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Gian Luigi  Pezza

 

Linguaggio radiofonico e televisivo

 

 

Saggi e Studi di Pubblicistica

ROMA 

©(Tutti i diritti riservati)  

 

 

 

Indice

 

  1. Linguaggio radiofonico e televisivo

  2. Il linguaggio parlato

  3. Caratteri del linguaggio radiofonico

  4. L’interpretazione del messaggio

  5. Rifiuto del messaggio

  6. Formazione del linguaggio radiofonico

  7. Programmi di informazione

  8. Sceneggiati e programmi di prosa

  9. I dibattiti

  10. Le interviste

  11. La radio e il telefono

  12. I programmi musicali

  13. Modificazioni della radio dopo l'avvento della TV

  14. Il linguaggio televisivo

  15. Cambiamenti sociali per effetto della TV

  16. Evoluzione del linguaggio televisivo

  17. I serial e la serie

  18. I talk show

  19. Classificazione dei programmi tv

  20. Televisione generalista e televisioni tematiche

 

 

1. Alcune definizioni

Nell’uso comune, linguaggio è sinonimo di lingua, cioè l’idioma parlato da un’etnia, da un popolo.

Se alla parola linguaggio aggiungiamo un aggettivo come ad esempio pittorico, noi diamo alla parola linguaggio un significato particolare, più precisamente il significato diverso di espressione o per meglio dire modo o facoltà di esprimere i propri pensieri e sentimenti; per restare nell’esempio intendiamo per linguaggio pittorico, il modo di dipingere, cioè lo stile attraverso il quale il pittore esprime le sue sensazioni.

 

Quando parliamo di linguaggio radiofonico intendiamo il modo, lo stile di fare i programmi radiofonici, cioè la forma espressiva attraverso la quale, facendo ricorso alla parola, ai suoni e ai rumori, un soggetto (in questo caso una stazione emittente) attiva un processo di comunicazione diretto a una massa di persone, indeterminata nel numero e nel genere[1]. In senso lato linguaggio radiofonico è anche il modo di distribuire i programmi nell’arco della giornata o della settimana, modo che costituisce il cosiddetto palinsesto [2] sul quale torneremo più avanti.

 

Nel processo della comunicazione il linguaggio non è altro che la codificazione[3] (termine in uso nella scuola di pensiero nordamericana, Lasswell [4], Schramm [5], Shannon, Lazerfield) o la messa in forma (termine usato dalla scuola italiana che fa capo a Fattorello ).

La codificazione è perciò il processo con il quale il pensiero del soggetto (promotore) assume una certa forma[6] in modo da poter essere trasmesso, con un medium[7], ad un altro soggetto (recettore); quest’ultimo decodifica il pensiero originale e lo interpreta[8]. Attraverso la codificazione perciò il pensiero si trasforma in linguaggio.

Conosciamo vari tipi di linguaggio: pittorico, musicale, dei segni, fotografico, scritto, parlato. Soffermiamoci su quest’ultimo.

 

2. Il linguaggio parlato

Elemento costitutivo del linguaggio parlato è la parola formata da un insieme di fonemi.

Nel linguaggio parlato una stessa frase può essere pronunciata in differenti modi; questa può essere modificata dalla coloritura espressiva, cioè da una serie di varianti facoltative individuali, non necessariamente intenzionali.

A tale proposito si parla genericamente di tono di voce. Converrà perciò distinguere:

-     il volume, cioè l’intensità del suono emesso, dal bisbiglio all’urlo;

-          l’altezza, o tono in senso stretto, cioè la gamma tonale che va dal grave all’acuto per lo stesso timbro di voce;

-          il timbro, cioè quella caratteristica fisiologica propria di ogni individuo (soprano, baritono, tenore ecc.)

-          il ritmo, è la cadenza regolare o irregolare con cui vengono dette le singole parole di un periodo (insieme di frasi), cioè la maggiore o minore velocità con cui vengono pronunciate e intercalate da pause di lunghezza e frequenza variabile;

Tutti questi elementi del linguaggio parlato prendono il nome di qualificatori verbali .

Una stessa frase può essere detta con voce rotta dall’emozione, oppure piangendo o ridendo, in tal caso si parla di differenziatori verbali. Vengono invece detti identificatori verbali i suoni, mugolii o mugugni, spesso intercalati alla parola,  che hanno avuto una precisa codificazione scritta nei fumetti (eh, uhm, ahi, aaah, mhmm).

 

3. Caratteri del linguaggio radiofonico

La caratteristica principale  è quella di possedere un’illimitata libertà di espressione anche se in misura minore rispetto al cinema e alla televisione.

Anche se con una certa difficoltà è possibile rappresentare stati d’animo; spetterà poi ai soggetti recettori esercitare, con profitto, la notevole libertà d’interpretazione. Sotto questo profilo il linguaggio radiofonico si avvicina di più al linguaggio letterario piuttosto che a quello filmico o televisivo. A chi ascolta è lasciato un largo margine di fantasia e di interpretazione. Ciò implica, d’altro canto, una maggiore partecipazione attiva del radioascoltatore, per la messa in moto dei processi interiori.[9]

I caratteri principali del linguaggio radiofonico sono:

-          l’unicità della sensazione (quella auditiva. In apparenza può sembrare un limite, in realtà favorisce i processi di attività fantastica ed emotiva);

-          l’immediatezza, cioè la capacità di percepire direttamente concetti e idee che attengono al mondo psicologico o dello spirito;

-          la simultaneità, che consente la percezione del messaggioin contemporaneada parte di un gran numero di persone;

-          l’essenzialità, cioè la necessità di evitare qualunque ridondanza letteraria o stilistica;

-          l’irripetibilità, pesante limite della comunicazione radiofonica;

-          la relatività, altro limite del linguaggio radiofonico perché i significati delle parole sono relativi alle conoscenze di ciascuno, e questo ci conduce all’importante problema della comprensibilità .

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4. L’interpretazione del messaggio

Con il termine comprensibilità si è soliti indicare la capacità da parte dei soggetti recettori di interpretare correttamente i messaggi del soggetto promotore, laddove il codice linguistico sia univoco. In altre parole la comprensibilità risulterà massima solo se promotore e recettori avranno adottato lo stesso codice linguistico[10]. Anche se può apparire banale tuttavia il punto focale del processo di comunicazione è tutto incentrato sulla comprensibilità. Per quanto riguarda il nostro paese, purtroppo, i sondaggi statistici effettuati su larghi strati della popolazione, al fine di rilevare il grado di comprensibilità di vocaboli in uso dai politici, dagli economisti e dai giuristi, hanno dato risultati sconcertanti. Alcune parole di uso frequente come legislatura, mozione, emendamento, potere esecutivo, rimpasto, inflazione, dicastero hanno dato valori bassissimi di comprensibilità e tali valori sono risultati costanti indipendentemente dall’età, dal sesso, dal grado d’istruzione delle persone. La parola laico è stata compresa solo dal 49 % degli intervistati.

