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Marzia Giua

La  comunicazione  

medico paziente

 

 

Saggi e Studi di Pubblicistica

ROMA 

©(Tutti i diritti riservati)  

 

PREMESSA

 

 

      Sicuramente nell’epoca in cui viviamo, tutto ciò che ci riguarda e che ci circonda ha a che fare in qualche modo con la comunicazione. La società attuale però vive un momento in cui tale comunicazione spesso è a senso unico, cioè non si occupa di arrivare a capire e avvicinare la maggior parte delle persone. Il senso comune è molte volte quello di trovare consensi, aiuti, di vendere il più possibile, perdendo di vista l’obiettivo che la comunicazione ha in sé, già nella sua accezione di derivazione latina, “communicare” quindi trasmettere e dare a tutti un qualcosa.

     In alcuni ambiti poi, più che in altri, si rende ancora più urgente una chiarificazione del termine comunicazione, per il fatto che un tipo che fosse dannosa o anche soltanto deficitaria, potrebbe avere conseguenze irreversibili di incomprensione, insoddisfazione e malcontento, là dove tutto questo deve essere ovviamente non consentito: dove ci sono pazienti che soffrono.

    Si potrebbe chiamare ospedale o centri di ricovero, ma definendoli dei luoghi in cui ci sono delle persone che hanno un bisogno, riusciamo a capire come il lato umano e sensibile di ogni persona che si occupa di comunicazione, debba in tal caso essere prevalente.

 

    Si può dire che la medicina abbia come fondamentale obiettivo quello di aiutare ad allungare la vita e guarire dalle malattie. Aumentando la specializzazione in diversi ambiti, si è però arrivati anche a dividere e parcellizzare sempre più lo studio dell’essere umano. Ogni medico è attento al suo specifico campo di studio, sempre meno, però, ad una visione globale del soggetto che va da lui e dice “sono ammalato”.

    Per capire meglio la difficile interpretazione del rapporto medico-paziente e l’ottica con cui si vive l’esperienza della malattia, si deve far riferimento alla normale diversificazione con cui si parla di questa, introducendo i concetti di illness e disease. Illness è la sensazione che il soggetto ha del proprio star male, una percezione personale che lo porta ad entrare in contatto con i suoi pensieri e sentimenti. Invece il Disease è la malattia fisica vera e propria che colpisce il malato e riguarda tutti i sintomi che il medico può constatare e che gli serve per fare la diagnosi ed occuparsi del reale stato di salute del soggetto. La netta differenza è che nel primo termine viene racchiuso tutto il mondo intimi di chi soffre, le sue paure, le ansie che accompagnano il disagio; nel secondo invece usiamo specificare quel lato puramente sintomatico che interessa i sanitari e che si può misura in maniera scientifica, ciò che causa realmente la malattia. Dal punto di vista medico, spesso, si è portati a dare peso solo ai lati fisici del problema “malattia”,senza dare troppa attenzione a come si sente chi ne soffre, a come quella diversa condizione dalle abituali condizioni di vita porti uno sconvolgimento nel mondo personale del soggetto.

    Ciò che deve interessare un intervento mirato a capire e comprendere tutte le dinamiche soggettive della malattia da parte del paziente, è agevolare la comprensione del disease, e prendere realmente in considerazione il lato emozionale di questi pazienti.

 

    Diversi studi che sono stati fatto negli Stati Uniti e che poi sono stati ripresi anche nella Regione Lazio, in particolare nell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, hanno dimostrato che la comunicazione tra medico e paziente, nel caso suddetto riferendosi a problematiche oncologiche, possono determinare una situazione positiva di scambio che permette alla due parti in gioco di comprendersi, aprirsi e giungere ad un punto di comunicazione bidirezionale.

    Tutto ciò deve essere supportato da una disponibilità dell’equipe medica a prefiggersi l’obiettivo di comunicare al paziente nel modo più umano possibile, cercando di capire come un ambiente di aperta comunicazione e comprensione reciproca possa facilitare la compliance terapeutica.

 

OBIETTIVI DI UN PROGETTO DI COMUNICAZIONE MEDICO – PAZIENTE

   

● Capire che tipo di equipe si ha a disposizione, intendendo definire la presenza di medici, assistenti sociali, psicologi, personale istruito.

