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Riccardo Furgoni

 

 

Mass-media e partecipazione politica

 

 

 

Saggi e Studi di Pubblicistica

ROMA 

©(Tutti i diritti riservati)

 

1. Una crescente importanza.

 

L’analisi della partecipazione politica in un contesto di pervasiva diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, vale di per sé come implicito riconoscimento dell’influenza che questi ultimi esercitano sul complesso rapporto che intercorre tra sistema politico e cittadini. D’altronde, non potrebbe accadere diversamente in una fase storica segnata dalla crescente diffusione e diversificazione dei mezzi di comunicazione in grado di modificare profondamente le modalità attraverso cui avviene il reperimento delle informazioni e la conseguente strutturazione di un’opinione politica, forza motrice di ogni pratica autenticamente partecipativa.

A questo proposito il secolo appena trascorso ha visto susseguirsi diverse ondate di fiducia in un potere assoluto dei media, seguite da altrettante caratterizzate da un più o meno drastico ridimensionamento degli effetti che ad essi potevano essere ascritti, in una perenne oscillazione tra visioni ottimistiche e pessimistiche sui possibili risultati di una continua esposizione ai contenuti mediatizzati[1].

Sarà pertanto necessario dirigere l’attenzione non tanto sulle possibilità intrinseche dei media di dar luogo ad effetti più o meno intensi ma sulle modificazioni che essi apportano allo spazio pubblico rispetto alla sua concezione classica. Questo, considerato dagli ormai storici lavori della Arendt [1958] e di Habermas [1962] come un luogo in cui i contenuti informativi dovrebbero essere veicolati in una forma discorsiva basata sulla compresenza, secondo una visione democratica ispirata al modello della polis greca, è stato interessato da un progressivo mutamento della sua organizzazione interna che lo ha portato a realizzare «una situazione comunicativa che è tutt’altra cosa dallo scambio dialogico» [Habermas, 1962][2].

 

2. Modelli di interazione a confronto.

 

Sia dal punto di vista politologico che sociologico si è da molto tempo appurato quanto un’equilibrata partecipazione politica necessiti di un’altrettanto equilibrata distribuzione del potere, inteso nella sua più vasta e poliedrica accezione; per questo, anche nel caso della scambio informativo il modello ideale di organizzazione della sfera pubblica dovrebbe garantire una sostanziale equipollenza tra i diversi attori coinvolti, come illustrato nella figura 6.1:

Figura 6.1 – Modello pubblicistico-dialogico della comunicazione politica.

 

 

Fonte: Mazzoleni [2004]

 

Lo spazio centrale (d), propriamente inquadrabile nei confini della comunicazione politica mediatizzata, sarebbe quindi il risultato dell’interazione tra attori «primi inter pares» ed inseribile «in un più ampio processo di interazioni discorsive tra tutte le componenti dello spazio pubblico politico, dello spazio pubblico mediatizzato e della società civile» [Mazzoleni, 2004]. In ogni caso si manterrebbero possibilità di scambio dialogico indipendenti da ognuno degli attori coinvolti (a-b-c), con il risultato che i media apparirebbero come catalizzatori dell’interazione e non come strutturatori dell’arena pubblica.

L’uso del condizionale che ha caratterizzato le ultime righe non va inteso però come il segno di una sostanziale irrealizzabilità di questa condizione; anzi, si può dire che questa sia già realizzata da tempo, limitando la sua diffusione a quegli ambiti in cui le fonti di informazione politica non sono interamente legate ai mezzi di comunicazione di massa. Come questo sia ancora possibile, in una fase di crisi dei classici canali di intermediazione, è però tutt’altra questione e in tal senso si può certamente affermare che tale condizione appartenga ormai ad una ridotta schiera di individui dotati di un’elevata quantità di risorse culturali, economiche ed informative, elementi non certo comuni alla maggioranza dei cittadini. Per questi ultimi il modello di interazione più plausibile risulta essere il seguente:

 

Figura 6.2 – Modello mediatico della comunicazione politica.

 

Fonte: Mazzoleni [2004]

 

 Pur se in questo modello l’interazione tra cittadini e sistema politico è ancora presente, l’elemento centrale è rappresentato dal diverso ruolo rivestito dai media. Se nel modello precedente essi apparivano come una delle tre forze la cui reciproca interazione dava vita allo spazio pubblico, in questo caso i media si identificano con lo spazio pubblico, finendo per plasmare profondamente le relazioni che si situano al suo interno. Questa visione, che risulta a tutt’oggi tra le più condivise dai ricercatori di questo campo disciplinare, può essere ricondotta alla nota espressione “mediatizzazione della politica”, con la quale si vuole sottolineare che i media non solo soltanto canali di comunicazione tra sistema politico e cittadini ma «fungono da ribalta dell’azione politica, e al tempo stesso sono interlocutori di entrambi gli attori, condizionano la natura dei loro rapporti, obbligano le istituzioni, i partiti, i leader, i cittadini ad adattarsi alle logiche che governano la comunicazione di massa» [Mazzoleni, 2004].

