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Interviste  e  articoli

di

Elisabetta  Bernardini

 

 

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Intervista a ALDO FILIPPO SPATARO

Intervista a GUIDO DEL GIUDICE

Intervista a RAFFAELLO MARTINELLI

Intervista a FLAVIO OREGLIO

Intervista a GIULIETTO CHIESA

Intervista a SABINO CARONIA

Intervista a ANTONIO CAPRARICA

Intervista a SALVATORE CALLERI

Intervista a MONGI BOUSNINA                   Islanda magica -Thor Vilhjalmsson

Intervista a SERGIO PALLAVICINI              Nuovo vocabolario "Devoto-Oli"  

Intervista a ANTONIO GALDO                     La Dante Alighieri in Giappone 

Intervista a NADIR AZIZA                            Lingua italiana e immigrazione

Intervista a GIULIO ANDREOTTI                 In Spagna, premiata la Dante

Intervista a CARLO PANELLA                     Biennale di Venezia

Intervista a DORELLO FERRARI                 Mondializzazione e Mediterraneo

Intervista a MARIO BACCINI                        Sirio: una stella, una dea

Intervista a RICHARD FLANAGAN  

Intervista a LAURENCE GARDNER

Intervista a THOR VILHJALMSSON

 

 

 

INTERVISTA AD ALDO FILIPPO SPATARO 

(18 settembre 2012)

 

Aldo Filippo Spataro è un giovane scrittore palermitano, autore di un giallo dal titolo Hotel Patria “Palermo Horror Story”. La versione cartacea di questo scritto non è al momento disponibile e si può leggere solo sul suo blog http://holdinissimo.blogspot.it 

L’ho incontrato twittando e twittando l’ho intervistato.

I 140 caratteri offerti da Twitter certo sono pochi per un’intervista approfondita, ma sufficienti per riassumere l’essenza di un autore nuovo e abile, dalla scrittura sicuramente coinvolgente, capace di attirare subito il lettore dalle prime battute.

 

D) Aldo Filippo Spataro cosa ti spinge a scrivere horror?

 

R)ho scritto di tutto nella vita, questo genere inquietante mi intriga perché unisce mistero, suspense storia e passione…

 

D) C’è qualcosa di personale in quello che scrivi? timori paure angosce… come soleva dire Hitchcock la sua arte esprimeva se stesso…

 

R) Non esiste scrittura che non rifletta la psiche di chi scrive, di certo nella realtà non sono un serial killer… ma sicuramente, in fondo siamo uccisori della realtà sotto la firma del sogno…

 

D) Per ora il tuo racconto è pubblicato solo su internet, quanti lettori hai sul tuo blog?

R) Il libro per ora è un sogno nel cassetto in attesa che un editore si faccia avanti… e per ora c’è il blog. Al momento sono registrati duemila lettori…quando arrivi a duemila, questi non sono sicuramente solo gli amici…

 

D) Non è poco avere duemila lettori…

 

R) Sono soddisfattissimo perché non sono solo amici, ma anche molti sconosciuti ora sono miei lettori, ho le lacrime agli occhi. Grazie per l’attenzione riservata al mio racconto horror.

 

D) Dalle prime battute il tuo racconto attira il lettore e questo è a tuo vantaggio…si legge che è un piacere… questo è il messaggio che posso lanciare a un qualche editore affinché sappia comprendere il valore della tua opera..

 

R)Un giorno arriverà un mentore che si innamorerà della mia scrittura e farà di me un autore letto e apprezzato. Ovviamente sarebbe un sogno surreale ricevere una recensione da una mente come te, non sono che uno scribacchino…

 

Grazie Aldo Filippo, è la tua umiltà che ti fa grande….

 

 

 

INTERVISTA A GUIDO DEL GIUDICE 

(19 luglio 2012)

 

D) Professor Del Giudice, come si è avvicinato a Giordano Bruno, quando ha incominciato ad appassionarsi a questa figura, se di una passione si tratta…

 

R) La mia passione per Bruno nasce sui banchi del liceo classico Umberto I di Napoli, dove sono nato.

Mi ha sempre colpito che nonostante le attestazioni di stima e di ammirazione, nel corso di questi quattro secoli, le Sue opere e il Suo pensiero non avessero avuto il riconoscimento e la diffusione che avrebbero meritato. Quasi per gioco, nel 1998, decisi di creare un sito web dedicato al Nolano. Con mia grande sorpresa, cominciai a ricevere numerosi messaggi e iscrizioni alla mailing list e, cosa ancor più sorprendente, da tutto il mondo e in tutte le lingue. Ciò rafforzò il mio impegno, facendomi capire il grande interesse per il filosofo. L’impulso decisivo giunse nell’anno 2000, ricorrenza del IV centenario del “rogo di Campo de’ fiori”, quando il mio sito diventò il punto di riferimento di studiosi e semplici appassionati, desiderosi di dare il loro contributo per tener desta la memoria e l’insegnamento del filosofo Nolano. Bruno non rifiutava nessuna via d’accesso alla conoscenza: il maestro dell’ars memoriae, teorizzatore di un’intelligenza artificiale, non avrebbe sicuramente disdegnato, oggi, di navigare su Internet.

 

D) Per questo, immagino, intitolò il suo primo libro “www Giordano Bruno”…

 

R) Nel 2000 uscì anche il mio primo libro sul filosofo dal titolo “www giordano bruno”, ispirato proprio alla mia esperienza di divulgazione sul Web. Ad esso ne sono seguiti fino ad oggi altri sei, tutti per i tipi dell’editore Di Renzo, si tratta di studi come “La coincidenza degli opposti. Giordano Bruno tra Oriente e Occidente” e il recentissimo “Io dirò la verità”, o di traduzioni di opere Bruniane, alcune assolutamente inedite come “La disputa di Cambrai” e la “Somma dei termini metafisici”, precedute da saggi introduttivi che ne chiariscono luoghi e personaggi. Il mio metodo di ricerca, infatti, consiste nel recarmi personalmente sui luoghi dove le opere sono state composte per ricrearne le atmosfere e scoprire particolari inediti. E’ un approccio che, nel caso di un personaggio come Bruno perennemente “on the road”, si è rivelato particolarmente fecondo, consentendomi alcune notevoli inedite scoperte, come quelle di una firma autografa del filosofo e dei contatti intercorsi con il movimento dei Rosacroce.