Un test su parole usate in materia d’economia, effettuati su casalinghe con istruzione non superiore alle elementari, ha dato solo il 5,2 % di risposte esatte. Lo stesso test, effettuato su operai di Milano con licenza Scuola media inferiore, hanno dato solo il 6,6 % di risposte esatte. Sempre lo stesso test, effettuato su impiegati romani con licenza Scuola superiore o laurea ha dato il 15 % di risposte esatte[11].

Questo sta ad indicare che esiste un notevole squilibrio tra i codici di coloro che parlano e quelli di coloro che ascoltano, e siccome ci vorrà del tempo per elevare culturalmente[12] coloro che ascoltano, è necessario che coloro che parlano cambino i loro codici cioè attuino dei processi di semplificazione del loro linguaggio[13]. Nella comunicazione radiofonica, come in quella televisiva, la comprensibilità può venire meno anche per cause tecniche (ad esempio per colpa di interferenze di altre stazioni) oppure a causa della riduzione del livello di attenzione.

 

5. Rifiuto del messaggio

Può accadere che, alle volte, il messaggio non venga correttamente interpretato o addirittura non venga interpretato affatto, perché il soggetto recettore rifiuta la notizia se questa è contrastante con le sue idee o convinzioni (per es. politiche o religiose); a tal riguardo, osserva Tinacci Mannelli [14], che se il rifiuto non è totale, si possono verificare due tipi di distorsione: il soggetto recettore sceglie del messaggio sgradito solo quei punti che concordano con le sue opinioni preesistenti, prescindendo dal suo contesto, oppure seleziona in esso quella parte che pensa di poter rifiutare più agevolmente. Secondo il sociologo Kappler l’ascoltatore è portato a prestare maggiore attenzione alle notizie che riflettono le sue opinioni e meno attenzione alle altre.

 

6. Formazione del linguaggio radiofonico

Nella formazione del linguaggio radiofonico distinguiamo:

a)     il momento creativo cioè l’ideazione e la preparazione del testo

Nella fase ideativa la scelta degli argomenti non può prescindere dal mezzo espressivo. Anche se è possibile trattare per radio ogni tipo di argomenti, anche i più visivi, tuttavia chi si propone di attuare un programma radiofonico avrà cura di orientare le scelte su quei temi che possano suscitare risonanze profonde. Chi scrive per la radio deve fare finta di essere come uno dei tanti radioascoltatori. Al linguaggio radiofonico mancano i segnali mimici, cioè i segnali non linguistici come l’espressione del viso, i gesti, gli atteggiamenti che sono invece sfruttati nel linguaggio filmico e in quello televisivo. Ne consegue che chi scrive per la radio deve supplire in qualche modo a queste mancanze con opportune integrazioni testuali le quali, attraverso il solo processo auditivo, siano in grado di ricreare le situazioni volute.

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7. Programmi di informazione  

I programmi di informazione radiofonica (giornali radio o programmi di approfondimento) debbono sottostare ad alcune regole fondamentali che un famoso direttore del Giornale Radio[15] così enunciava:

“…bisogna tener conto che il lettore dei giornali stampati può saltare le notizie che non lo attraggono, mentre l’ascoltatore della radio è costretto ad ascoltarle tutte di fila per non perdere quelle che lo interessano..”

“Per questo le notizie debbono essere redatte con

-   chiarezza, che vuol dire sfrondare il testo dalle parole inutili, essere semplici, concisi;[16]

-          sobrietà, che vuol dire evitare i troppi incisi, le digressioni, gli aggettivi superflui, i superlativi;

-          incisività, che vuol dire essere precisi, penetranti[17]. Ricordarsi che l’ascoltatore, al contrario del lettore, non può tornare indietro e rileggere quello che, lì per lì, non ha capito;

Occorre poi ricordare che si stanno leggendo notizie alla radio o alla televisione e quindi è indispensabile fare l’esatto contrario di quanto ci hanno insegnato a scuola a proposito delle ripetizioni di vocaboli. In una corretta informazione radiotelevisiva il soggetto deve essere ripetuto ad ogni inizio di frase. Occorre, infatti, non solo avere riguardo degli ascoltatori che si sono messi in ascolto quando il testo era già in lettura, ma anche di quelli ai quali il soggetto, per una qualsiasi ragione, può essere sfuggito”[18];

Bisognerebbe anche limitare l’uso di parole straniere laddove esista un corrispondente termine italiano o quando il termine straniero non sia ancora entrato nell’uso corrente. Per esempio è inutile parlare di welfare se poi solo il 4 % degli ascoltatori è in grado di conoscerne il significato[19].

 

Come hanno più volte osservato insigni operatori dell’informa-zione, il giornalismo italiano, sia della carta stampata sia della radiotelevisione, è affetto da una sovrabbondanza di frasi convenzionali e luoghi comuni che andrebbero eliminati a tutto vantaggio della comprensibilità. “L’uomo è stato portato all’ospedale dove è giunto ormai cadavere” invece di “L’uomo è morto mentre lo trasportavano all’ospedale”, più semplice e quindi più comprensibile. “Un automobilista di passaggio” e che cosa se no? fermo? Perché continuare a usare l’aggettivo conoscitiva ogni volta che si parla di indagine? Un’indagine può solo essere conoscitiva, perciò l’aggettivo è inutile. E che dire del coltello che è sempre acuminato, dell’intervento che è sempre delicato, del gesto che è sempre insano, della località che è sempre ridente, dello scherzo che è sempre di pessimo gusto, dell’asfalto che non è mai semplicemente bagnato ma è sempre  reso viscido dalla pioggia. Il delinquente non viene portato in prigione o in carcere ma associato alle carceri.

Chi redige un testo culturale deve evitare lo stile erudito-didattico, ma entrare subito in argomento, senza inutili preamboli, facendo in modo di sviluppare in chi ascolta una serie di attese sempre più interessanti.

Attualmente l’ascolto della radio avviene mentre si svolgono altre attività[20] (guida di un veicolo, esecuzione di lavori domestici) perciò il livello di attenzione non è molto elevato. Di questo debbono tener conto i programmisti nel saper condensare i programmi culturali in tempi estremamente brevi e realizzati possibilmente sotto forma di dialoghi in modo da utilizzare più di una voce.

 

b)     il momento espressivo .

E’ ovviamente quello nel quale il programma è generato e potrà essere contestualmente trasmesso oppure registrato per una trasmissione differita. Per quanto riguarda le voci abbiamo due scuole di pensiero: quella che predilige lettori professionisti (Radio Vaticana e vecchia RAI ) e quella, ormai da anni affermatasi, di lasciare la più ampia libertà alle voci di chiunque, anche non professionista della dizione. I giornali radio ormai sono letti dagli stessi giornalisti che hanno redatto le notizie e vengono tollerate pronunce imperfette, con cadenze regionali e non sempre fonogenicamente gradevoli. Non costituisce proprio il massimo del godimento ascoltare voci di alcuni giornalisti con r mosce e s blese, e di altri che sembra vogliano vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi della velocità, per non parlare dei farfugliatori e dei masticatori delle finali delle parole.