Se la situazione fosse così semplice, però, la partecipazione non risulterebbe compromessa ma semplicemente modificata: vantaggi e svantaggi finirebbero con l’essere condivisi da entrambi gli attori e l’unico problema sarebbe rappresentato, semmai, dal potere di influenza che l’apparato mediatico potrebbe esercitare all’interno di relazioni dirette con il sistema politico e i cittadini. Ci si troverebbe in altre parole in un contesto di interazione mediata dove lo scambio manterrebbe i tratti propri dell’organizzazione dialogica pur con una sostanziale differenza nell’accessibilità dei “retroscena”[3] dei rispettivi attori. Il nucleo della questione non risiede dunque nella più o meno forte pervasività dei mezzi di comunicazione di massa ma nel particolare tipo di rapporto che si origina tra cittadini e sistema politico, modificando sensibilmente alcune delle possibilità partecipative. I due sottoinsiemi presenti nella figura 6.2, quindi, non sono semplicemente intersecati ma sono interagenti in una modalità più complessa, come illustrato nella figura 6.3:

 

Figura 6.3 – Organizzazione del rapporto tra sistema politico e cittadini in un contesto di quasi-interazione mediata.

 

Fonte: Thompson [1995].

 

Ciò che in questa situazione balza agli occhi immediatamente è la sostanziale unidirezionalità del messaggio veicolato: esso si sposta dall’emittente al destinatario generalizzato senza che questi possa in alcun modo intervenire sui contenuti espressi, ma soltanto sull’uso che intende fare di questi ultimi. Ciò avviene per due ordini di motivi, il primo dei quali è rappresentato dalla differente consistenza numerica delle due classi: da un lato un ridotto numero di individui impegnati nella “cornice interattiva della produzione” dà vita ai contenuti che saranno mediatizzati; dall’altro un elevato numero di riceventi è inserito nella “cornice interattiva della ricezione” senza la possibilità di veder soddisfatte le esigenze di replica di ognuno. A questo motivo si assomma quello che Thompson [1995] definisce discontinuità spazio-temporale tra le due cornici, situazione che comporta per gli individui la necessità di «sospendere, in qualche misura, le strutture spazio-temporali della loro vita quotidiana, e orientarsi temporaneamente verso uno schema di coordinate differente; essi si trasformano, in effetti, in esploratori dello spazio e del tempo, impegnati a passare tra diverse strutture spazio-temporali e a ricondurre l’esperienza mediata di altri luoghi e altri tempi ai contesti della loro vita quotidiana».

È in questo senso che bisogna parlare di quasi-interazione mediata, dato che la produzione di forme simboliche avviene nella consapevolezza di una scarsa o nulla possibilità di influenzamento diretto da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni politiche. Nel quadro delle possibilità di partecipazione politica l’approfondirsi di questa modalità di interazione provoca mutamenti non trascurabili nella vita dei cittadini. La compresenza, infatti, ha sempre garantito una più o meno intensa possibilità di influenzare l’attività di progettazione e implementazione delle politiche, obbligando i rispettivi attori all’adozione di un comune terreno di riferimento e alla moltiplicazione degli indizi simbolici necessari alla corretta comprensione e contestualizzazione dei messaggi.

È ovvio che quando si arriva a parlare di compresenza, in un panorama che vede da un lato una moltitudine di elettori e dall’altro un’istituzione di intermediazione quale ad esempio è il partito, non ci si riferisce certo alla ricchezza, all’unicità e alla flessibilità di una comunicazione faccia a faccia tra due individui; ciò che in questo caso è importante osservare è come la logica mass-mediale moderna si discosti progressivamente dal coinvolgimento diretto dei cittadini nell’attività di formulazione e veicolazione dei contenuti informativi, spostando il baricentro all’esterno del partito stesso e relegando gli individui al mero ruolo di destinatari più o meno inquadrati in segmenti omogenei di mercato elettorale. In tal senso si prenda come esempio la tabella 6.1 che illustra l’evoluzione storica delle pratiche di comunicazione elettorale, osservando la progressiva perdita di influenza del partito centrato sulle persone a favore del partito centrato su logiche di mercato:

 

Tabella 6.1 – Evoluzione delle pratiche di comunicazione elettorale.

 

Fase

 

 

Premoderna

 

Moderna

 

Postmoderna

 

Sistema della comunicazione politica

 

 

Centrata sui partiti

 

Centrata sulla televisione

 

Multi-canale, multi-media

 

Stile di comunicazione politica dominante

 

 

Messaggi partitici

 

Sound-bites, costruzione dell’immagine

 

Frammentazione

 

Media utilizzati

 

Stampa di partito, manifesti, pubblicità sui giornali, programmi radio.