 

● Valutare il bisogno di comunicazione diretta ai pazienti, attraverso indagini e test direttamente rilevati sul campo; questo si ottiene facendo interviste a coloro che si trovano nella condizione di necessità.

 

● Capire se i medici e l’equipe, che si occupa di questi pazienti, è in grado di attivarsi in maniera corretta per capire le esigenze non solo mediche ma anche umane di chi si rivolge a loro.

 

● Cercare di pianificare delle attività di intervento che possano essere poi proposte per migliorare la situazione comunicativa a livello del paziente e della struttura sanitaria.

 

● Preparare delle ipotesi di formazione del personale e un addestramento che si possa attuare nell’equipe, vedendo che tipo di reazione hanno medici e paramedici, e questi con i pazienti.

 

● Capire come attivare tale piano operativo e notare l’impatto che questo può avere nella nuova gestione della relazione tra pazienti e operatori.

 

► Tutto ciò deve essere quindi centrato sulla comprensione reale del problema; partendo dalla comprensione delle difficoltà e delle esigenze che i pazienti hanno nei luoghi di ricovero, si può arrivare a somministrare dei test e delle interviste per catalogare poi le informazioni ricevute. Di tutti elementi se ne fa un uso pratico, cercando di mettere in pratica degli obiettivi di miglioramento della comunicazione fra questi due mondi necessariamente complementari. La fase di sperimentazione delle ipotesi e la formazione di un nuovo tipo di approccio al paziente, deve sempre essere seguito da una costante rilevazione del punto di vista degli utenti, che essendo delle persone sofferenti, devono sentire, in questa modalità di comunicazione, il tentativo di risolvere le loro necessità.

    Dal punto di vista dell’azienda sanitaria, è importante capire come i pazienti si sentono emotivamente nella struttura, perché sta nei piccoli tentativi di agevolare la loro permanenza, che si può trovare la chiave per una collaborazione attiva da entrambe le parti.

    Bisogna ricordarsi che il paziente non è soltanto un caso clinico che ha dei problemi fisici da risolvere, ma soprattutto una persona unica e diversa da altre che deve essere trattata tenendo conto di tutto quel patrimonio di esperienze, affetti, paure e rapporti personali, che lo rendono un essere umano fatto di sensibilità ed emozioni.

 

 

UN CASO PARTICOLARE DI NECESSARIA COMUNICAZIONE

 

    La difficile comunicazione nell’ambito sanitario viene resa ancora più complicata quando di fronte a noi si ha un paziente che vive un contesto di malattia che non concede molte vie d’uscita, ma che lo accompagna in una realtà da cui è impossibile tirarsi fuori, e che lentamente lo conduce alla fine.

    Bisogna ricordare la modalità relazionale che il malato terminale adotta nei confronti dei suoi familiari e verso l’equipe medica e paramendica, perché questa può influire in modo negativo o positivo sulla sua emotività.

 

 

 

 

                                                                                                                                                            Diagramma radiale

    Questo schema mostra come sia fondamentale capire il feedback esistente tra elementi psicologici fortemente presenti nel “campo psicologico” del canceroso.

    Da quanto emerso in moltissimi studi che evidenziano l’importanza di eventi stressanti nella insorgenza delle malattie neoplastiche, si può sostenere che i meccanismi psicologici, contemporanei alla malattia, siano decisamente fondamentali per la prognosi. Si può capire come sia possibile relazionarsi con questo campo psicologico ed, agendo su di esso, ottenere dei miglioramenti per la vita del paziente.

    Primo fattore da considerare e rilevare è il personale medico e paramedico. Quello che riguarda la comunicazione col paziente diventa l’obiettivo di questa equipe, che dovrà relazionarsi con i malati, spiegando la complessità della malattia e insegnando ad elaborare un dolore grandissimo. Ma è per il medico stesso che i problemi nascono trattando questo tipo di pazienti. La sua professione lo porta cercare il successo della guarigione, non a sottomettersi ad una volontà maggiore che mette fine alla sua possibilità di cura. Perciò il medico deve in primo luogo prendere coscienza dei suoi inevitabili limiti, e solo in quel momento potrà attivare una umana e sentita comunicazione col paziente.