Il momento espressivo è caratterizzato da un sapiente gioco dei tre elementi fondamentali voci, suoni e rumori, che costituiscono la regia del programma, regia che imprime al programma un suo proprio ritmo e quindi uno stile.

 

8. Sceneggiati e programmi di prosa radiofonici.

Lo stile risulta particolarmente evidente negli sceneggiati e nei lavori di prosa nei quali un buon uso dei piani sonori danno all’ascoltatore sensazioni di gran realismo. Distinguiamo i primi piani, riservati ai dialoghi e a un eventuale narratore, e i secondi piani, utilizzati per dare l’impressione che la scena si svolge in lontananza; in alcuni casi è usato anche il primissimo piano, per esprimere i pensieri di un personaggio o le sue impressioni nel sogno o durante un incubo, con eventuali effetti di alonatura. Si usano anche le dissolvenze e le assolvenze che corrispondono rispettivamente all’idea di un allontanamento o avvicinamento dell’ambiente sonoro. Spesso vengono utilizzati entrambi gli effetti (e si ha quella che viene chiamata dissolvenza incrociata) per indicare il passaggio da un ambiente all’altro.

Gli sceneggiati sono sempre registrati e sottoposti a un lavoro di edizione (editing ) nel corso del quale vengono inserite musiche e rumori e effettuate tutte le operazioni di montaggio. Anche le trasmissioni di approfondimento dell’informazione e le trasmissioni culturali vengono talvolta sottoposte all’editing.

 

9. I dibattiti

Sono una delle forme più classiche della radiofonia[21] e della televisione dove vengono più spesso chiamati con il termine inglese talk show  . Va ricordato lo storico “Convegno dei cinque” iniziato nel 1947 e continuato fino alla fine degli anni ’60.

Dibattere un tema può apparire facile ma nella realtà implica un impegno organizzativo notevole. Occorre effettuare la scelta di un tema che sia di attualità e conseguentemente scegliere i partecipanti, tra persone competenti a trattarlo. Personaggio chiave del dibattito è il moderatore, che deve possedere forte personalità per condurre la discussione in termini comprensibili, evitando che i partecipanti parlino contemporaneamente dandosi sulla voce; spesso deve ripetere, con parole più semplici, quelle tesi spesso espresse dai partecipanti in forma involuta e con l’uso di termini difficili, ma soprattutto deve evitare che i partecipanti vadano fuori tema. Il moderatore non dovrebbe mai esprimere proprie opinioni, né far sue quelle di qualche partecipante, ma dovrebbe riuscire a mantenere una posizione neutrale e riassumere frequentemente le varie posizioni, dando un ritmo ma anche una progressione al dibattito, in modo da giungere a una conclusione nei tempi stabiliti.

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10. Le interviste

L’intervista è una delle forme più usate sia nelle trasmissioni culturali, sia in quelle di informazione (soprattutto nei giornali radio e telegiornali), per dare, con tempestività[22], un quadro efficace di una determinata situazione attraverso le risposte di più persone. In altri casi l’intervista può riguardare una sola persona la quale nel momento contingente è al centro dell’attenzione della pubblica opinione: un politico che ha presentato una proposta di legge, un personaggio dello spettacolo che ha vinto un premio, un campione sportivo eccetera.

L’intervista deve essere condotta con un continuo scambio di domande e risposte e risulterà interessante solo se il giornalista saprà fare bene il suo mestiere, evitando che si trasformi in un monologo, pericolo costante se l’intervistato è un politico, ma nello stesso tempo non interrompendo nei punti salienti col rischio di far perdere all’intervistato il filo del discorso.

Anche nelle trasmissioni di divulgazione di storia contemporanea si fa un largo uso di interviste onde rendere più efficaci, attraverso le opinioni espresse dagli intervistati, le immagini filmate e togliere al programma l’etichetta di documentario.

L’intervista si definisce aperta (o libera) quando l’intervistato non è a conoscenza delle domande dell’intervistatore; chiusa nel caso opposto[23].

 

11. La radio e il telefono

Nel gennaio 1969 una fortunata trasmissione[24] dette l’avvio a un nuovo modo di “fare la radio”. Gli ascoltatori chiamavano al telefono i conduttori della trasmissione ponendo domande o esponendo i propri desideri o problemi. Lo studio si collegava  con una serie di esperti (psicologi, sociologi, medici, ecc.) che rispondevano alle domande. L’idea di far partecipare il pubblico ad una trasmissione mediante collegamento telefonico non era del tutto originale, perché era stata già utilizzata in altre trasmissioni[25], ma questa volta il successo fu superiore ad ogni aspettativa. Da allora il telefono è diventato, per l’ascoltatore, lo strumento per intervenire nelle trasmissioni più varie, da quelle di varietà come i quiz a quelle più serie come la rassegna stampa del mattino. La formula si è dimostrata vincente ed è attualmente utilizzata anche in numerose trasmissioni televisive.

12. I programmi musicali

La maggior parte di tutta la produzione radiofonica è costituita da programmi musicali. Come acutamente osserva Umberto Eco [26] “la radio ha messo a disposizione di milioni di persone un repertorio musicale che un tempo era patrimonio di poche classi elette.”  Prima dell’invenzione della radio solo le classi sociali più agiate potevano permettersi di frequentare i teatri nei quali, nei secoli trascorsi, venivano rappresentate opere liriche e talvolta concerti di musica sinfonica.
Ebbene, possiamo affermare che la radio e oggidì anche la televisione hanno effettuato una vera e propria democratizzazione della musica permettendo anche alle classi medie e popolari di accedere alla cultura musicale dalla quale erano escluse.

Ma grazie alla radio anche le classi colte traggano beneficio: sono, per esempio, messe in condizione di conoscere tutti quei brani, storicamente meno eseguiti nei teatri e nelle sale di concerto perché ritenuti di scarso interesse, che permettono tuttavia di approfondire le conoscenze del repertorio (diffusione del repertorio).

La radio e la televisione stimolano poi la promozione di manifestazioni musicali e quindi costituiscono un incoraggiamento all’ascolto diretto dei concerti.

 

Se poi consideriamo il campo della musica cosiddetta leggera, radio e televisione, ma in particolar modo la radio, sono attualmente considerati i principali strumenti per la conoscenza delle novità e i veicoli più importanti, in quanto più penetranti, per la pubblicità delle novità discografiche.

            Ne è nata una forma di sudditanza nei confronti dei discografici di cui la radio ha subito l’iniziativa mentre invece avrebbe dovuto svolgere una funzione pilota e non di adattamento, per di più in ritardo, alle nuove tendenze. Tuttavia al di là di alcuni atteggiamenti critici rivolti a questa presunta mancanza di rinnovamento, rimane il fatto che la televisione e soprattutto la radio si pongono come straordinari strumenti di informazione musicale.