 

 

Programmi televisivi di  informazione (TG, speciali)

 

Televisioni locali o di nicchia, direct mail, e-mail

 

Mezzo pubblicitario dominante

 

 

Pubblicità a stampa, manifesti, volantini, comizi

 

 

Spot televisivi, grandi manifesti

 

Spot mirati, tele-marketing, Internet

 

Direzione campagne

 

Leadership del partito

 

Management interno, consulenti ed esperti esterni

 

 

Unità specializzate e consulenti specializzati

 

 

Paradigma dominante

 

 

Logica di partito

 

Logica dei media

 

Logica di marketing

 

Durata

 

 

Campagna breve

 

Campagna lunga

 

Campagna permanente

 

Spesa elettorale

 

 

Contenuta

 

In aumento

 

Molto alta

 

Elettorato

 

Comportamento stabile legato alle fratture sociali e di gruppo

 

 

Erosione della fedeltà/ identità partitica e crescente volatilità

 

Comportamento basato sulle issues e volatilità

Fonte: Plasser e Plasser [2002]

 

Dalla lettura di questo schema si può osservare però anche un’ulteriore ed interessante modificazione: a lato della mediatizzazione estesa dei contenuti politici e del ruolo marginale assunto dagli aderenti al partito nei confronti delle nuove modalità comunicative, si assiste ad una crescente quantità di informazioni veicolate in un assetto di campagna elettorale permanente volta a coinvolgere l’intera massa degli elettori. Si potrebbe banalmente osservare che questa condizione nasce dalle intrinseche caratteristiche dei mass-media moderni che consentono una capillare e martellante reiterazione dei messaggi politici ma, allo stesso modo, è possibile considerare questa moltiplicazione informativa come il tentativo di colmare un crescente deficit di comprensibilità riguardante l’intero ambito del politico.

È ancora Thompson, infatti, [1995] a rilevare come la discontinuità spazio-temporale legata alla  quasi-interazione mediata porti con sé la necessità di un’intensa attività di interpolazione volta a contestualizzare le informazioni ricevute all’interno della propria cornice individuale. Volendo estendere questo concetto alla più ampia categoria del comprensibile si può affermare che la partecipazione politica ad una realtà mass-mediatizzata debba nascere da un incredibile sforzo di comprensione, contestualizzazione ed incorporazione dei contenuti veicolati per un pubblico indifferenziato. A quanti ritengano questa osservazione imprecisa, in una fase storica che vede approfondirsi le tecniche di marketing politico legate ad una personalizzazione del messaggio opposta ad una sua generalizzazione, si può opporre che la difficoltà di incorporazione del messaggio stesso all’interno degli spazi della propria esperienza individuale resta ugualmente alta. Il problema non è quanto la comunicazione politica sia plasmata sulle caratteristiche individuali ma quanto la comunicazione sia organizzata su un modello aprioristico di individuo.

Se si considera un’interessante considerazione di Gian Primo Cella, affermato studioso del sindacato, che nel suo testo dal titolo “Il sindacato” [1999] ricordava appunto come quest’ultimo «è in fondo una rappresentazione organizzata degli aspetti più concreti della vita quotidiana, del lavoro, ma non solo. […] Fornisce rappresentanza e protezione al lavoro, e ai lavoratori, per come essi sono, non per come dovrebbero essere» si intende dire che soltanto in un rapporto tanto diretto da portare alla luce elementi riconducibili alla realtà degli individui in quanto tali si può parlare realisticamente di una comunicazione politica che possa essere terreno di cultura per una pratica partecipativa. Insomma, per quanto la modellizzazione possa essere fine, essa resta sempre e comunque una modellizzazione e lo sforzo necessario agli individui per potersi interfacciare con essa sarà considerevole. In questo senso credo che la crisi di partecipazione osservata da molti nel corso degli ultimi anni sia riconducibile, tra le molteplici cause, anche alla necessità di un crescente impegno nel contestualizzare le informazioni provenienti dall’esterno nell’ambito della propria esperienza individuale. In assenza di validi canali di intermediazione o di chiari riferimenti ideologici e di classe, buona parte delle risorse spendibili in attività partecipativa devono essere reindirizzate nell’attività di comprensione della scena politica.

 

 

3. Effetti sistemici della mediatizzazione sullo scenario partecipativo.

 

Tra le modificazioni più consistenti delle possibilità di partecipazione, avvenute a livello sistemico a seguito dell’affermarsi della mediatizzazione politica, va certamente ricordata l’evoluzione del legame tra il partito e i suoi iscritti tanto da poter affermare che «i partiti politici di massa, con ampi apparati burocratici, radicati nel territorio e basati su stabili e intensi legami tra iscritti e leader e sulla partecipazione interna, sono oramai anacronistici» [Raniolo, 2002].

La crescente centralità dei media ha infatti spostato il fulcro della competizione politica dall’efficienza della macchina partito, intesa nella sua capillarità e capacità di coinvolgere i propri iscritti, alla capacità di ottenere accesso ai media, nel tentativo di veicolare il maggior numero di messaggi al più ampio pubblico possibile.

Questa condizione porta però ad una modificazione fondamentale: l’attenzione ossessiva posta nei confronti delle personalità politiche, la preminenza televisiva del “vedere” sul “capire” [Sartori, 1997], ha lentamente portato ad una individualizzazione e «personalizzazione della rappresentanza» [Pasquino, 1993] con esiziali ripercussioni sull’intero sistema politico e sull’auspicabilità di un’alta partecipazione.