 

D) Oltre al sito internet e ai suoi libri, a destare altrettanto interesse è sia il film documentario “Giordano Bruno e i Rosacroce” e sia il video pubblicato su Youtube dal titolo “sulle orme di Giordano Bruno”.  Seguendo un po’ tutto il percorso editoriale a lui dedicato, devo dire prima di tutto che di quest’uomo, di questo filosofo, emerge una figura piuttosto inquietante e tormentata e la mia impressione è che Giordano Bruno fosse un uomo veramente intelligente e sensibile, molto razionale ma, in realtà, alla disperata ricerca di Dio, e sappiamo che Dio difficilmente si trova percorrendo le vie della “razionalità”. Giordano Bruno tentò addirittura di spiegare chi o che cosa fosse in realtà Dio e alla fine, lo definisce presente nella Natura, come Chi crea la Natura ma questa presenza è come un’ombra allora tutto è “ombratile”… che delusione!

 

R) Non c’è nulla di più sbagliato del parlare di un “ateismo” di Bruno. Per lui Dio esiste ed è uno: Unico e Solo. Ma questo è tutto ciò che se ne può dire, poiché ineffabile è la sua identità. Perciò, se l’esistenza di Dio per Bruno non è mai in discussione, non per questo si può accedere alla sua conoscenza per via razionale. Egli è talmente al di là delle nostre capacità di comprensione da rendere inutile qualsiasi tentativo di figurarcene l’essenza e gli attributi. Ciò che possiamo, invece, arrivare a contemplare, con un enorme sforzo di conoscenza, è la sua forma comunicata, quella “umbratile” che coincide con ciò che chiamiamo universo. Personalmente, mi sembra un’impresa tutt’altro che deludente rintracciare l’orma divina nei meccanismi eterni che regolano la Natura.

 

D) Ma che tipo di uomo emerge dalle sue ricerche, chi è Giordano Bruno che lei definisce un maratoneta del pensiero?

 

R) La mia definizione di “maratoneta del pensiero” si riferisce all’instancabile, frenetica peregrinatio che spinse quest’uomo “piccolo e scarno” a percorrere, in balia di cocchieri disonesti e insidie di ogni genere, circa diecimila chilometri, in una Europa dilaniata da guerre civili e conflitti religiosi. Descrivere in modo conciso ed efficace chi era veramente Giordano Bruno non è impresa facile: saranno i lettori a giudicare se, nel mio libro, ci sono riuscito, almeno in parte. Di certo sono da evitare le etichette di stampo anticlericale che si cerca di affibbiargli: la sua condanna di tutte le chiese non riguardava l’istituzione in quanto tale che anzi, in ossequio ai principi Machiavellici, riteneva utile a mantenere il volgo nell’ordine e nella pace sociale. Egli non fu, dunque, un martire; fu semplicemente un pensatore illuminato e coerente fino allo stremo. Era uno di quegli esseri geniali in anticipo sui tempi, quei Mercuri inviati sulla terra in determinate epoche, ispirati da una visione profetica dell’umanità e dell’universo. Era uno che amava la vita in tutti i suoi aspetti, poiché riconosceva in tutte le sue manifestazioni, l’espressione della divinità. Era conscio del proprio valore e rispettava quello degli altri, quello vero però, non quello stabilito dalle consuetudini e dalle convenienze. Furono questi gli ideali che egli perseguì per tutta la vita, fino all’estrema conseguenza del rogo di Campo de’ Fiori.

 

D) Come può Giordano Bruno affermare “io dirò la verità” a quale verità si riferisce? Considerando che questa frase è diventata il titolo del suo libro…

 

R) “Io dirò la verità” è la formula con cui Bruno inizia i suoi “costituti”, ossia gli interrogatori davanti al tribunale dell’Inquisizione veneta. Ho preso a prestito questa frase, come titolo del mio libro, per esprimere, allo stesso tempo, il rigore filosofico che animava il Nolano e il tentativo che ha sempre ispirato la mia ricerca, di far conoscere i suoi veri insegnamenti, aldilà delle strumentalizzazioni culturali e politico-religiose, di cui sono stati oggetto nel corso dei secoli, fino ad oggi.

 

D) Oggi, a distanza di secoli dall’epoca in cui si muoveva Giordano Bruno, e in considerazione del fatto che la nostra epoca è sostanzialmente mutata, improntata da grandi trasformazioni socio-culturali, (quella stessa Chiesa, che bruciò Giordano Bruno, dimostra ora un certo ravvedimento riguardo a quel tragico episodio), appunto ancora oggi la figura di questo filosofo fa molto parlare e discutere, ed ha molti seguaci, perché questo? Oltretutto come abbiamo già detto, lei ha messo in internet un sito interamente dedicato al filosofo nolano: che insegnamenti possiamo, o dobbiamo, trarre da Giordano Bruno e dal suo pensiero. Non sarà forse quest’uomo considerato un po’ come un mito?

 

R) Quanto al ravvedimento della Chiesa, ci andrei cauto. il Nolano e la Chiesa cattolica sono inconciliabili, in quanto la filosofia bruniana e’ radicalmente anticristiana. Non credo alla riabilitazione del Vaticano, e ricordo che già nel Duemila, in occasione del quarto centenario del rogo, la lettera del cardinal Sodano fu esplicita: pur concedendo la sproporzione della condanna inflitta al filosofo, la Chiesa ne difendeva ancora storicamente la legittimità.  Per quanto detto, è chiaro che definirsi “seguace” di un personaggio che fu sempre avverso a settarismi di qualsiasi genere al punto da stabilire l’invidiabile record di farsi scomunicare da tutte le principali Chiese, non può certo nascere da faziosità o fanatismo.                                                  

Sentirsi discepoli del Nolano significa anzi esattamente I’opposto. “Seguace”, di Bruno è chi è pronto a battersi a qualsiasi costo in nome della tolleranza e della libertà di pensiero e, soprattutto non è schiavo di quell’abitudine a credere che egli identificasse nei peripatetici, ottusi assertori di una dottrina, quella di Aristotele, non soltanto criticabile ma che nemmeno conoscevano perfettamente. Bruno si era definito, nel prologo del Candelaio “academico di nulla academia”. Per lui i parrucconi che sentenziavano dall’alto dei pulpiti universitari erano soltanto dei “pedanti”. La distinzione ha un’importanza fondamentale ancora oggi perché si sono creati, intorno alla figura del Nolano, due distinti gruppi di appassionati: da un lato i ‘Brunisti”, per lo più di ambiente universitario, animati quindi da un interesse essenzialmente professionale, e dall’altro i "Bruniani”, ammiratori autentici, conquistati dal fascino e dagli insegnamenti del filosofo. Non c’è alcun rapporto di subalternità tra i due schieramenti, anzi molto spesso i Bruniani si rivelano molto più fedeli ai veri ideali del Nolano rispetto a chi ne fa soltanto un argomento di disputa accademica, spesso nemmeno tanto edificante. L’osservatorio privilegiato costituito dal mio sito web mi ha consentito, negli anni, di apprezzare il notevole impegno con cui migliaia di liberi pensatori nel mondo s’interessano all’opera di Bruno. La questione del “mito” è, nel caso di Bruno, particolarmente delicata e importante. Il tragico rogo di Campo de’ fiori rappresenta ancora oggi, al tempo stesso, la sua condanna e la sua consacrazione. Se da un lato, infatti, ne ha tenuto desto il ricordo, nonostante la persecuzione di cattolici e accademici, dall’altro ha alimentato quei falsi miti del “mago” e del “martire”, che continuano a ostacolare la corretta interpretazione di un pensiero quanto mai vivo e attuale.