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13. Modificazioni della radio dopo l’avvento della TV

            Con l’arrivo del servizio televisivo si verificano notevoli mutamenti nei comportamenti degli utenti. In pochissimi anni la televisione si estende a quasi tutto il territorio nazionale; i prezzi dei televisori calano sensibilmente e di conseguenza cresce il numero dei telespettatori. Alla fine degli anni ’50 tuttavia il numero degli abbonati alla radio è ancora di gran lunga superiore agli abbonati alla televisione, ma anno dopo anno si assiste a un travaso delle utenze in progressivo aumento. La radio da strumento di ascolto di gruppo (famiglia) diviene strumento di ascolto individuale. Il gruppo familiare è raccolto davanti al televisore ma i giovani rifiutano il gruppo e preferiscono andare ad ascoltare la loro radiolina personale. Gli adulti ascoltano la radio in automobile recandosi in ufficio o tornando dal lavoro. La televisione si pone perciò come strumento accentrante e la radio come strumento decentrante. I programmi radiofonici subiscono forti cambiamenti nel tentativo di mantenere gli utenti. Vengono messi in opera programmi differenziati che si rivolgono agli anziani, alle casalinghe, ai giovani. Soprattutto a favore di questi ultimi si sviluppano programmi musicali condotti dal disc-jokey secondo uno stile introdotto da Radiomontecarlo ma seguito a ruota dai programmi Rai. I programmi di varietà vengono collocati in orari meridiani nei quali la televisione non trasmette.

 

14. Il linguaggio televisivo

Gran parte di quello che è stato fin qui detto sul linguaggio radiofonico può essere applicato al linguaggio televisivo. La televisione, almeno nella sua prima fase storica, è stata considerata da parte di alcuni sociologi un qualcosa di molto somigliante al medium cinema[27] .

            I primi registi che si sono cimentati con la televisione venivano dal cinema e quindi hanno iniziato a usare le telecamere cercando di portare nel nuovo medium le loro precedenti esperienze. Tuttavia non hanno tardato molto a comprendere le enormi nuove possibilità di espressione che potevano nascere dalla televisione. Innanzi tutto si sono trovati a effettuare riprese con tre telecamere laddove nel cinema erano soliti lavorare con una sola macchina da ripresa; inoltre la possibilità di vedere istantaneamente ciò che la telecamera effettivamente riprende (senza quindi dover aspettare i lunghi tempi dello sviluppo e della stampa della pellicola) li ha entusiasmati anche se si sono trovati disorientati dal fatto che il momento della ripresa e il momento dell’utilizzo da parte del pubblico erano coincidenti. Questo comportava la necessità di effettuare il montaggio nel momento stesso della ripresa, cioè come si suole dire in diretta. Solo all’inizio degli anni ’60, con l’importazione dei primi registratori video[28], che permettono di tener separati i due momenti della ripresa e della trasmissione, sarà possibile ai registi usare le vecchie tecniche di montaggio alla moviola e si verificherà un fatto interessante: i registi giovani, che avevano maturato solo esperienze televisive, faranno un uso molto limitato dell’editing preferendo il montaggio diretto.

            Il giornale radio diviene il telegiornale nel quale alcune notizie sono lette dagli speakers[29] (esattamente come in un giornale radio), altre notizie invece sono costituite da brevi filmati, realizzati con cineprese a 16 millimetri[30], i quali vengono sonorizzati nel momento della trasmissione con il commento parlato dello speaker e con sottofondo di musica e rumori.

           

Il palinsesto televisivo dalle ore 20 in poi (la cosiddetta prima serata[31]), nei primi anni, era molto rigido, essendo costituito da una tipologia giornaliera, ripetuta settimanalmente, che iniziava sempre col Telegiornale cui faceva seguito: il lunedì, un film a lungometraggio, il martedì, uno sceneggiato o un lavoro di prosa, il mercoledì, film o telefilm, il giovedì, un programma di quiz (come il famoso Lascia o raddoppia), il venerdì, teatro (commedia o dramma), il sabato, uno spettacolo di varietà, la domenica, lo sceneggiato.

Dal 1954 al 1958 le trasmissioni avevano inizio alle 17,30, con programmi dedicati ai ragazzi, e terminavano alle 23, eccezionalmente più tardi.

Nel 1959, a seguito di un accordo tra la RAI e il Ministero della Pubblica Istruzione, fu istituita “Telescuola ”, una struttura autonoma, destinata alla produzione di trasmissioni didattiche non integrative ma sostitutive della scuola. Queste trasmissioni furono collocate, nel palinsesto , al mattino con inizio alle 8,30 e termine alle 12,30. Nel pomeriggio venne invece collocata la trasmissione “Non è mai troppo tardi ”, destinata agli analfabeti, che costituì per un decennio un punto di riferimento per le TV di tutto il mondo[32].

Questo era il palinsesto televisivo tra il 1954  e il novembre 1961, quando, con l’introduzione del Secondo programma TV, fu leggermente modificato, non certo negli orari che, salvo Telescuola , rimasero limitati al tardo pomeriggio e alla sera. Solo nel 1968 l’inizio delle trasmissioni fu anticipato alle 12,30 ma con una pausa, più che altro simbolica, tra le 14 e le 14,45. Alla fine degli anni ’70 - nel frattempo Telescuola era stata soppressa, e le trasmissioni scolastiche erano state drasticamente ridotte e diventate integrative - la RAI , pressata dalla concorrenza delle televisioni private, che trasmettevano anche al mattino, dovette aumentare le ore di trasmissione per evitare che i suoi telespettatori andassero a sintonizzarsi su quelle reti.

 

15 . Cambiamenti sociali per effetto della TV

La televisione ha determinato cambiamenti sociali rilevanti sia nella vita collettiva sia in quella familiare. Nella società ha dato un contributo culturale di notevole portata consentendo a fasce sociali meno progredite, confinate nella realtà di una vita paesana e ancora rurale, di scoprire il mondo. Basti pensare al contributo che la televisione ha dato alla conoscenza della lingua. Come scrive Di Mauro [33] “l’italiano parlato ha avuto una crescita altrimenti impensabile”. Altri cambiamenti sociali si sono verificati addirittura nel modo di vestire[34].

Con l’avvento della televisione anche la famiglia muta le sue abitudini quotidiane; il televisore, collocato nell’ambiente dove essa è solita riunirsi per desinare, diventa un punto focale di attrazione, occupa il posto del capofamiglia, il quale, in un silenzio quasi religioso, conserva il solo privilegio (e non sempre) di essere l’unico autorizzato a toccare i comandi dell’apparecchio[35].