Questa rinnovata centralità della persona politica a seguito di un periodo contraddistinto da decenni di dominio delle istituzioni ha favorito il ripresentarsi di antiche e mai sopite tendenze alla leaderizzazione, passando da un sistema di «democrazia acefala» ad una «leadership personalizzata» [Cavalli, 1992], dove nella prima la possibilità di comando era assicurata dal valore aggiunto insito nell’intensità delle relazioni dialogiche leadership-membership, nella seconda è centrata sull’esistenza di una volontà di investitura che funga da surrogato della partecipazione stessa. Alla rinuncia di una propria influenza diretta si preferisce che a “scendere in campo” siano altri, nella convinzione che l’accentramento di potere sia la soluzione ad ogni crisi di governance. È in questo quadro che vanno lette le varie proposte di elezione diretta del governo, di riforma presidenziale, perfino la supposta preferibilità del sistema maggioritario nei confronti del proporzionale. Per quanto lontane possano apparire queste affermazioni dall’ambito della partecipazione politica valga un’osservazione: il termine partecipazione non può scindersi dal termine istituzione; ad ogni impoverimento del secondo, sia esso relativo alla crisi dei canali di intermediazione o alla pretestuosa volontà di fondere legislativo ed esecutivo in un’elezione diretta del governo, a risentirne sarà sempre e comunque la possibilità di coinvolgimento diretto dei cittadini. Non sempre, in questo caso, una maggior rapidità decisionale o snellezza istituzionale può rappresentare un’ulteriore conquista democratica.

Un altro importante effetto sul funzionamento dei partiti e sull’annessa possibilità partecipativa da parte dei cittadini riguarda la selezione delle élite politiche: in un contesto di mediatizzazione avanzata si assiste al «trasferimento dei meccanismi di reclutamento del ceto politico dalle macchine di partito ad agenti esterni al sistema partitico, che adottano criteri alieni e fuori dal controllo dei tradizionali selezionatori» [Mazzoleni, 2004]. La logica sottesa a questa evoluzione ruota intorno a due linee guida: da un lato la mediatizzazione della scena politica implica costi molto elevati e i candidati vengono per questo scelti in base alle possibilità di un consistente apporto economico, o comunque indirettamente capitalizzabile, che funga da risorsa per le attività politiche; dall’altro lato il candidato viene selezionato in base a caratteristiche pertinenti ad un profilo mediatico piuttosto che ad un profilo di elevato spessore politico. Ecco che la visibilità e la riconoscibilità prendono il posto della competenza e della propositività, fungendo da ulteriore ostacolo al raggiungimento di ruoli importanti da parte dell’individuo politicizzato a vantaggio del semplice affiliato.

Un ulteriore effetto sistemico della mediatizzazione politica è rappresentato dal legame che questa ha stabilito con la pratica del sondaggio. Utilizzato in passato soltanto nelle consultazioni elettorali allo scopo di lenire l’ansia del personale politico e di garantire audience elevate alle maratone televisive approntate per l’occasione, la sua costante utilizzazione lo ha trasformato nello strumento preferito per monitorare il polso dell’elettorato. Formarsi un giudizio su questa pratica non è affatto difficile: si valutino gli interventi sui maggiori quotidiani nazionali di Zagrebelsky [1994] e Zincone [1994], nonché i lavori di Rodotà [1994], Draghi [1997], Ceri [1997] e Manin [1995]. In tutti i casi viene pronunciata una condanna più o meno definitiva, preceduta talvolta da una sarcastica affermazione quale ad esempio «siamo di fronte ad una straordinaria conquista democratica» immediatamente cassata, poche righe a seguire, con la chiara espressione «pericolo gravissimo», stando alle affermazioni del già citato Zincone. In linea di massima si potrebbe pensare che un massiccio ricorso al sondaggio, perfino dotandolo di un vero e proprio potere di indirizzo politico, sia un consistente passo verso la democrazia diretta, verso una piena ed efficace partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, in una riduzione di distanza dall’élite politica che è garanzia di una corretta interpretazione del pensiero dell’intera cittadinanza. In realtà, la partecipazione politica, e la stessa azione politica, seguono percorsi non lineari tali da impedire che la loro manifestazione possa essere incanalata in uno strumento come il sondaggio. In tal senso è Ceri [1997] a sottolineare come nel sondaggio la gente “risponda”, mentre nella partecipazione vera e propria la gente “parli”, ma ancor prima Bordieu [1976] rileva intelligentemente come sia pura illusione credere che esista «un’opinione pubblica come pura addizione di opinioni individuali». Possiamo più semplicemente dire che pur se presente alla base del concetto di rappresentatività statistica, l’assunto atomistico non è affatto alla base della rappresentatività politica. L’uso massiccio del sondaggio, anche nel miglior intento democratico, non può quindi che coinvolgere i cittadini prescindendo dalla rete delle relazioni sociali in cui sono immersi, fatto che, volendo adottare una visione riconducibile alla sociologia politica, implica un coinvolgimento ben lontano dalla cornice propria dello Stato.