 

D) Professore, può indicarci i punti essenziali del suo libro, quelli che contraddistinguono la sua pubblicazione, in mezzo alle innumerevoli edizioni pubblicate anche di recente non solo in Italia?

 

R) I miei precedenti lavori, pur sforzandosi di venire incontro alle esigenze di un pubblico che non fosse di soli specialisti, presupponevano una conoscenza di base della “Nolana filosofia”. E’ il caso de “La coincidenza degli opposti” in cui ho evidenziato le analogie esistenti tra aspetti della filosofia di Bruno e le dottrine orientali. Negli altri casi si trattava della traduzione italiana di opere finora inedite perché giudicate minori ma contenenti preziosi spunti per una migliore definizione del suo pensiero. Con “Io dirò la verità” mi sono proposto, invece,  di realizzare un’opera che offrisse ai semplici appassionati, e soprattutto agli studenti, una visione globale del pensiero e della tormentata vicenda umana del filosofo, riassumendone gli aspetti fondamentali in una forma, quella dell’ “intervista immaginaria”, decisamente più accessibile e accattivante. La scelta della forma dialogica è stata dettata dalla volontà di presentare il complesso sistema di pensiero di Giordano Bruno, non limitandosi, come solitamente avviene, alle idee cosmologiche e anticattoliche, in uno stile piano e comprensibile anche a chi si avvicini al filosofo con un approccio non accademico. L’incontro in carcere con i suoi accusatori ha rappresentato il pretesto ideale per consentire al Nolano di illustrare in prima persona le sue posizioni filosofiche, nell’ambito di una cornice storica ricostruita sulla scorta d’inedite ricerche. Quest’opera costituisce un po’ il condensato della mia interpretazione Bruniana e si rivolge principalmente ai giovani, che da oltre un decennio mi propongo di avvicinare al pensiero del filosofo. Il libro costituisce, a mio avviso, lo strumento ideale per avvicinare in modo corretto il filosofo Bruno al grande pubblico, per cui un progetto che mi sta particolarmente a cuore è di realizzarne la traduzione nelle principali lingue estere. Non per niente, il Nolano fu uno dei primi a sostenere l’importanza delle traduzioni, essenziali perché tutte le scienze possano diffondersi, anche a rischio di piccoli travisamenti del pensiero. Nel frattempo continuerò, con entusiasmo, a mettere le mie conoscenze a disposizione di chiunque voglia approfondire la conoscenza del Nolano, utilizzando linguaggi più moderni e diretti, come avvenuto per i due documentari che lei ha ricordato, che hanno riscosso notevole successo e che avranno presto un seguito.

 

D) Anche il collegamento di Bruno con i Rosacroce è sicuramente un elemento centrale e distintivo nella sua opera. Questa scoperta in che modo trasforma e arricchisce il dibattito sul filosofo campano?

 

R) Gli studi effettuati per la realizzazione della prima traduzione in assoluto della “Summa terminorum metaphysicorum” mi hanno, in effetti, consentito di aprire un inedito, interessante filone di ricerca e di dibattito. Le mie scoperte sui rapporti tra Bruno e i movimenti proto rosacrociani hanno dato conferma e sostanza alle ipotesi, che erano state soltanto abbozzate dalla grande Frances Yates. L’insegnamento di Bruno e la setta di Giordanisti da lui fondata in Germania esercitarono un influsso che ancora oggi è riconosciuto con convinzione dal movimento rosacrociano. Soprattutto intorno alla teoria del macrocosmo e del microcosmo è possibile rintracciare un’evidente sintonia tra la Nolana filosofia e la dottrina dei Rosacroce. Non si può parlare, però, di un arruolamento militante del filosofo nel movimento. Fondamentale, nel delimitare le differenze, è il radicale anticristianesimo del Nolano, che vede in Cristo soltanto un uomo, e a nessun uomo egli riconosce una funzione intermediatrice che ognuno di noi già non possegga. Bruno non riconosce nessuna autorità umana nel relazionarsi ad un Dio peraltro inconoscibile nella sua vera essenza. La genealogia dell’antica sapienza, per lui si arresta in Egitto. La sua strada e quella dei Rosacroce, dopo un comune cammino, divergono all’incrocio col Cristianesimo. A parte queste dovute distinzioni, restano innegabili le analogie e le assonanze. Se è possibile che già durante il periodo zurighese, siano emerse suggestioni rosacrociane, è in sostanza certo che il suo allievo Raphael Egli convogliò successivamente parecchi dei concetti che aveva assimilato durante la sua frequentazione Bruniana, nella dottrina della Confraternita, di cui in Germania fu un sicuro ispiratore.

 

D) Questa sua importante attività di ricerca trasposta nel libro “Io dirò la verità”, avrà un seguito?

 

R) Soltanto una parte dei Testi di Egli conservati a Zurigo è stata studiata nei dettagli: vi è una massa notevole di manoscritti che attende ancora di essere analizzata. Il progetto al quale sto lavorando adesso è quello di approfondire lo studio di questi documenti, per realizzare un saggio che inquadri in maniera definitiva e il più possibile circostanziata, i rapporti tra Giordano Bruno e il movimento dei Rosacroce.

 

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INTERVISTA A MONS. RAFFAELLO MARTINELLI

(30 maggio 2012)

 

D) Mons. Martinelli, in riferimento a questo suo ultimo libro, lei si cimenta in una pubblicazione basata su dei temi di attualità che affronta prendendo come punto di riferimento i documenti della Santa Sede, ed esponendo quanto la Fede cattolica afferma in merito alla modernità. Cominciando proprio dall’Autore, esattamente lo scorso 8 aprile, lei ha festeggiato i suoi quarant’anni di sacerdozio. Rimanendo appunto in tema di modernità, che cosa significa essere sacerdote oggi, rispetto al passato?

 

R) Beh, sicuramente alcune cose restano tali e quali, in quanto essere sacerdote è determinato da Dio per cui certi elementi, certi pilastri, rimangono identici, anche col passare del tempo. Altre cose, il contesto in cui il sacerdote opera, le persone, le modalità di esercizio, il modo di accostarsi ai vari problemi, agli avvenimenti, e soprattutto alle persone, certo che cambiano…

 

D) Nel libro, uno dei temi fra i più approfonditi è quello della famiglia, e dell’importanza che questa riveste nella società. Le chiedo, ma lei non ha mai pensato, prima di entrare in seminario, di avere una vita diversa, ad avere una famiglia, anziché diventare sacerdote?