I sociologi, gli psicologi e in generale gli intellettuali hanno più volte sottolineato negativamente questi aspetti della vita familiare[36] (si passa troppo tempo davanti al televisore, di conseguenza si legge meno, la conversazione familiare è quasi scomparsa, addirittura la TV è stata accusata di favorire l’obesità,  perché incantati dai programmi taluni sono portati a mangiucchiare dolcetti vari); anche se in parte le osservazioni sono fondate, ritengo che questo sia un modo molto cittadino e borghese di vedere la situazione: la televisione è un fenomeno che fin dall’inizio ha interessato maggiormente la vita dei piccoli centri, dei paesi, dei casolari di campagna nei quali, prima dell’era televisiva, non si leggeva, non si conversava (gli uomini erano all’osteria, i piccoli a letto, le donne sbrigavano le faccende domestiche) e s’ingrassava meno solo perché le condizioni economiche erano limitate.

Fortunatamente la televisione è entrata con prepotenza nelle realtà socioculturali meno progredite e ha esplicato e continua ad esplicare (anche se in misura minore dell’inizio) effetti culturali estremamente positivi. Nonostante la diffusione dei computer, dei CD-Rom e di Internet, la televisione continua ancora a costituire la più efficace forma integrativa di apprendimento dopo la scuola.

Naturalmente i pericoli, ai quali possono andare incontro le fasce sociali meno provvedute, sono molti come ad esempio:

-          la difficoltà di distinguere le notizie dalle opinioni, soprattutto quando queste assumono autorevolezza perché espresse da personaggi che hanno raggiunto grande popolarità[37],

-          l’influenza che possono rappresentare i continui riferimenti ai sondaggi d’opinione, non sempre presentati adeguatamente, ma efficaci per la presunta autorevolezza della televisione[38].

Né può essere trascurata l’influenza negativa provocata sia dalla sgrammaticatura della lingua usata in televisione, sempre più infarcita di neologismi[39], intercalari[40], e di frasi fatte[41], sia da quei programmi che purtroppo attraggono una gran parte di pubblico e che vengono chiamati TV spazzatura o TV deficiente , come l’ha definita poco tempo fa la consorte del presidente della Repubblica, signora Ciampi.

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16. Evoluzione del linguaggio televisivo

Con la fine del monopolio RAI , avvenuta nel 1975, e la conseguente moltiplicazione dei canali e quindi dell’offerta televisiva, il linguaggio della televisione cambia profondamente. La vecchia televisione[42] (quella dal 1954 al 1975) aveva un palinsesto nel quale i singoli programmi si presentavano come blocchi omogenei al loro interno e ben distinti gli uni dagli altri, distribuiti secondo un criterio di ripetitività settimanale con appuntamenti ricorrenti. Un programma di approfondimento giornalistico come TV7 era ben diverso da una trasmissione culturale come “L’approdo”, così come uno sceneggiato non poteva essere confuso con un film. Ciascun programma era annunciato da una “speakerina” e preceduto da una sigla - talvolta c’era anche la sigla in chiusura – la quale costituiva un carattere identificativo del programma stesso. I registi, nelle inquadrature, facevano largo uso di primi piani e piani medi per rispettare le esigenze del piccolo schermo[43] e i movimenti di camera erano assai limitati, anche perché una sola delle tre telecamere era motorizzata[44].

Nella nuova televisione, che comincia alla fine degli anni ’70, ma che si sviluppa soprattutto negli anni ’80 e ’90, la gran parte dei programmi perde quei caratteri forti di delimitazione, tipici della vecchia televisione, le sigle si contraggono, gli annunci si fanno sempre più rari, più generi vengono accorpati in un unico programma che prende la forma di un contenitore , il quale nasce come una grande cornice atta a contenere un po’ di tutto. “Domenica in…”, iniziato nel 1976 e tutt’oggi ancora trasmesso, anche se col titolo leggermente modificato, viene indicato come il primo programma contenitore[45].

Con il nuovo linguaggio televisivo il palinsesto non è più strutturato per appuntamenti settimanali ma è organizzato per appuntamenti quotidiani. La pubblicità che nella vecchia televisione aveva una collocazione oraria ben precisa[46], e una durata ragionevolmente lunga, viene spezzettata in inserti di breve durata e trasmessa non solo tra un programma e l’altro, ma anche all’interno dei programmi stessi, i quali vengono frequentemente interrotti.

Il linguaggio televisivo cambia[47] anche:

a)     nel ritmo delle riprese, che diviene più veloce, facendo ricorso a sequenze più brevi, e quindi a una narrazione più spedita;

b)     nelle inquadrature, che sfruttano un numero maggiore di telecamere, comprese quelle come la steadycam [48], per le carrellate veloci, o la flycam [49], che consente riprese dall’alto;

c)      nel montaggio, nel quale è facile osservare salti bruschi dai dettagli ai totali.

 

17. I serial e la serie

Nel 1981 la RAI acquista i diritti di un serial [50] americano di successo chiamato “Dallas” ma commette il grave errore di accorpare più puntate scegliendo gli episodi ritenuti migliori, per di più sovvertendo la sequenza delle puntate originali, e di trasmetterlo settimanalmente (secondo i vecchi canoni) nel tentativo di trasformare il serial in uno sceneggiato televisivo. Fu un fiasco. Qualche tempo dopo, scaduti i diritti della RAI, Canale 5 acquistò il programma e lo trasmise due volte la settimana rispettando le durate e la sequenza originale e fu un successo.

Gli anni ’70 e ’80 sono, per l’appunto, caratterizzati dalla presenza massiccia, sui canali pubblici e privati, di fiction televisiva costituita dalla serie e dai serial .

A differenza del serial che è un racconto diviso in numerose puntate, la serie è un modello di fiction costituita da più telefilm - aventi analogo soggetto e stessi interpreti - ciascuno dei quali racconta un episodio completo. Vanno ricordati “Magnum P.I.”, “Quincy”, “Tenente Colombo” ecc.

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18. Il talk show

Ma un altro genere di programmi si affaccia nel nuovo linguaggio televisivo ed è costituito dal talk show , una trasmissione nella quale alcuni personaggi, più o meno noti al pubblico, conversano, talora si confessano, rispondono alle domande del conduttore e parlano con toni ora seri, altre volte drammatici, ora leggeri. La prima trasmissione[51] di questa tipologia è “Bontà loro”, ideata e condotta da Maurizio Costanzo, il quale negli anni successivi proseguirà con programmi analoghi come “Grand’Italia”, “Acquario” fino ad approdare al “Maurizio Costanzo Show” che va in onda quotidianamente, ad eccezione del sabato e della domenica, da oltre quindici anni.

La grande svolta al palinsesto RAI si verificò nell’ottobre 1983 con la trasmissione quotidiana in diretta “Pronto Raffaella”, un contenitore di spettacolo, comprendente quiz, talk show e giochi, in onda alle 12. Questo programma, che utilizzava due ambienti separati: un palcoscenico teatrale e un salotto, nei quali si svolgeva rispettivamente lo spettacolo e il talk show (comprensivo di giochi), ebbe un successo superiore ad ogni previsione (9 milioni di spettatori). I giochi si svolgevano attraverso il telefono , in un dialogo tra conduttrice del programma e spettatore. 