Quali sono, dunque, le conseguenze pratiche per la partecipazione e per la democrazia stessa? È Ceri [1997] a fornire un quadro esaustivo della questione:

 

-            in primo luogo si assiste alla possibilità che vengano promossi interessi particolari rispetto ad interessi generali dato che la possibilità di risposta è limitata dalla gamma di domande che vengono poste;

-            in secondo luogo la cortocircuitazione sondaggio-pubblicizzazione del  risultato-decreto-nuovo sondaggio porta ad una banalizzazione dei problemi più rilevanti derivati dalla commistione di questioni pertinenti e rilevanti con questioni estemporanee o effimere, unitamente alla diffusa e costante pratica di esaltazione giornalistica che impedisce di assumere un metro conoscitivo veramente obiettivo;

-            la terza conseguenza è riconducibile ad un effetto di sovraesposizione dell’opinione della maggioranza e di una sua investitura “sacrale” che implica la necessita di un’immediata attuazione delle sue delibere senza valutare i diritti delle minoranze. A questo si aggiunge un’inedita frattura tra rappresentanti democraticamente eletti e sondo-partecipazione qualora il risultato dei sondaggi differisca dalle legittime decisioni dei corpi rappresentativi, con evidenti problemi per l’intero edificio istituzionale;

-            un’altra grave conseguenza è la sostituzione di una partecipazione sedimentata, progressiva e matura con una versione essenzialmente impegnata nell’attimo legiferante del sondaggio, sostituendo l’attenzione verso le politiche con l’attenzione per l’élite politica che ne detiene le possibilità attuative. Da qui si arriva ben presto alla formulazione di politiche che inseguono il consenso quando il secondo, normalmente, dovrebbe essere conseguenza delle prime;

-            infine merita di essere considerato il processo di vicinanza e militanza illusoria che porta alle estreme conseguenze la già problematica attività partecipativa. In una politica plebiscitaria e mass-mediatizzata non vi è alcun interesse al confronto e al dibattito interno, nel costante rischio che si possano formare correnti di pensiero che inficerebbero l’orientamento prettamente decisionista. La struttura di base ha l’unica utilità di formare adepti e veicolare i contenuti dell’élite dominante.

 

In questo senso se l’estremizzazione della mediatizzazione sarà l’avvento della società digitale non è possibile prevedere un sostanziale miglioramento o rivoluzionamento dell’efficacia delle modalità partecipative. A mio avviso nessuna rete, per quanto essa sia eccellentemente diffusa e ubbidiente a logiche democratiche, potrà prendere il posto di un’istituzione di rappresentanza e di intermediazione basata su logiche aggregative. Il vertiginoso aumento della possibilità responsive del singolo è inutile in un contesto di vuoto istituzionale. Le nuove tecnologie, ridimensionando ampiamente le visioni più ottimistiche, non potranno che essere un valido aiuto da affiancare a quella «trama molecolare di rapporti capaci di collegare il Palazzo e il cittadino» [Ceri, 1997] che sono i soli autenticamente politici.

 

 

4. Dall’approccio sistemico all’approccio individuale.

 

Pur se l’obiettivo di questo breve saggio è di sondare la natura della relazione che intercorre tra partecipazione politica e mediatizzazione, bisogna precisare che l’analisi non può fermarsi a contemplare i soli effetti sistemici, ma deve spingersi maggiormente in profondità, fino a toccare la sfera cognitiva degli individui.

Si tratta di un’esigenza non soltanto riconducibile a criteri di esaustività ma alla necessità di mantenere un’adeguata attenzione su elementi che molto spesso fungono da determinanti della partecipazione e non da semplici determinati. Senza voler riproporre l’annosa questione circa il legame tra atteggiamento e comportamento manifesto, sondata da un vasto gruppo di psicologi sociali con risultati volti sia a ridimensionare l’ipotesi di una stretta determinazione [Bickman, 1972; Wicker, 1968] sia a testimoniare una correlazione più intensa [Goldschmidt e al., 1974; Browmiller, 1975], il punto di vista che qui si intende proporre passa per la distinzione, già presente in Pasquino [1997], tra partecipazione latente e partecipazione manifesta. La prima si riferisce alla pratica di seguire «con interesse le fasi e gli sviluppi delle vicende politiche, valutando positivamente le azioni e le dichiarazioni dei protagonisti, i dibattiti tra i gruppi e le decisioni di governo, mantenendosi informati sulle questioni del giorno, e anche gioendo o soffrendo per l’andamento della vita politica»; la seconda investe «comportamenti, per così dire, “pubblici”, come recarsi a votar, raccogliere firme, presenziare a manifestazioni, militare in gruppi politici e via dicendo» [Sani, 1996].

La correlazione che esiste tra queste due dimensioni della partecipazione è molto stretta: si potrebbe dire che la prima influenzi la seconda per quanto riguarda le aspettative di competenza, inerenti la capacità di mettere fattivamente in atto un’azione politica, e per quanto riguarda le aspettative di risultato, riguardanti la probabilità che l’azione in questione porti all’ottenimento di un qualche risultato [Catellani, 1997]. Pur se a rigor di logica la partecipazione politica latente trae la sua origine dal più vasto mondo della cultura politica, definito da Almond [1992] come «l’insieme di orientamenti soggettivi nei confronti della politica, presenti entro una popolazione nazionale o un suo sottogruppo», strutturato secondo componenti che sono «il risultato della socializzazione, dell’educazione e dell’esposizione ai media che si verificano durante l’infanzia, nonché delle esperienze compiute in età adulta rispetto alle prestazioni del governo, della società e dell’economia», il discorso intrapreso in questo saggio continuerà anche in questo caso a porre un’attenzione esclusiva all’influenza della comunicazione. L’informazione, da sempre al centro della dimensione politica, diviene infatti sempre più importante, sia per il crescere della sua intensità, sia per il suo essere oggetto di un complesso sistema di mediatizzazione che la porta sempre più lontano dallo scambio faccia a faccia e a distanza enorme dai canali istituzionali di intermediazione.