 

R) Tenga presente che non si può essere ordinati sacerdoti prima dei 24 anni di età, e se non c’è un Vescovo che ordini un uomo sacerdote, questo non può accedere al sacerdozio, né può avere mai la certezza di essere chiamato a ricevere questo stupendo dono di Dio.

Pertanto quando uno sente questa vocazione, che può avvenire in qualsiasi momento della vita, dopo attente riflessioni che si valutano in particolare anche in famiglia, in parrocchia, in seminario…si prende la decisione.

Ad avere una famiglia, certo che ho pensato alla possibilità di avere una famiglia ed è logico, anzi doveroso, che uno ci pensi.

Ma ogni scelta per la propria vita va fatta in modo responsabile, e soprattutto ci si deve, da ragazzi e da giovani, porre la domanda: Signore, tu che mi conosci e mi ami più e prima di ogni altro, e che vuoi la mia piena e vera felicità, quale progetto hai su di me, che cosa desideri che io faccia da grande?

Affinché una scelta sia fatta con sensatezza, è necessario prima approfondire, verificare. E affinché una scelta sia fatta in modo maturo e responsabile si devono prendere in considerazione anche altre scelte.

Io fra l’altro provengo da una famiglia molto unita e numerosa, con due genitori che erano molto uniti fra loro, ho sorelle e fratello, che sono sposati, sono zio e anche prozio…dunque possibilità, occasioni di pensare a farmi una famiglia ne ho avute molte.

Ogni scelta poi, che si fa per la vita, va fatta per sempre…è definitiva, sia da sposati, sia da sacerdoti!

 

D) Nella Chiesa Cattolica non è previsto il matrimonio per i sacerdoti…tale legislazione non rappresenta forse una limitazione?

 

R) Nella Chiesa Cattolica di rito latino, il sacerdote deve rimanere celibe per sempre. Questo non è richiesto nella Chiesa Orientale, ad eccezione dei monaci e dei Vescovi, che invece anche lì devono essere celibi. Ma chi si avvicina alla Chiesa Latina con l’intenzione di diventare sacerdote, sa bene che è chiamato anche al celibato. Questo non è un impoverimento, ma è un ulteriore modo di essere totalmente di Dio, essere aperto a tutti e pienamente disponibile verso gli altri. Non è certo una violazione della libertà della persona, la quale sa che, diventando sacerdote, abbraccia liberamente anche il celibato… Certe scelte si maturano in modo consapevole e responsabile… La Chiesa Latina, dal 4° secolo ha individuato questa formula, di unire al sacramento dell’Ordine anche il celibato, per tutta una serie di ragioni, che tutt’ora la Chiesa latina ritiene valide e quanto mai opportune.

Comunque anche altre religioni nel mondo prevedono il celibato.

 

D) Si profila per il futuro l’ipotesi di cambiare tale legislazione?

 

R) Ma vede.., non essendo strettamente legato il sacerdozio al celibato e il celibato al sacerdozio, (considerando a tal proposito gli apostoli, alcuni dei quali, come ad esempio San Pietro che aveva una suocera, sappiamo che erano sposati), tuttavia, non credo proprio che Papa Benedetto XVI cambierà questo tipo di legislazione.

E per il futuro? Il futuro lo sa solo Dio. Io credo comunque che pure in futuro la testimonianza di una donazione totale celibataria del sacerdote a Dio, alla società, alla comunità e ai fedeli, se vissuta in modo gioioso e positivo, non rappresenta un restringimento, un impoverimento, una limitazione, ma un’apertura, e quindi sono convinto che questa istituzione del celibato nel sacerdozio abbia ancora molto da dare e da dire alla società stessa, e non solo alla Chiesa, e pertanto ritengo che non ci saranno cambiamenti in tal senso.

 

D) Ritornando al tema della famiglia, questo argomento viene trattato così ampiamente nel Suo volume, da coinvolgere nella tematica discussioni inerenti anche alle coppie di fatto e alle coppie omosessuali, argomento trattato nel XLII capitolo. Può chiarirci meglio questo punto?

 

R) E’ necessario anzitutto distinguere tra persona omosessuale e comportamento omosessuale. La persona umana ha diritto al massimo rispetto da parte di chiunque. La sua dignità va riconosciuta e rispettata a prescindere dai suoi rapporti umani, dalle sue azioni e abitudini. La persona, in quanto persona, ogni persona, ha diritto al massimo rispetto. La dignità della persona non va determinata dal suo orientamento sessuale, anche se va detto che l’orientamento sessuale, la dimensione sessuale della persona è una sua componente essenziale. Ma in quanto persona in sé, sia questa donna o uomo e a prescindere dai suoi orientamenti sessuali, la sua dignità non deve mai venire meno, ed è fuori discussione il rispetto. Non si può infatti dimenticare che la persona umana, in quanto creata a immagine e somiglianza di Dio, precede e trascende la propria sessualità, il proprio orientamento sessuale. Quanto al comportamento omosessuale, la fede cristiana dice no a tale comportamento omosessuale, in quanto la fede cristiana riconosce che, solo nel sacramento del matrimonio, il rapporto sessuale raggiunge la pienezza dei suoi due principali significati: quello unitivo e quello procreativo. Quindi l’evitare il rapporto sessuale, al di fuori del sacramento del matrimonio, è richiesto sia all’eterosessuale che all’omosessuale.

 

D) Nel corso dei suoi quarant’anni di sacerdozio, per 23 anni, prestando servizio nella Congregazione della Dottrina della Fede, ha avuto modo di conoscere da vicino l’Em. Cardinale Ratzinger, prima ancora che diventasse Papa Benedetto XVI. Che cosa ha rappresentato per lei questa esperienza di vita e di lavoro e come ricorda la sua figura?

 

R) Poter collaborare con Papa Benedetto XVI è stato un dono, una grazia che Dio mi ha concesso inaspettatamente. Io sono entrato nella Congregazione della Dottrina della Fede nel 1980, circa due anni prima di Papa Ratzinger, il quale poi nel 1985 fu nominato Presidente della Commissione per la preparazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, di cui quest’anno, il prossimo mese di ottobre, ricorre il 20mo anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, proprio in concomitanza con i 50 anni del Concilio Vaticano II .Durante questa mio lavoro in Congregazione, ho frequentato a lungo e spesso l’Em. Cardinale Ratzinger, anche per le numerose occasioni offertimi dalla mia collaborazione data nella redazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Di lui ho sempre apprezzato la dolcezza e la serenità nell’affrontare i problemi e questo mi ha sempre più stupito. Ricordo in particolare la sua competenza e precisione dottrinale-teologica, una fedeltà indefettibile a Gesù Cristo e un amore smisurato alla Chiesa, il suo essere attento ai problemi di oggi e di tutti, ricercando sempre le soluzioni adeguate, fedeli ai pilastri fondamentali del Cristianesimo….