 

19. Classificazione dei programmi TV

Come si è già accennato, diversi programmi televisivi di questi ultimi anni hanno perso i loro caratteri specifici che li contraddistinguevano, risultando perciò degli ibridi non sempre facilmente classificabili. Volendo tuttavia tentare una classificazione possiamo distinguere:

a)       programmi d’informazione che tuttavia hanno alcuni elementi propri dell’area dell’intrattenimento. Negli Stati Uniti questi programmi vengono chiamati di infotainment , neologismo ricavato dalla fusione delle parole information (informazione) e entertainment (intrattenimento). Ricordiamo “Odeon” di Brando Giordani, “Mixer” di Giovanni Minoli, “Radio Londra” di Giuliano Ferrara, “Sfera” su La7, “TG2 Costume e Società” ecc. Report di Milena Gabanelli su Rai3 addirittura fa precedere le inchieste da una pièce teatrale di alto livello. Insomma sono molti e variamente articolati i tentativi di fondere l’intrattenimento con l’informazione giornalistica. Da qualche tempo ormai lo stesso conduttore del Telegiornale, sia sulle Reti Pubbliche che su quelle private, non rinuncia a personalizzare l’edizione da lui condotta, creando un rapporto diretto con lo spettatore e imprimendo alla edizione un carattere tutto particolare[52]. Spesso il Telegiornale si collega con lo studio nel quale sta per iniziare lo spettacolo di rilievo della giornata, e lo fa scambiando battute scherzose con i protagonisti, spogliandosi della veste di giornalista e assumendo funzioni e caratteri propri dei conduttori di spettacoli di intrattenimento;

b)       programmi di intrattenimento che assorbono elementi propri dei programmi d’informazione. Si tratta di un fenomeno inverso a quello esaminato nel paragrafo precedente. L’esempio più tipico venne dato dai cicli della trasmissione “A bocca aperta” condotti da Gianfranco Funari, prima su Telemontecarlo e poi su RAI2, ma possiamo ricordare anche le interviste di carattere sociale e politico di Raffaella Carrà e Piero Ottone  a “Domenica in…”;

c)        programmi di informazione tendenti a invadere il campo della fiction . Sono esempi tipici “Telefono giallo”, “Un giorno in pretura”,  tutti di RAI3, “Pronto Polizia” di  Italia1, realizzato con la collaborazione della Polizia di Stato, Quark e Superquark a cura di Piero Angela. In queste trasmissioni i casi trattati sono presentati come veri e propri racconti, tanto da richiedere anche la collaborazione di attori professionisti, oppure l’inserimento di brani di film o di sceneggiati.

d)       programmi di fiction che prendono lo spunto dalla cronaca e nei quali vengono talvolta inseriti brani di programmi d’informa-zione. Un esempio è dato da “La piovra”, “Il muro di gomma” sul caso di Ustica, “L’attentatuni” sulla strage di Capaci (uccisione del giudice Falcone).

e)       media event, programmi di informazione di eccezionale importanza che possiamo dividere in:

§         previsti (ad esempio Inaugurazione delle Olimpiadi, l’apertura della Porta Santa in occasione dell’Anno Santo, sbarco sulla Luna,);

§         imprevisti (assassinio del presidente Kennedy, dramma di Vermicino, funerali della principessa Diana Spencer, attacco terroristico alle Twin Towers ecc.)

In presenza  di un Media event imprevisto il palinsesto viene completamente sconvolto, ne consegue la soppressione di programmi annunciati, compresi gli spot pubblicitari con ripercussioni anche finanziarie.

Come è intuibile il Media event si fa portavoce di valori di grande portata che coinvolgono la sfera emotiva dei telespettatori. Come sottolinea Carlo Freccero, con il Media event la televisione “…cerca di trasmettere al pubblico la sensazione che il fatto è talmente importante che non si può assolutamente perdere”.

f)         programmi di reality show nei quali persone comuni, oppure anche personaggi famosi ma visti come persone comuni, vivono situazioni della realtà quotidiana. Sono i programmi che, al momento attuale (2003-2004), riscuotono i più alti livelli di audience; inventati negli Stati Uniti non hanno tardato molto a raggiungere l’Europa. In Italia il reality show è comparso, nella seconda metà degli anni ’90, nei palinsesti delle stazioni commerciali, dando vita a vari tipi di format subito imitati, nonostante autorevoli critiche, dalla televisione pubblica. Si distinguono due tipi di reality show:

§         l’emotainment, neologismo ricavato dalle parole emocion (emozione) e entertainment (intrattenimento), cioè programmi di intrattenimento con forte contenuto emotivo, nei quali i partecipanti ritrovano parenti, si fidanzano, si sposano (C’è posta per te, Perdonami ecc.), oppure, circondati da amici e parenti, si sfidano gareggiando in prestazioni artistiche (Saranno famosi ). In questa sezione comprendiamo anche quei programmi nei quali un gruppo di persone vengono costrette a convivere in una casa e gareggiano secondo regole prestabilite (Grande fratello, Shattered, La fattoria).

§           il celebrity show, programma nel quale personaggi famosi del mondo del teatro, della canzone o dello sport vengono coinvolti in situazioni reali (o supposte tali) comportandosi come persone comuni. (Scherzi a parte, L’isola dei famosi, Compagni di squola (sic),  e il recentissimo(2004) Una giornata particolare.

Nei reality shows il conduttore (quando è presente) assume un ruolo fondamentale perché costituisce l’interfaccia tra il programma e il pubblico. Non a caso molti di questi programmi sono affidati a giornalisti particolarmente brillanti e affabili.

 g) programmi di utilità (Utility tv) attraverso i quali, la stazione televisiva che li propone, offre ai telespettatori particolari servizi a difesa del consumatore o di informazione medica.(Mi manda Rai3, Chi l’ha visto?, Elisir, Dica 33, ecc.).

 

Concludendo il linguaggio televisivo è profondamente mutato rispetto agli inizi, avendo, i singoli programmi, perso i loro caratteri peculiari che li distinguevano in vari generi, e ciò è dipeso, come si è detto, sia dall’introduzione dei cosiddetti programmi contenitore , sia dalla commistione tra programmi di generi differenti.