A tal proposito si consideri la tabella 6.2 inerente le modalità attraverso le quali la popolazione si informa della situazione politica:

 

Tabella 6.2 – Persone di 14 anni e più per modalità con cui si informano dei fatti della politica italiana per classe di età – Anno 2002 (per 100 persone che si informano di politica della stessa classe di età).

 

Classe

di età

Radio

Tele-visione

Quoti-diani

Setti-manali

Non

Setti-manali

Amici

Parenti

Cono-scenti

Colle-ghi

Org.

Politi-che

Org. Sinda-cali

Altro

14-17

23,2

90,1

39,8

11,3

4,0

35,6

29,8

10,5

2,0

0,6

(..)

6,4

 

18-19

 

28,9

93,2

49,1

12,2

4,5

37,6

29,4

10,3

4,6

1,0

(..)

4,0

 

20-24

 

34,3

92,9

49,7

13,2

4,2

35,4

24,7

9,4

11,4

1,4

0,7

1,3

 

25-34

 

37,4

92,8

53,7

12,3

4,2

27,2

18,0

9,5

18,9

1,5

1,4

1,5

 

35-44

 

36,0

93,1

56,6

14,6

4,5

21,7

11,5

8,0

21,1

2,0

2,4

1,0

 

45-54

 

32,7

94,1

59,9

15,8

5,1

21,0

11,4

8,0

18,4

2,7

3,9

0,9

 

55-59

 

28,8

95,6

57,2

15,6

5,0

19,8

11,3

7,6

10,1

2,5

1,9

1,1

 

60-64

 

26,1

95,9

54,5

15,1

4,1

18,5

10,7

6,9

4,2

2,0

1,7

0,8

 

65-74

 

22,7

96,2

46,9

10,9

3,1

17,2

12,7

6,9

0,9

1,0

0,6

0,7

 

75 e +

 

21,5

95,7

40,2

10,1

2,7

12,7

14,3

5,3

(..)

(..)

(..)

(..)

Totale

31,3

94,0

53,2

13,5

4,2

22,8

14,8

8,1

12,9

1,7

1,8

1,3

(..) I valori non raggiungono la metà della cifra dell’ordine minimo considerato.

Fonte: Istat [2004]       

 

Dalla tabella si rilevano chiaramente due situazioni: una di immediata ed evidente comprensione, l’altra individuabile alla luce di considerazioni proprie della celebre teoria del «two-step flow of communication» [Lazarsfeld, Berelson, Gaudet, 1944]. Prima di addentrarsi nella questione, si osservino però alcuni elementi degni di nota: in primo luogo la televisione rappresenta per tutte le fasce di età una fonte primaria d’informazione politica, seguita a distanza da quotidiani e radio; in secondo luogo le relazioni interpersonali giocano ancora un ruolo non trascurabile nel campo dell’attività di raccolta ed elaborazione delle informazioni; infine, i grandi assenti in questo panorama risultano essere partiti e organizzazioni sindacali che, in un efficiente sistema politico, dovrebbero essere i preferibili canali di intermediazione.

Certo sarebbe impensabile che partiti e sindacati svolgessero ancora una fondamentale attività di informazione politica, in uno scenario che vede diffuso praticamente in ogni abitazione un sistema ad elevata capacità informativa quale il medium televisivo, ma ciò non giustifica che in questo caso la loro importanza sia quasi tre volte inferiore a quella delle riviste non-settimanali.

A fronte di questo assoluto e prevedibile dominio mediatico si situa la variabile delle relazioni interpersonali: particolarmente intense fino a 24 anni nell’ambito familiare, decrescono negli anni successivi per intensificarsi nei confronti dei colleghi di lavoro, fornendo un quadro che potrebbe portare a considerarle come canale d’informazione dotato d’influenza sufficientemente stabile.

Questa breve disamina si potrebbe situare con facilità in una dimensione di “effetti limitati dei media”, con la sola differenza che la televisione viene considerata centrale nei dati presentati in tabella mentre, nel corso della loro storica indagine, i già citati Lazarsfeld, Barelson e Gaudet [1944] rilevavano che «tutte le volte che si chiedeva agli intervistati di riferire sulle ultime occasioni di esposizione alle comunicazioni di qualsiasi tipo relative alla campagna, essi citavano le discussioni politiche più spesso della radio o della stampa».  Che questa influenza si verifichi in certa misura anche ai giorni nostri è fuori di dubbio, ma le differenze in questo caso sono tutt’altro che irrilevanti, portando alla ribalta non tanto il tema della possibile “ipodermicità[4]” del messaggio mediatizzato, quanto della sua accresciuta capacità di influenza per diminuzione di collaterali “dominî informativi”.

Innanzitutto è necessario uno sguardo alla tabella 6.3:

 

Tabella 6.2 – Persone di 14 anni e più per modalità con cui si informano dei fatti della politica italiana per titolo di studio – Anno 2002 (per 100 persone che si informano di politica della stessa classe di età).

 

Titolo di studio

Radio

Tele-visione

Quoti-diani

Setti-manali

Non

Setti-manali

Amici

Parenti

Cono-scenti

Colle-ghi

Org.