 

D) In un’epoca come quella che stiamo vivendo, lo strumento del dialogo fra i popoli appare come il più efficace per scongiurare litigi e guerre, in particolare fra differenti orientamenti dottrinali. Eppure la necessità di aprirsi a un dialogo si rivela fondamentale anche fra i seguaci di una stessa fede, ovvero fra Cristiani, siano questi cattolici, protestanti, anglicani… e Papa Benedetto XVI è particolarmente attento a favorire una riunificazione di tutti i fedeli in Cristo. Ma funziona il dialogo ecumenico, gli sforzi che la Chiesa sta facendo producono dei buoni risultati?

 

R) Effettivamente Papa Benedetto si preoccupa di favorire l’ecumenismo, in sintonia con gli insegnamenti di Gesù Cristo, che ha pregato vivamente il Padre perché tutti siano uno, sotto la guida di un solo pastore. E’ questa del resto la preoccupazione di ogni Papa o Vescovo, ma anche di ogni fedele, cercando di superare le divisioni di carattere storico, teologico, dottrinale, pastorale che si sono affermate nei secoli, per arrivare a quella unità desiderata da Cristo. Il mondo inoltre ha bisogno di unità e di concordia: per questo è necessario offrire al mondo un segno di unità per affrontare i problemi che la società vive… E la Chiesa Cattolica è chiamata ad offrire questo segno, ricercando questa unità ad intra et ad extra. L’impegno c’è, anche se con alcune comunità ecclesiali si raggiungono buoni risultati, e la vicinanza e il dialogo sono più facili, mentre con altre ci sono maggiori difficoltà…

 

D) Dialogano Papa Benedetto XVI con la regina Elisabetta?

 

R) Lui dialoga con tutti, soprattutto su argomentazioni di carattere teologico ecclesiale, Poi certo, il Papa è anche un capo di Stato, anche se di un piccolo Stato, e quindi dialoga con tutti i capi di Stato…

 

D) Si trovano i punti di accordo?

 

R) Su molti piani, come la pace e l’impegno a favore dei poveri, il miglioramento delle condizioni sociali e della persona, l’intesa ci può essere: sicuramente su molte cose concrete si può lavorare insieme…

 

D) Questo riguardo al dialogo ecumenico, ma sul piano del dialogo interreligioso?

 

R) Con gli Ebrei, che sono i nostri fratelli maggiori, se e quando il dialogo è affrontato in una dimensione e su questioni strettamente religiose, è più facile l’incontro, ma è quando si riveste di altri connotati, non propriamente religiosi, che si fa più difficoltoso. Comunque anche con i Musulmani vi sono elementi che ci uniscono e altri che invece ci separano. Ma ognuno deve anche essere se stesso e rispettare la propria identità, come pure deve conoscere e rispettare l’identità dell’altro.

 

D) Ma i Musulmani sono disposti a collaborare, a concedere spazi alla Chiesa nelle loro terre o loro vogliono tanto, ma poi danno poco o nulla in cambio?

 

R) Non generalizziamo anche su questo. Si, è vero che ci sono effettivamente Paesi mussulmani dove prevale questo orientamento di proibire la costruzione di chiese ed esprimere la propria fede nei propri territori, ma in altri la collaborazione e il dialogo sono proficui e positivi pure sotto questo aspetto… E’ pur vero che qualcuno chiede il principio del “contraccambio”: se noi concediamo di qua, anche loro devono concedere di là. Tuttavia se da parte altrui non c’è corrispondenza, noi cristiani dobbiamo pur sempre dare l’esempio, dobbiamo rispettare il diritto di ciascuno a vivere il suo credo religioso da solo o con gli altri. Nello stesso tempo non dobbiamo rinunciare a proporre (non imporre) la bellezza e la gioia della fede, donataci da Cristo Gesù, che non è venuto per togliere qualcosa alla persona umana, ma per condurla alla pienezza della vita, della verità, della felicità.

 

D) Facendo la fine dei martiri?

 

R) I martiri ci sono sempre stati nella storia della Chiesa. I Padri della Chiesa dicevano che dal sangue dei martiri fiorisce nuova fede e quindi il martirio è sempre presente nella religione cristiana… Non dimentichiamo poi, che, se anche non siamo o non saremo chiamati al martirio di sangue, dobbiamo però ricordare che, quando una persona abbraccia la religione cristiana, è sempre chiamata ad andare controcorrente, a testimoniare la propria fede con coraggio, senza paura e senza mai vergognarsi di essere e di dirsi cristiana…

 

D) Gli Ebrei non vogliono che in chiesa si preghi per loro, desiderano che venga eliminata questa formula dalle celebrazioni eucaristiche…

 

R) Questo mi dispiace molto. Io sarei lieto se pure loro pregassero per me, per noi cristiani, che, d’altra parte, non usiamo e non lanciamo slogan contro nessuno…, ma anzi preghiamo, sia in privato che in pubblico, per tutti.

 

D) Dopo quanto detto mi sorge spontanea una domanda: che cosa unisce e che cosa divide le tre grandi fedi: cristiani, musulmani ed ebrei ?

 

R) Ci unisce quello che è il credo in un solo Dio, il monoteismo… a dividerci è in realtà proprio il cuore della fede di ognuno, gli elementi che sono i capisaldi delle confessioni religiose di ognuno. Ad esempio noi cristiani, e solo noi, affermiamo che Dio è Uno e Trino, e che il Figlio di Dio si è fatto uomo, concepito per opera dello Spirito Santo nel grembo della Vergine Maria, ed è morto e soprattutto è risorto per salvare tutta l’umanità.

 

D) E in Terrasanta c’è ancora posto per i fedeli cristiani?

 

R) Anche in Terrasanta, rispetto ai primi tempi, in Medio Oriente, oggi per tutta una serie di problemi, difficoltà e situazioni varie, i cristiani si sono molto ridotti di numero. Tuttavia, mi pare che non è diminuito il livello di una presenza di qualità, che è impegnata a dare il meglio e il massimo sempre, ovunque…

 

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INTERVISTA A FLAVIO OREGLIO 

(10 aprile 2012)

 

D - Flavio Oreglio, cosa mette effettivamente in luce attraverso questo nuovo libro?