 

20. Televisione generalista e televisioni tematiche

Accanto alla televisione “terrestre”, alla quale finora abbiamo fatto riferimento, da pochi anni a questa parte, si sta sviluppando, con grande rapidità, la televisione via satellite, i cui canali sono a contenuto prevalentemente tematico. Ogni canale trasmette cioè un genere specifico: notiziari e approfondimenti giornalistici, eventi musicali, programmi per bambini e ragazzi, eventi sportivi, film ecc. Ai canali della televisione via satellite si aggiungeranno tra breve quelli via cavo, anch’essi a contenuti specializzati, per cui l’offerta televisiva che sarà messa a disposizione del pubblico, già notevole in questo momento, sarà ancora più vasta. La vecchia televisione, che chiameremo generalista , non scomparirà di certo, soppiantata dalla nuova, ma andrà incontro sicuramente a notevoli problemi economici in quanto i nuovi canali assorbiranno una parte degli introiti pubblicitari. Con i canali tematici già esistenti e con quelli che verranno, avremo - come osserva acutamente Paolo Bafile[53] - “una televisione più segmentata, selezionata, quasi personalizzata, diretta a particolari gruppi di utenti interessati, appunto, al singolo tema piuttosto che ad un pubblico vasto, indefinito e indifferenziato.” Ma quali saranno le conseguenze sul piano socio culturale? Le prospettive fanno prevedere che la forbice culturale del pubblico televisivo si divaricherà sempre di più nel senso che chi è già provvisto di una buona cultura si orienterà sui canali più colti (teatro, cinema d’autore, concerti, dibattiti culturali, divulgazione scientifica), mentre chi, non certo per sua colpa, è meno acculturato, sarà inevitabilmente tentato di rivolgersi ai canali dedicati allo sport o agli spettacoli leggeri, se non addirittura ai canali dedicati alla cinematografia violenta e magari porno.

                                                         Gian Luigi Pezza

Indice

 


[1] La radio è uno dei mezzi di comunicazione di massa (Mass communication media)

[2] In RAI , fino alla fine degli anni ‘70, la programmazione settimanale e mensile veniva chiamata “Schema ” ed era redatta, a matita tenera, su un enorme foglio. Le inevitabili variazioni, dovute alle cause più svariate, comportavano innumerevoli cancellature e riscritturazioni come sugli antichi palinsesti. Proprio negli anni ’70 allo Schema venne dato, non si sa bene da chi, il nome di palinsesto che trovò favorevole accoglimento da parte della stampa e degli studiosi di comunicazioni di massa (ma in cima al foglio ha sempre continuato a esserci scritta la parola Schema).  

[3] Il codice è un insieme di regole, operanti in un sistema sociale, che attribuisce determinati significati a modi di espressione: gesti, segni grafici, simboli, suoni, azioni o parole. Un codice ha un valore limitato nel tempo, in quanto suscettibile di modifiche, e nello spazio, perché valido nell’ambito del gruppo sociale che lo ha convenzionalmente adottato.

[4] Harold Lasswell: Propaganda Communication, Cambridge (Illinois), 1965.

[5] Wilbur Schramm: Mass Communication, Urbana University, 1960.

[6] per esempio un disegno, una foto, uno scritto, una serie di parole ecc.

[7] l’aria, nel caso di una conferenza; un giornale; una radio ecc.

[8] Quasi sempre il processo di comunicazione implica più codificazioni, ad esempio il soggetto promotore trasforma il suo pensiero nell’idioma corrente in un certo luogo (prima codificazione), se parla davanti ad un microfono le onde di pressione sonora emesse vengono trasformate in un segnale elettrico analogico (seconda codificazione), se il microfono appartiene ad una emittente radiofonica, il segnale elettrico prodotto andrà a modulare le onde elettromagnetiche generate dal trasmettitore (terza codificazione).

[9] Come scrive Sebastiano Guarrera , in Problemi di linguaggio radiofonico , Eri, 1972: “….. la parola….con la sua densità psicologica può suscitare profonde risonanze interiori. Non senza motivo la tradizione orale, spesso, ha superato in efficacia la comunicazione scritta ….… nulla potrà sostituire la potenza espressiva di una parola, magari di una sola.”

[10] Nella comunicazione radiofonica l’univocità del codice linguistico è condizione necessaria ma non sufficiente. Se, ad esempio, il sistema usato per la trasmissione usa la modulazione di frequenza è necessario che i radioutenti possiedano un ricevitore per quel sistema.

[11] Giorgio Bocca su “La Repubblica” affrontava il problema del distacco tra lavoratori e Sindacato riferendo di un’indagine dell’Università di Torino su tre parole usate spesso dai sindacalisti e precisamente plafonamento, quiescenza e parametrazione. Un questionario distribuito a mille operai della FIAT ha rivelato che il 98 % non sa che cosa significano, come dire che la quasi totalità degli operai non sa cosa prevede il contratto per cui sciopera.

[12] Nel 1997 indagini sul grado d’istruzione dei radioascoltatori  hanno dato i seguenti risultati: 45 % scuola elementare o meno, 28 % scuola media inferiore, 23 % scuola media superiore, 4 % laurea o equiparata. (v. tabelle comparative in allegato ).

[13] Alla fine del 1955 fu condotta un’indagine approfondita sul livello di comprensibilità dei messaggi televisivi da parte degli abitanti di due piccoli paesini di montagna. Nel luglio dello stesso anno erano state trasmesse dal telegiornale le immagini drammatiche dell’affondamento del nostro transatlantico Andrea Doria,

venuto a collisione con la nave  svedese Stockholm. Nello stesso periodo era andato in onda, in varie puntate, lo sceneggiato Ottocento, tratto dall’omonimo romanzo di Salvator Gotta. Ebbene le immagini del Telegiornale relative alla nave che si inabissava erano state ritenute una finzione, cioè nessuno aveva capito la tragedia che si era consumata, e viceversa lo sceneggiato, che tra l’altro aveva tra i suoi protagonisti Re Vittorio Emanuele II e il Conte di Cavour, era stato interpretato come realtà. Alla domanda dei ricercatori che chiedevano come mai non si fossero accorti, almeno dagli abiti indossati dagli attori, che la vicenda narrata non poteva essere ambientata ai nostri giorni, la risposta fu “Non sappiamo come veste la gente della città, perché non siamo mai andati in città”. Da allora sono passati più di quarant’anni e sicuramente il grado di comprensibilità di oggi è ben diverso, tuttavia, anche di recente, alcune trasmissioni di fatti reali come “Un giorno in Pretura” sono state interpretate come finzione.

[14] Gilberto Tinacci Mannelli: Le grandi comunicazioni, Università degli studi, Firenze, senza data.

[15] Antonio Piccone Stella, direttore del Giornale Radio dal 1947 al 1965.

[16] Espressioni ricercate come venire alla luce invece di nascere, unirsi in matrimonio invece di sposarsi, sede stradale invece di strada, reperire o peggio repertare invece di trovare, rendere una dichiarazione invece di dichiarare, rendere una testimonianza invece di testimoniare, precipitazione invece di pioggia, precipitazioni temporalesche invece di temporale, dare lettura invece di leggere, senza soluzione di continuità invece di ininterrottamente  (S. Lepri: Manuale del linguaggio giornalistico)

[17] Evitare di usare il verbo mutuare che evoca negli ascoltatori ricordi di medico della mutua e malattie ma usare prendere in prestito, prendere da.