Politi-che

Org. Sinda-cali

Altro

Laurea

41,6

92,2

80,0

28,5

9,2

26,3

17,1

9,8

22,7

4,2

2,9

2,0

Diploma superiore

37,8

93,9

64,0

17,4

5,4

26,2

16,9

8,9

17,6

2,2

2,2

1,4

Licenza media

29,9

93,5

48,6

10,6

3,6

23,0

14,0

8,0

12,5

1,4

1,9

1,3

Licenza elementare

20,3

95,7

34,6

7,0

1,8

16,2

12,3

6,5

3,2

0,7

0,8

0,6

Totale

31,3

94,0

53,2

13,5

4,2

22,8

14,8

8,1

12,9

1,7

1,8

1,3

Fonte: Istat [2004]

 

Ciò che appare profondamente diverso dallo storico quadro di pertinenza dell’opinion leader è il grado di diffusione della comunicazione politica mediale: ad oggi è decisamente più consono parlare  di «quasi-saturazione» [Wolf, 1985] mass-mediale piuttosto che di pervasività della comunicazione interpersonale. In questo senso non è nemmeno il titolo di studio a garantire un quadro definito di esistenza all’opinion leader: è vero che il livello culturale è ancora in grado di stratificare profondamente l’uso di media come quotidiani, periodici o radio, ma è anche vero che relativamente al medium televisione non si può dire esista tale stratificazione, essendo per tutti altissimo l’indice di esposizione.

Insomma, dominî informativi veri e propri oggi non paiono più esistere: «è probabile quindi che la maggior parte dei messaggi delle comunicazioni di massa sia ricevuta in modo diretto, senza passare, per diffondersi, dal livello di comunicazione interpersonale: quest’ultima si presenta come “conversazione” sul contenuto dei media (opinion sharing) più che come strumento del passaggio di influenza dalla comunicazione di massa ai singoli destinatari (opinion giving)» [Wolf, 1985].

La classica schematizzazione proposta da Katz e Lazarsfeld [1955] può essere dunque modificata, come presentato nella figura 6.4:

 

Figura 6.4 – Evoluzione dal modello di opinion giving al modello di opinion sharing.

 

 

Alla luce di questo schema è possibile affermare con una certa facilità che una partecipazione politica alimentata da una crescente importanza dei dominî informativi centrali a discapito dei periferici incontrerà problemi sempre maggiori a mantenersi indipendente dagli effetti cognitivi dei media.

 

 

5. Gli effetti cognitivi tra mediatizzazione e partecipazione.

 

Sono stati molti i contributi volti a misurare l’effetto che i media producono a livello cognitivo con conseguenti riflessi nel campo della partecipazione politica. Sostanzialmente le scuole di pensiero si dividono in due filoni principali: da un lato esiste una visione pessimistica che vede nei media i produttori di una pseudopartecipazione, dall’altro alcuni ricercatori hanno visto nei nuovi mezzi di comunicazione un possibile strumento di crescita civile e democratica dei cittadini.

Storicamente, al primo tipo appartengono Lazarsfeld e Merton [1948] che in un loro saggio hanno per primi parlato di «disfunzione narcotizzante» dei media, relativamente ai bassi livelli di coinvolgimento e consapevolezza politica che l’esposizione ai contenuti mediati produceva negli spettatori. Questa tesi, profondamente criticata a suo tempo, è tornata pienamente in campo negli ultimi anni nei contributi di Paletz e Entman [1981] che rilevano come negli Stati Uniti «i media diminuiscano la capacità e l’inclinazione degli americani – la cittadinanza di massa – a partecipare con efficacia in politica. […] Se tentassero di partecipare di più […] si renderebbero conto della propria impotenza» e di Putnam [2000] che afferma quanto «una teledipendenza – come quella di cui più o meno tutti siamo affetti – sia incompatibile con un impegno significativo alla vita politica» [Putnam, 2000]. In ogni caso l’idea alla base resta sempre che «nella democrazia mediatica la politica alla pari del calcio è diventata un’attività da poltrona: assistere alla gara seduti comodamente in soggiorno ha sostituito la necessità di giocare sul campo. La partecipazione nella democrazia mediatica è essenzialmente un surrogato» [Franklin, 1994].

Dall’altro versante le tesi ampiamente pessimistiche trovano parziale smentita nelle affermazioni di alcuni ricercatori, tra cui Dayan e Katz [1992], i quali ritengono che la televisione «presenti  ai suoi telespettatori nuovi e moderni modi di partecipazione in sostituzione di quello vecchio» o di Norris [2000] che rileva come «le persone che guardano di più le notizie in Tv, leggono più giornali, […] guardano con più fiducia alla politica, e partecipano alla vita politica».