 

R - Il libro vuole sottolineare il debito culturale della cultura occidentale nei confronti delle civiltà antiche. uno dei tratti caratteristici della nostra civiltà è legato alla scienza (e alla conseguente tecnologia) e la scienza non nasce con Galileo Galiei ma qualche migliaio di anni prima. Pertanto non solo l'Europa, ma l'intera civiltà occidentale da questo punto di vista ha radici "pagane". A me interessava (e interessa) mettere anche in luce la relazione tra la scienza (antica "filosofia naturale") e la filosofia intesa nell'accezione originaria, cioè come "pensiero razionale". Inoltre mi piaceva l'idea di sottolineare alcuni aspetti poco o per niente conosciuti, come  per esempio il fatto che la disputa tra Tolomeo e Copernico aveva avuto un precedente nella disputa tra Ipparco di Nicea e Aristarco di Samo, oppure che Erone di Alessandria aveva già scoperto la macchina a vapore...tutti aspetti per l'appunto "curiosi" visto che per tutti la macchina a vapore arriva nel settecento e dà il via alla rivoluzione industriale...e così via...

 

D - Durante un'intervista con Richard Flanagan, questo celebre scrittore affermava l'importanza di raccontare la storia, mantenendo fede alla verità, alla realtà storica dei fatti.

Riguardo al suo libro, il sottotitolo è "Le radici pagane dell'Europa". Intende polemizzare con chi vede nell'Europa delle radici tutt'altro che pagane?

 

R - Condivido pienamente quello che dice Flanagan, e in effetti a dirla tutta, se non mi fossi messo a studiare da solo, le cose sopra riportate non le avrei mai sapute, ma non solo, per quello che riguarda ad esempio la Storia della Chiesa e del Cristianesimo non avrei mai saputo quello che successe al Concilio di Nicea e mai e poi mai avrei sentito parlare dell "'Incidente di Antiochia" riportato nelle Lettere di S. Paolo e la problematicità che ne deriva nei confronti del Concilio di Gerusalemme riportato negli Atti degli Apostoli... Per quello che riguarda il titolo "Le radici pagane dell'Europa" non c'è volontà polemica, ma semplicemente il desiderio di allargare il dibattito anche a temi che non si capisce perché altrimenti non vengano presi in considerazione. Il tutto proprio in funzione di non tenere nascosto niente.

Il dibattito sulle radici "pagane" si affianca e non si sostituisce a quello sulle radici "cristiane".

 

D - Fra i "grandi" del passato non vedo citare Gesù, possibile che lo abbia escluso dal contesto?

 

R - Per quello che riguarda Gesù...personalmente quello che dico sempre nello spettacolo collegato al libro, indipendentemente dal credere o non credere è innegabile che sia stato una figura centrale nella storia dell'umanità, ma il libro racconta la storia della scienza e non mi pare che Gesù abbia ideato qualche Teorema, o abbia fatto fare passi in avanti alla scienza con invenzioni o scoperte...se scriverò un libro specifico sul Cristianesimo può stare certa che parlerò anche di Gesù, ma nel contesto della Storia della Scienza è più importante Copernico.

 

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INTERVISTA A GIULIETTO CHIESA 

(13 gennaio 2012)

 

Giulietto Chiesa, lei è autore, con Pino Cabras, del presente volume Barack Obush. Il libro affronta nel suo insieme molte questioni che ruotano intorno all'attuale situazione politica internazionale: AL Qaeda, Osama Bin Laden, la primavera araba dall’Egitto alla Libia, l’Europa e l’economia mondiale, sullo sfondo di una superpotenza, gli Stati Uniti d’America, al declino.

 

D) La mia prima domanda nasce Innanzitutto da un'osservazione: un giornalista, scrittore e politico, particolare conoscitore della Russia, e di quella che fu l'URSS, dove ha vissuto e lavorato, si cimenta in un libro dal tema prettamente americano, trattando un argomento di cui il titolo si fa emblema "Barack Obush"(dalla contrazione del cognome Obama e Bush, come dire o l'uno o l'altro è la stessa cosa, non cambia nulla), e va a toccare gli USA proprio dentro al cuore, estendendo l'aspra critica fino ai suoi Presidenti... Conosce gli Stati Uniti bene come la Russia? Che cosa vuole mettere principalmente in risalto con questa sua nuova pubblicazione?

 

R) Non conosco gli Stati Uniti così bene come conosco la Russia e lo spazio che fu quello dell'Unione Sovietica. Negli USA ho lavorato per un solo anno, mentre in Russia ho lavorato per venti anni. La differenza mi pare evidente. Tuttavia ho studiato i rapporti internazionali per trent'anni e fare questo senza conoscere gli USA è semplicemente ridicolo. Leggo da molti anni, quasi tutti i giorni, il New York Times, che considero, nonostante tutta l'ideologia grondante che trasuda dalle sue pagine, uno degli strumenti più utili per capire cosa succede. Nel libro, non ho detto affatto che con Obama non è cambiato nulla. Al contrario, ho dedicato l'ultimo capitolo del libro, tutto intero, a spiegare perché Obama non può fare diversamente da quello che fa: cioè continuare la linea imperiale. Purtroppo per lui gli tocca il compito improbo di farlo mentre l'impero declina.

 

D) Pertanto cosa ci racconta di nuovo questo libro e da quale prospettiva originale ci porta a guardare gli Stati Uniti d'America?

 

R) Da qualche tempo, sono impegnato a smontare la manipolazione delle nostre coscienze che è stata costruita in primo luogo da Hollywood e dalla cultura del consumismo esasperato che abbiamo importato. Siamo stati costretti con la forza della seduzione a importare proprio dagli Stati Uniti. La Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne è "l'America". Se siamo nel disastro in cui siamo, è esattamente perché siamo stati catturati in questa trappola.

 

D) Sappiamo che lei nel corso della sua carriera ha scritto e pubblicato, in Italia e all'estero, innumerevoli libri, affrontando svariati temi, dalla politica all'attualità ottenendo sempre un enorme successo in termini di critica e di pubblico. A suo avviso, che ricezione hanno i suoi lettori rispetto alle sue idee e agli argomenti da lei trattati? Sono i libri ancora oggi dei potenti mezzi di comunicazione? In che modo possono influire nella società attuale e nel determinare il pensiero dell'opinione pubblica?

 

R) Non ho scritto innumerevoli libri, saranno una quindicina, a occhio e croce, e la mia seminagione ha prodotto molti consensi e molti accaniti nemici. I libri sono mezzi di comunicazione di lunga gittata, ma colpiscono solo i loro lettori, che sono ormai sempre meno. L'homo legens sta estinguendosi. E' ormai il tempo dell'homo videns. Una mutazione antropologica che ci farà vedere mostruosità mai viste dalle generazioni precedenti.