[18] Vi sono naturalmente molte altre regole che interessano soprattutto i giornalisti come 1) ridurre (per quanto possibile) i sostantivi che terminano in zione, gli avverbi in mente, i suffissi in ismo e in istico che per radio risultano cacofonici; 2) eliminare i partitivi alla francese (non dire la vita di noi tutti ma dire la nostra vita), 3) non usare mai gli aggettivi a coppia, 4) sostituire una parola lunga con una breve, 5) adoperare il passato prossimo, 6) sostituire una parola poco usata con una comune (non dire obsoleto ma superato, sorpassato), 7) fare attenzione a quelle parole che all’ascolto possono avere diverse interpretazioni e quindi evitare di collocarle nello stesso periodo (ad esempio l’enorme e le norme) 8) evitare il susseguirsi di troppi che nello stesso periodo; questi che, servendo ad usi diversi, obbligano ogni volta l’ascoltatore a stabilire se sono pronomi o congiunzioni: nel dubbio smarrisce il senso del discorso. Altre regole, ma forse sarebbe più giusto chiamarli trucchi del mestiere, interessano gli autori di radiodrammi spesso alle prese con la difficoltà di far capire agli ascoltatori che è trascorso del tempo tra due scene successive, o di far capire stati d’animo, oppure l’ambiente in cui si svolge la scena senza fare ricorso al cosiddetto narratore.

 

[19] Il Governo italiano, poco informato sui problemi della comprensibilità,  ha pensato bene di chiamare il vecchio Ministero del lavoro, Ministero del welfare.

[20] Anche la televisione qualche volta viene solo sentita e non guardata.

[21] Attualmente costituiscono una delle tipologie (format) della televisione.

[22] L’intervista televisiva richiede, oltre al giornalista, un operatore e buone condizioni di luce, inoltre i tempi del montaggio televisivo sono più lunghi.

[23] L’intervista chiusa viene effettuata generalmente nei confronti di alte personalità che rivestono particolari ruoli istituzionali, oppure nel caso di trasmissioni culturali nelle quali, se si vuole ottenere sufficiente chiarezza, è indispensabile che l’intervistato conosca in anticipo le domande.

[24] “Chiamate Roma 3131”, condotta da Franco Moccagatta.

[25] Diversi anni prima dalla giornalista Pia Moretti in “Confidenze al telefono ” e negli anni ’60 in “Personaggi del mattino”

 

[26] U. Eco: Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1959

[27] Altri hanno visto la televisione come una radio a cui è stata aggiunta la visione.

[28]La videoregistrazione su nastro magnetico, realizzata dopo anni di sperimen-tazione, nel 1956, dalla statunitense Ampex Corporate, aveva rappresentato per anni uno dei grandi sogni non solo dei registi ma anche degli Enti televisivi che auspicavano l’invenzione di un sistema che potesse conservare il programma onde poterlo riutilizzare.

[29]Dovranno passare quindici anni prima che i “lettori” siano sostituiti dai giornalisti.

[30] Ormai relegate in soffitta e sostituite dalle telecamere portatili.

[31] In inglese prime time.

[32] Il merito va ascritto principalmente ad Alberto Manzi , maestro elementare, che divenne uno dei personaggi più polari in Italia ma anche all’estero in quei Paesi (Giappone, vari paesi africani, paesi dell’area latino-americana) nei quali la trasmissione, anche se con opportuni adattamenti, fu importata.

[33] Tullio Di Mauro : “Lingua parlata in TV” in “Televisione e vita italiana”, Torino, ERI, 1968

[34] Alla fine degli anni ’50 in alcuni paesi, le donne vestivano e si acconciavano i capelli ancora come le loro nonne, il fatto che esistessero parrucchieri per signora era del tutto ignorato.

[35] Questa visione apocalittica della famiglia, assolutamente reale alla fine degli anni ’50, è andata via via scomparendo. Il televisore, anche se continua a essere trattato con un particolare riguardo rispetto agli altri elettrodomestici, non rappresenta più per fortuna un totem, anche se frequentemente è ancora oggi usato quale baby sitter.

[36] Si è parlato di lavaggio del cervello, di persuasione occulta, di invito al consumismo.

[37] Mi riferisco ai giornalisti professionisti Costanzo, Vespa, Biagi, Santoro, Lerner, Ferrara ma anche a personaggi del mondo dello spettacolo come Benigni, Fiorello, Zanicchi ecc.

[38] Alla vecchia frase “l’ha detto la radio” si è sostituita “l’ha detto la televisione”.

[39] “Be’ lei ora è microfonato” (Costanzo), “Vuole un aiutino” (Scotti). “Il magistrato ha interrogato il supertestimone….”

[40] “detto ciò”, “come dire”.

[41] “aiuti umanitari” (esistono aiuti che non sono umanitari?), “inchiesta a 360 gradi”, “indagine conoscitiva” (esistono indagini che non siano conoscitive?), “giungla retributiva”, “ampia convergenza” ecc.

[42] Umberto Eco: “I programmi televisivi di intrattenimento”, Nuova ERI, 1981 la chiama “paleotelevisione” in contrasto alla televisione attuale chiamata “neotelevisione”.

[43] I televisori avevano, nel 1954, schermi standard di 17 e 21 pollici. Solo in alcune grandi città, e a prezzi astronomici, era possibile acquistare apparecchi, prodotti negli Stati Uniti, con schermi da 24 e 27 pollici.

[44] La telecamera era montata su un carrello, mosso da motori elettrici o spinto a mano, chiamato “dolly”.

[45] Un altro programma con questa tipologia è stato, nel 1983, “Pronto Raffaella?”

[46] “Carosello”, trasmesso dopo il Telegiornale delle 20, era un’antologia di filmati, ciascuno della durata di pochi minuti, che narravano una storia completa e nei quali era inserito il messaggio pubblicitario, la cui lunghezza era rigorosamente stabilita..

[47] Il primo programma che stravolge il vecchio linguaggio televisivo è “Orlando furioso” di Luca Ronconi che suscita grandi entusiasmi tra i critici ma anche vivaci proteste.

[48]Imbracatura, completa di telecamera di piccole dimensioni, del peso complessivo di 20 Kg, munita di sistemi antirollio, che, indossata da un cameramen, giovane e robusto, viene utilizzata, in movimento, per riprese ravvicinate soprattutto negli spettacoli di varietà.

[49] Telecamera sospesa a un dirigibile pilotata via filo o via onde radio.

[50] Un serial è un programma, generalmente di breve durata, che viene trasmesso a puntate fino a che il pubblico non dimostra segni di disaffezione. Il più famoso serial è “Beautiful ”, trasmesso dal lunedì al venerdì, giunto ormai a oltre 3700 puntate.

[51] 18 ottobre 1976

[52] La critica e il pubblico ne sono talmente consapevoli che non dicono ad esempio “Il TG di Canale5” ma “Il TG di Mentana”.