alto profilo professionale, è stato per quattro volte presidente dell’Associazione delle Stampa Estera. Ha adattato in Italia le varie edizioni del famoso gioco Trivial Pursuit. E’ professore aggiunto presso la Scuola di Giornalismo Radio Televisivo della RAI di Perugia e presso l’Università di Gorizia, sede distaccata dell’Università di Udine.

 

 

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                                                 Bollettino dell’ Istituto di Pubblicismo

Nuova  serie   -    Roma, 16 dicembre 2008  n. 37  

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Opinione pubblica e potere

 

 Per giustificare il potere dei grandi strumenti dell’informazione, denominati quarto potere, l’opinione pubblica ha assunto le vesti di una concreta realtà, di cui i media si rendono interpreti e paladini, al fine di appoggiare o contrastare il potere costituito, sostenendo quelle scelte, legittimate dall’essere appunto “opinione pubblica”.

Ma è lo stesso potere costituito che per giustificare determinate azioni politiche o  per avvalorare una tesi pro o contro nei programmi e nelle campagne elettorali, invoca l’opinione pubblica e ricorre alla sua forza trainante, come fonte di legittimazione del proprio operare. Nel suo nome soprattutto in politica, ma non solo, sono  state così giustificate anche azioni incoerenti, se non sbagliate o nocive. L’errore nasce dal fatto che l’opinione pubblica viene considerata come l’ opinione stabile e omogenea della maggioranza dei componenti una realtà sociale, da prendere quindi come indiscusso riferimento di ciò che la gente pensa e soprattutto vuole. Il fenomeno è percepito come reale, anche se solo nominato in astratto, senza avere alcun riferimento o riscontro concreto su ciò che la maggioranza della gente pensa e sente realmente. Né vengono minimamente prese in considerazione le motivazioni che lo generano, né tantomeno la sua continua e veloce evoluzione, con buona pace dei sondaggi di opinione, che vanamente rincorrono ora un tema ora un altro.

Recentemente, con riferimento ai paesi democratici, si è fatta strada una formula che sinteticamente definisce l’opinione pubblica, come la sostanza vitale sulla quale la democrazia imprime la propria forma. Formula sintetica, fortemente ermetica, che merita un dovuto approfondimento,perché descrive un processo molto complesso, i cui termini risentono della storia  politica, economica e sociale, presente e passata, e sono legati al delicato equilibrio tra esercizio del potere, aggregazione del consenso e libertà d’opinione.

 

“Qualsiasi forma di governo, anche il più dispotico, non può reggersi soltanto sul monopolio della forza. Deve tener conto in minor o maggior misura degli umori e dei sentimenti dei governati. Tanto più nella democrazia rappresentativa, dove il deputato eletto sa che il malcontento popolare può costargli, a breve scadenza, la perdita del potere.” (Mosca Gaetano – Elementi di scienza politica, Bari, Laterza,1939, Vol.I)

 

Già da questa lontana affermazione, in cui si parla di umori e sentimenti, emerge come, in una società, l’opinione pubblica non è mai una realtà  compatta o, meglio, unica e tantomeno unanime, ma si avranno sempre, anche di fronte ad accadimenti fortemente emotivi, delle opinioni individuali, delle interpretazioni non perfettamente allineate se non anche giudizi contrapposti. Tuttavia occorre riconoscere che tra le varie possibilità,  l’opinione che avrà il  valore più generale, godendo di una maggiore condivisione e di un’ampia diffusione, assumerà i caratteri di opinione pubblica. Storicamente, fenomeni sociali legati alla diffusione ed alla condivisione di opinioni sono sempre avvenuti in ogni tipo di società, ma la loro ampiezza ed il loro peso nei confronti del potere è stato fino agli inizi del secolo scorso, assai debole se non ininfluente, a causa della scarsità dei mezzi di informazione, riservati alla classe borghese, e delle carenze culturali delle altre fasce sociali, nonché  alla forza repressiva dei poteri di controllo. Solo con lo sviluppo della stampa periodica, seguito poi da quello del cinema, della radio, della televisione ed ora del web, in concomitanza dell’affermarsi nelle moderne democrazie della difesa delle libertà individuali, in cui il potere trova la sua legittimazione nel consenso, è oggi possibile identificare il ruolo dell’opinione pubblica, come forza sociale di aggregazione e di condivisione, in grado di sostenere o di opporsi al potere costituito, o meglio di confrontarsi con tutti gli altri poteri rappresentativi della società. Pluralità, quindi, di opinioni , che, se condivise, vengono poi aggregate dai gruppi politici, economici, sindacali, culturali, con l’ausilio dei mezzi d’informazione e che in un sistema democratico, costituiscono la risposta complessiva del sistema stesso alle esigenze della vita quotidiana, ai rapporti internazionali, alle questioni di sviluppo economico, alla difesa dell’ambiente, fino alla stessa difesa dei diritti civili, culturali e morali dell’individuo.