Da questa stringata premessa occorrerà proseguire con più attenzione nell’analisi di alcuni effetti cognitivi in grado di modificare la percezione dell’ambiente politico, con conseguenti ripercussioni sulla partecipazione stessa:

-         agenda setting: secondo questa classica teoria «la gente tende a includere o escludere dalle proprie conoscenze ciò che i media includono o escludono dal proprio contenuto. Il pubblico inoltre tende ad assegnare, a ciò che esso include, un’importanza che riflette da vicino l’enfasi attribuita dai mass media agli eventi, ai problemi, alle persone. […] I media, descrivendo e precisando la realtà esterna, presentano al pubblico una lista di ciò intorno a cui avere un’opinione e discutere» [Shaw, 1979]. Se queste affermazioni vengono considerate in un’analisi inerente la partecipazione politica, le conclusioni non possono certamente essere positive, dato che l’influenza posta sui media da parte degli attori politici non subisce a tutt’oggi un adeguato controllo di democraticità. In un contesto propriamente partitico, con una saldo ed efficiente sistema di rappresentanza parlamentare, e con una teorica marginalità dei media, il peso dell’informazione veicolata sarebbe proporzionale al peso politico dei vari partiti. La virtuosità di tale condizione non andrebbe però ricondotta ad una pretesa maggior veridicità dell’informazione veicolata, quanto ad una sua intrinseca multipolarità, essendo scaturita da molteplici dominî informativi. In una condizione di centralità dei mass-media e in assenza di un loro specifico controllo di democraticità, la possibilità di determinare l’agenda gioca un ruolo fondamentale nella stessa possibilità dei cittadini di partecipare attivamente alla vita politica;

-         priming: con questo termine si intende la possibilità dell’informazione televisiva di influenzare «i criteri con i quali [la gente] giudica governi, presidenti, politiche e candidati» [Iyengar e Kinder, 1987]. Rispetto all’agenda setting il focus è centrato non tanto sull’importanza delle varie issues ma sulla centralità che queste hanno nella formulazione di un giudizio di natura politica. Anche questo effetto determina conseguenze non trascurabili nell’ambito della partecipazione: se il cittadino struttura le proprie attività politiche sulla base di giudizi di fondo riguardanti la realtà che lo circonda, la modificazione del metro di giudizio non potrà che favorire o determinare un cambiamento nelle attività di partecipazione.

 

Ciò che a conclusione di questo saggio si ritiene opportuno sottolineare è che la mediatizzazione non rappresenta in sé e per sé un vantaggio o uno svantaggio nelle possibilità offerte alla partecipazione. Ciò che importa, riferendosi in particolare ai nuovi media, considerati da molti come gli unici in grado di situarsi in futuro all’interno di una forma di scambio democratico, è un’altra cosa, come sottolineato da Bentivegna [1999]: «Posta in questi termini, l’attribuzione del carattere democratico della rete torna ad essere oggetto di analisi sulle concrete applicazioni rintracciabili a tutt’oggi. Non più, quindi, strumento di democrazia tout court ma strumento flessibile e aperto a molteplici usi e finalità, non ultima quella di costruire un nuovo “luogo” di incontro tra soggetti politici e cittadini. […] La realizzazione di tale luogo, tuttavia, è il frutto non soltanto dell’applicazione delle nuove tecnologie ma, anche, del contributo di tutti coloro che devono garantire una presenza attiva che vada in quella direzione».

Un’osservazione, questa, realistica e pienamente bilanciata: soltanto se una forma consegue alla sua sostanza è possibile parlare compiutamente di un’evoluzione, sia essa personale, sociale o politica, come in questo caso.

 



[1] Nella sterminata letteratura sull’argomento, che risulta tra i più dibattuti dell’intera area disciplinare, si considerino per una visione di massima alcuni testi fondamentali di queste alterne fasi di fiducia/sfiducia nel potere dei media: Lasswell H. “Propaganda tecniques in the World War”, Peter Smith, New York, 1927; Lazarsfeld P., Merton R. “Mass communication, popular taste and organized social action”, in Bryson L. “The communication of ideas”, Cooper Square Publisher, New York, 1948; Noelle Neumann E. “Return to the concept of powerful mass media”, in Eguchi H., Sata K. “Studies of Broadcasting”, n.9, NHK, Tokio, 1973 e anche “The spiral of silence: Summary and Overview”, European University Institute, Summer School on Comparative European Politics, Florence, 1985.

[2] Si considerino in tal senso anche i lavori di Sennett R.“The fall of public man”, Cambridge University Press, Cambridge , 1974; Gouldner A. W. “The dialectic of ideology and tecnology: the origins, grammar, and future of ideology”, Macmillan, London , 1976.

[3] Ci si riferisce qui alla nota distinzione tra ribalta e retroscena proposta da Goffmann in “The presentation of self in everyday life”, Penguin, Harmondsworth, 1969; trad. it. “La vita quotidiana come rappresentazione”, Il Mulino, Bologna, 1986.

[4] Con questo termine si allude alla convinzione, diffusa tra gli studiosi di comunicazione dei primi decenni del secolo, che l’influenza dei media avvenisse per mezzo di processi asimmetrici, con un emittente attivo e una massa passiva di destinatari che “colpita” dallo stimolo reagisse immediatamente, in un contesto in cui la comunicazione appare indipendente dai rapporti sociali, situazionali e culturali a causa dell’atomizzazione degli individui. Si veda, per un’analisi più dettagliata Lasswell [1927, 1948]; per un’analisi critica, nell’ampia letteratura presente, si ricorda Katz e Lazarsfeld [1955]; Katz [1969]; Schulz [1982]; per una visione d’insieme Wolf [1985]; De Fleur e Ball-Rokeach [1989].

 

 

 

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