    Come ho già detto sopra, il ruolo del medico è quello di apportare delle situazione di accettazione della malattia incurabile, dando soprattutto importanza alla sfera emotiva e sentimentale del malato, l’illness.

    Per fare ciò bisogna considerare tutte le esigenze e le necessità che sono  presenti quando si tratta con malati terminali, sottolineando anche il ruolo della famiglia e il rapporto che esiste all’interno del nucleo stesso.

Formazione psicologica dell’equipe

    Il personale curante deve essere formato per aiutare psicologicamente il paziente. Ciò significa che la comunicazione a cui si dovrà attenere il personale sarà di tipo sincero ed empatico, basato sulla totale disponibilità a cooperare per spiegare al meglio tutto ciò che succede e che si dovrà affrontare.

    Siccome anche chi fa parte della struttura è un essere umano, la formazione ad esso diretta deve avere l’obiettivo di rendere più semplice la comunicazione tra le parti, tenendo conto che si ha a che fare con malati e con la loro famiglia, e costantemente si deve riuscire a scaricare la tensione che si accumula in questi casi. La necessaria elaborazione della situazione a cui sono sottoposti i membri dell’equipe, và stimolata perché si riesca a sopportare l’ansia di avere sempre d’avanti il senso di finitudine e incurabilità.

Sostegno alla famiglia

    Questo tipo di malattie è una malattia “sistemica”,ovvero prende nel suo raggio non solo il paziente in quanto malato, ma anche tutta la sua famiglia che lo accompagna in ogni fase e che deve essere considerata parte fondamentale del processo di comunicazione. Il malato passa molto del suo tempo in casa, e l’affetto dei suoi familiari deve essere alleggerito da quell’ansia che circonda la sua malattia, in modo da essere più positivo e semplice.

    La famiglia affronta una situazione complessa, costretta ad una realtà dolorosa che destabilizza l’intero nucleo.

    La comunicazione rivolta alla famiglia del paziente deve perciò:

               -         considerare tutte le dinamiche che ruotano intorno alle varie figure che la compongono.

               -         evidenziare eventuali conflitti intrafamiliari che potrebbero interferire con la positiva degenza                       del malato in casa.

               -         Capire che tipo di relazioni esistono tra le persone che compongono il nucleo, tenendo sotto                        controllo i possibili cambiamenti che sorgono durante l’avanzamento della malattia.

 

    L’equipe che si occupa di ciò, deve controllare come la malattia viene vissuta, come si può arginare lo stress. La comunicazione nella famiglia del malato deve essere incentrata a rilevare e stimolare la presenza delle risorse positive; a contenere lo stress che inevitabilmente la malattia comporta; creare una comunicazione reale e sincera tra tutti i membri che creano il nucleo familiare, tra loro e l’equipe e con il malato; ascoltare tutte le reazioni che vengono a galla nel rapportarsi con una situazione di tale entità; aiutare ad elaborare il lutto con la famiglia, facendosi carica di tutte le dolorose conseguenze che una perdita porta con sé.

Sostegno al malato terminale

    Tutta la comunicazione che si è fatta tra l’equipe e la famiglia, prende davvero corpo nella relazione con il malato.

    Rendersi conto che la propria vita ha davvero una fine e che i progetti fatti fino a quel momento non avranno seguito, porta con sé scoraggiamento, delusione, rabbia, paura e frustrazione. Tutto questo deve essere considerato nel momento in cui si parla col paziente, momento in cui la comunicazione deve essere davvero funzionante, certa, corretta.

    Da ciò deve partire la relazione che il personale curante avrà con questo soggetto malato, cercando di appoggiarlo per dargli certezza che non verrà lasciato solo, che avrà le corrette cure mediche, che la sua famiglia avrà qualcuno, anche dopo la fine, con cui sostenersi, condividere il dolore.

    Ma la comunicazione che si deve attivare in questi ambiti deve essere la più vera e  sentita possibile, perché il malato che abbiamo di fronte è una persona con un passato, un presente difficile, che non avrà un futuro, ma che porta un bagaglio di sentimenti e pensieri che devono trovare, in questo canale comunicativo con l’equipe, una via di ascolto e soprattutto di presenza attenta e personalmente umana.

 

                                                                             Marzia Giua

 

 

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