Si può dunque dire che l’opinione pubblica, tra i fenomeni sociali moderni, si basa sui seguenti elementi:

a)    un sistema politico costituzionale e democratico, in cui venga assicurata e consentita una reale libertà di espressione del pensiero, nonché di partecipazione alla gestione del potere;

b)    un patrimonio  culturale ed un sistema educativo, che consenta a tutti una formazione individuale ed una condivisione delle esperienze, tale da assicurare la partecipazione consapevole di ciascuno alle scelte politiche e sociali, prospettate dai gruppi egemoni;

c)    un sistema informativo e una struttura organizzativa dei grandi media, che dia la possibilità alle varie realtà sociali di esprimersi e concorrere su un piano di parità alla diffusione delle proprie opinioni.

Mentre il primo elemento è di ordine strutturale e riguarda la configurazione giuridica del sistema, il secondo attiene alla formazione dell’individuo, che deve essere messo in grado di poter interpretare e condividere i valori più profondi della società in cui vive, mentre infine, il terzo si riferisce  al controllo pubblico della distribuzione delle risorse finanziarie ed economiche disponibili, per evitare situazioni di monopolio e di concentrazioni, contrarie al pluralismo delle fonti d’informazione. Ecco quindi che l’opinione pubblica non appare più come una semplice sommatoria delle opinioni individuali, ma come un fenomeno sociale assai complesso, specchio in cui si riflette il sistema democratico nel suo insieme, che deve assicurare: una reale tutela dei diritti civili; la formazione e la partecipazione consapevole dei singoli; la possibilità di espressione e circolazione delle opinioni attraverso i media. In sintesi: democraticità del sistema politico, formazione culturale per tutte le realtà sociali condivisa e plurale  e garanzia di accesso agli strumenti dell’informazione. Questi sono i tre elementi fondamentali e irrinunciabili, perché si possa parlare dell’esistenza di un’opinione pubblica.  Ancor oggi normalmente, per quanto riguarda la formazione dei singoli componenti della società, nel caso della gran parte degli elettori, essi non hanno una approfondita capacità di critica e di scelta del proprio rappresentante, ma sono facilmente influenzabili dalle lusinghe della propaganda politica, messe in atto dai candidati. Per cui le varie proposte politiche ottengono consenso e voti più sulla base di emotive idee del momento, piuttosto che sulla base di linee di esperienza  verificate e concrete. In tutto questo si inserisce il ruolo dei media, oggi primari strumenti di polarizzazione delle opinioni, che possono con la loro azione rendersi interpreti dei sentimenti e dei valori più autentici della società, in relazione alle scelte politiche necessarie o, al contrario, avvalorare le tesi propagandistiche con ulteriori elementi emotivi.  Certamente, riveste grande importanza la quantità di risorse umane e finanziarie che di volta in volta vengono impegnate, ma i risultati non sono spesso direttamente proporzionali all’impegno profuso. Si determina così una sorta di contrapposizione tra le opinioni contingenti e legate esclusivamente alle campagne elettorali o agli interessi di parte dei gruppi di potere, e le idee più radicate e consolidate, che non possono essere superate tanto agevolmente dalla propaganda del momento. Il prevalere di uno di tali aspetti, determina spesso buone o cattive sorprese per le forze politiche, se hanno impostato le loro campagne elettorali in un senso o nell’altro. Infatti spesso campagne basate solo sul sensazionalismo non ottengono l’ adesione di opinione prevista, perché non sono condivisibili sulla base di valori più profondi e cristallizzati. Altre volte, opinioni effimere, se largamente diffuse con una propaganda capillare, ripetitiva e tambureggiante, possono generare un effetto di coinvolgimento emotivo, cui è difficile sottrarsi. In generale, l’emotività trova terreno fertile quando il disagio dei singoli individui prevale sull’andamento coeso di una società politica, basata sul libero contratto sociale, i cui valori però in quel momento sembrano però affievolirsi, per un appannamento degli ideali fondanti e più profondi. L’aggregazione delle opinioni tuttavia segue vie non sempre completamente controllabili, non solo nelle campagne elettorali, ma anche durante lo svolgimento quotidiano della vita sociale e, spesso, sorprende per le risposte assolutamente imprevedibili che possono verificarsi.