 

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INTERVISTA AL PROFESSOR SABINO CARONIA

(4 dicembre 2011)

D) Professor Caronia, nel presente libro lei si cimenta in una narrazione che riguarda uno fra i più carismatici artisti rock della scena mondiale degli anni Sessanta, Jim Morrison, leader della storica band The Doors e, ancora oggi, a quarant'anni dalla scomparsa, mito e icona per migliaia di persone appassionate di questo genere musicale, ma anche poeta e figura rilevante nella storia americana del XX secolo , per innumerevoli intellettuali e studiosi. Dopo tanti anni dedicati all'attività di studioso e critico letterario, nonché di scrittore, come nasce questa sua nuova opera letteraria?

R) Il libro s’ispira a un momento storico ben preciso e parte dal giorno in cui prendono avvio le procedure per il processo contro Jim Morrison a seguito di un concerto a Miami in cui, secondo l’accusa, la rock star mette in atto atteggiamenti pornografici. Dall'inizio del processo il volume arriva fino alla morte dell’artista, avvenuta a Parigi il 3 luglio 1971, e possiamo riassumerlo come un viaggio psicologico, interno alla figura di Morrison e che si sviluppa tutto intorno alla vicenda che lo coinvolge. Il processo ingiusto, kafkiano come lo stesso Morrison definisce ciò che lo riguarda, diventa qui un processo interiore, e si snoda nei meandri psicologici della sua personalità. Via, via da processo esterno, si fa sempre più interno, sullo sfondo della cronaca dell’epoca…

D) Lo stesso Jim Morrison voleva scrivere un libro su questa sua personale vicenda…

R) Lui stesso voleva stilare un libro sulla vicenda, unitamente a un processo che fosse pure introspettivo, partendo dalle origini del mito del rock per arrivare all’uomo comune. Aveva pensato di fare un’analisi fra gli anni del mito rispetto a quelli della sua vita di uomo. Il tempo di prima e quello del poi, in un tentativo di liberarsi dall’immagine d’icona del rock che lo rappresentava per riappropriarsi dell'immagine di sé stesso. Jim voleva riappropriarsi di sé. Dal momento che lo stesso Morrison voleva farne un libro, era mia intenzione riprendere quel suo desiderio rimasto incompiuto a seguito della sua morte, entrare nella sua testa e… mettermi a scrivere al suo posto. Non una cosa semplice in quanto Jim Morrison intendeva fare un processo molto profondo, e che era sia interiore, guardando dentro sé stesso, e sia esteriore... In effetti dalle sbavature, nel mio libro, cosa inevitabile, emerge Sabino Caronia, in una verosimiglianza con Jim Morrison, e laddove non arriva la cronaca arriva l'autore. Il volume vuole mettere in sostanza in risalto il senso stesso della vita, di come si può affrontarla oggi come allora, non è cambiato praticamente nulla.

D) Sulla scena della letteratura del genere, innumerevoli sono le pubblicazioni dedicate a Jim Morrison, dall’anno della sua scomparsa, in che cosa si differenzia la sua opera, che cosa rappresenta questo suo libro?

R) Il mio libro è qualcosa di diverso rispetto a quanto si è pubblicato finora sul tema. In realtà mette in risalto un’esperienza, quella vissuta da Jim Morrison, che rientra in un’epoca che è la stessa di un’intera generazione. Qui quell’epoca è rivissuta attraverso l'esperienza di ognuno di noi. Io stesso, come autore del libro, mi sono servito di Jim Morrison per ritornare a quel tempo, sul finire degli anni Sessanta.

D) Ritornando allo scandaloso concerto di Miami, 1 marzo 1969 al Dinner Key Auditorium, e a proposito di quel processo, che ha rappresentato per lei uno spunto importante per avviare la stesura del romanzo sul leader de i Doors, oggi Jim è stato riabilitato pienamente nello Stato della Florida, e riconosciuto non colpevole...

R) Mentre il giudice che voleva processarlo, è stato condannato per corruzione...  di fatto non c’è foto, non c’è documento filmato che attesti la sua colpevolezza: il gesto incriminato nello “scandaloso concerto di Miami” non fu altro che una simulazione, ma non c’era alcun elemento riconducibile a pornografia, come sosteneva l’accusa… Un discorso questo che ci porta a fare una considerazione sulla magistratura, quella degli Stati Uniti, diversa dalla nostra. Negli States la magistratura è di natura politica, ai tempi del processo a Morrison il presidente era Nixon, e sappiamo quanto Morrison fosse contrario alla politica di Nixon, in particolare proprio alla guerra del Vietnam, ma non è neppure una questione di ordine politico. Jim era un vero artista e gli importava solo dell'arte ma non era interessato alla politica, non amava Nixon per via dei suoi numerosi errori politici, a cominciare dalla guerra in Vietnam... ma un magistrato può svolgere bene il proprio lavoro e il proprio dovere nella giustizia a prescindere dal colore politico che veste. Jim fu accusato da un magistrato di per sé corrotto. Ma per Morrison il potere era racchiuso nella musica, la sua visione del mondo era puramente utopica. Credeva nel potere dell’arte e nella libertà dell’artista.

D) Può aiutarci il suo libro a comprendere meglio questa figura enigmatica di uomo e di mito che a tutt'oggi rappresenta comunque un mistero per molti, addirittura per i suoi compagni di vita e di lavoro, per coloro che lo hanno conosciuto. Lo stesso Ray Manzarek, tastierista de i Doors, ancora oggi rilascia interviste dove afferma che Jim è vivo....

R) Il mio libro offre la ricerca di un percorso che ci porta a conoscere Jim dal profondo e che rivela un messaggio positivo della sua vita, non distruttivo. Non a caso Morrison amava definirsi come "re lucertola" e usava questa figura come rappresentativa di se stesso, in quanto simbolo di rinascita, al contrario di un aspetto esteriore apparentemente distruttivo.  Jim era innanzitutto un grande innovatore. "King Lizard" racchiude in sé un ricco significato metaforico associato a un animale primordiale, capace di resistere nel tempo, prima e dopo il diluvio, e di rigenerarsi: una metafora cara anche a Nietszche, la coda di questo piccolo rettile è in grado di ricrescere....

D) Sappiamo che Jim Morrison era dotato anche di una certa cultura, aveva studiato presso scuole prestigiose, in particolare frequentò la UCLA (Università della California a Los Angeles) ed ebbe fra i compagni di studio il celebre regista cinematografico F. Ford Coppola... inoltre tra le innumerevoli e preziose citazioni che si susseguono lungo il testo da lei firmato, figura pure Giuseppe Tomasi di Lampedusa nell'opera Lighea...