 

 “Anche il governo più dispotico deve procedere molto cautamente quando si tratta di urtare i sentimenti, le convinzioni, i pregiudizi della maggioranza dei governati, o quando deve imporre ad essa sacrifici pecuniari ai quali non è abituata; ma la cautela nell’offenderla sarà anche maggiore quando ogni singolo deputato sa che il malcontento delle masse può, a breve scadenza, procacciare il trionfo del detestato rivale.”(Edward N. Luttwak – Il libro delle libertà, Milano, Mondatori, 2002).

 

Quindi l’assoluta necessità per il potere di analizzare e conoscere il procedere dell’aggregazione del consenso o del dissenso e di organizzare e gestire azioni di recupero di opinioni favorevoli o di contrasto di quelle contrarie. Nelle democrazie occidentali, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, queste grandi azioni di aggregazione erano svolte da soggetti, cosiddetti mediatori, come: partiti, sindacati, associazioni. Ma oggi con l’irresistibile espansione dei mezzi di comunicazione, i mediatori stanno declinando, lasciando il posto ad un rapporto più diretto e immediato dei singoli individui con il potere, con i leader, o meglio con i personaggi e le immagini stereotipate che di loro vengono presentate, in un processo di diretta emotiva spettacolarizzazione. Talk show, confronti televisivi, convention, sondaggi, blog, con una presenza ridondante e suggestiva, con una ripetizione di slogan e parole d’ordine, con una condivisione del tutto virtuale delle emozioni, sono i nuovi strumenti per trasmettere ai singoli individui il senso di appartenenza alla società e di partecipazione a sentimenti comuni. Si determina inoltre un fenomeno di frammentazione delle opinioni, in cui i mezzi di comunicazione di massa dando risalto ad ogni tipo di accadimento ed alle controverse opinioni che ne derivano, inducono il pubblico nella convinzione che esso stia partecipando concretamente e nella forma più democratica possibile a tutte le scelte politiche e del vivere civile. In realtà le informazioni che vengono fatte circolare sono  già state filtrate attraverso la stretta connessione d’interessi che legano i “ poteri forti” con il mondo della comunicazione. Ed è proprio in questo modo, che avviene il rafforzamento di un potere a danno di un altro, non più con l’uso della forza, ma sviando l’attenzione degli altri gruppi, mostrando loro false realtà, coinvolgendoli in polemiche defatiganti e polverizzando in definitiva la coesione e l’efficacia delle eventuali forze oppositive. Pregi e difetti, si potrebbe dire, dei sistemi democratici, ma uno sviluppo incontrollato di queste tendenze porta al disfacimento di quei valori, che sono i valori fondamentali della stessa democrazia, e costituisce un pericolo concreto per la sopravvivenza della democrazia stessa. Dignità dell’individuo, cioè tutela dei diritti civili, tolleranza e rispetto per ogni opinione, cioè formazione e condivisione di un comune patrimonio culturale e controllo che la diffusione di  tali valori sia, attraverso i media, concretamente assicurata a ciascuno, rimangono  i cardini del vivere civile più democratico, perché poi si formino aree  di consenso, di condivisione di idee, e quindi di opinione pubblica, come espressione concreta e consapevole del volere comune. Se tali principi fossero ampiamente diffusi e condivisi, essi stessi costituirebbero la prima base dell’opinione pubblica e la garanzia più idonea per la tutela delle libertà democratiche, nei confronti degli eccessi di qualsiasi  potere.(Alberto Graziani)

 

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