R) Le innumerevoli citazioni che si susseguono nel libro, sono riconducibili tutte a Jim Morrison, e rivelano quanto ci sia in comune fra me e lui. Alcune però, in particolare, mi sono tornate utili per capire come Sabino Caronia ha incontrato Jim Morrison. Ad esempio il riferimento a Kafka che lo stesso Morrison citava quando parlava di se stesso prendendo come esempio due opere dello scrittore di Praga, Il Processo, ovviamente, ma anche Lo straniero, bene, questi due libri hanno sempre rappresentato molto per Jim e anche per me… Ma addirittura Tomasi di Lampedusa, di cui sono appassionato studioso, che con la sua Lighea mi ha aperto gli occhi su quanto in comune vi fosse fra il Rocker statunitense e il nostro romanziere. L’amore per i libri tanto per fare un esempio, questi non rappresentano per entrambi un ostacolo da superare, ma una porta aperta su orizzonti più ampi attraverso cui allargare lo sguardo… Gli eroi di Jim Morrison erano gli scrittori e gli artisti. Jim amava tanto la letteratura, che stampava e pubblicava, a sue spese, non solo i suoi libri, ma anche quelli di altri autori che lui riteneva validi, come il poeta Kenneth Patchen. E’ importante sapere come Jim Morrison considerasse che la vera arte non fosse mai abbastanza stimata, mai come meritava di esserlo. Secondo lui i grandi poeti non erano mai tanto promossi quanto altri, più commerciali ma meno bravi eppure posti più in vista: questo è il gioco della comunicazione cui si era sempre ribellato...

D) Affascinante scoprire che due così grandi e celebrati artisti, appartenenti a epoche e culture diverse, Morrison e Tomasi Di Lampedusa, avessero delle qualità in comune, mi riferisco alla citazione della Lampedusiana Lighea…. Grazie per l’illuminazione che ci offre la sua ricerca…

R) Jim Morrison nemmeno conosceva, probabilmente, il nostro Tomasi Di Lampedusa… Tuttavia amava molto e si sentiva profondamente ispirato anche dalla cultura Celtica, una cultura cui apparteneva per discendenza, essendo di origini scozzesi e irlandesi… Numerose sono nel mio libro le citazioni appartenenti alla Letteratura Celtica a cominciare dall’opera “Viaggio per nave” che ritroviamo come fonte d’ispirazione della celebre canzone “Chrystal Ship” pura espressione di un viaggio psichedelico che lo porta oltre i limiti delle apparenze … Lo stesso viaggio che la Chriystal Ship fa prendere al sottoscritto ...

D) Comunque letteratura a parte, per affrontare questi viaggi psichedelici, si aiutava con le droghe, LSD, eroina, alcoolici....

R) La droga era allora un’esperienza di conoscenza e quindi i giovani, ma anche i meno giovani, ne facevano un uso conoscitivo, esperienziale, per aprire la mente. Morrison prendeva tuttavia le distanze dall’abuso di droghe… Perseguiva la propria strada nella vita dandosi delle regole. Passava attraverso la propria esperienza personale ma con delle regole ben chiare e precise, non con lo sballo…non amava la confusione. Quando andò a Parigi ci andò perché non ce la faceva più e voleva prendersi un periodo di riposo e meditazione…  Nelle sue canzoni, come il capolavoro “When the Music’s Over”, Jim esprime pienamente le sue origini di cristiano cattolico osservante. Non lasciava nulla al caso, aveva studiato, aveva acquisito un certo grado di cultura non solo attraverso la scuola, anche nell’ambito stesso della sua famiglia: il padre (recentemente scomparso) era militare di carriera, era un ammiraglio dell’esercito statunitense. D’altra parte è sempre vissuto in una società di alti ufficiali, un ambiente in cui è rinomata l’eleganza, ritenuta un obbligo, e questa ha aiutato Jim a crescere con delle regole, per quanto volesse cercare nuove esperienze di vita. Sapeva recitare, aveva fatto scuola di cinema, non poté fare il regista cinematografico perché non aveva capacità di sintesi, ma sapeva dare note di grande profondità alle sue interpretazioni, aveva delle spiccate capacità teatrali, efficace esempio in tal senso è la potente interpretazione di uno fra i più celebri brani dei Doors “Light my fire”, nondimeno “When the music’s over”.

D) Parliamo degli anni Sessanta e quella era un’epoca di grandi trasformazioni sociali, l’uso della droga come fenomeno esperienziale, la liberazione da certi tabù, come il sesso, di cui Morrison era un emblema, e il rock….

R) Il rock aveva la capacità di unificare il mondo intero, rompeva le barriere….

D) Anche quelle dell'età? Jim Morrison avrebbe compiuto 68 anni il prossimo 8 dicembre (nacque nel 1943) mentre lei ha qualche anno in meno rispetto a lui… Come ricorda quell’epoca in tal senso, e come vedeva Jim, cosa rappresentava per lei adolescente e, soprattutto, qui in Italia come veniva considerato?

R) Ancora oggi il Rock ha questo potere unificatore. Allora però significava molto la differenza di età. non è come oggi che pochi anni in più o in meno non dicono nulla dal punto di vista generazionale, mentre era rilevante la differenza di età fra i nati nel 1943, Jim Morrison, e i nati nel 1947, il sottoscritto.  Quattro anni  rappresentavano un abisso ai miei tempi, non oggi. Jim era molto più adulto rispetto a me che ero ancora un ragazzo inesperto, e certe problematiche che rappresentavano la cultura sociale sulla quale si muoveva Morrison non erano quelle della mia generazione… potevano far ridere addirittura… seppure gli anni di differenza di età, ripeto, fossero davvero pochi.  E poi sembra incredibile ma non lo è, durante il loro massimo fulgore i Doors negli Stati Uniti non erano così noti come si vorrebbe credere, nella stessa Los Angeles non tutti sapevano chi fosse questa band … In Italia ai suoi tempi, si parlò tanto di un concerto da tenersi a Roma e poi nulla di fatto proprio per via delle voci sulle scandalose vicende di Miami. Insomma i Doors oggi tanto acclamati non erano poi così noti, così in voga come si vorrebbe credere… appare strano a dirsi ma è così.

D) E’ dunque la morte che ha generato il mito di Jim Morrison trasformandolo in una sorta di figura angelica?

R) Recentemente la nota rivista musicale Rolling Stones, ha dedicato una copertina a Jim Morrison con una presentazione molto eloquente, riassunta in tre parole “Hot, sexy, and dead” “Caldo, sexy e morto”. Certo un brutto Mick Jagger, arrivato alla soglia dei settant’anni, invecchiato e rugoso, non regge il confronto con un Jim Morrison che ancora sopravvive come un bellissimo angelo della musica. E forse è davvero questa la forza del suo mito che resiste agli anni, aldilà del tempo…  

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INTERVISTA A ANTONIO CAPRARICA - AUTORE DEL VOLUME  LA CLASSE NON E’ ACQUA 

ED. SPERLING&KUPFER – RAI ERI. (Novembre 2011)

 

D) Professor Caprarica, certamente l'aristocrazia inglese è particolarmente affascinante e giustamente, a mio avviso, Lei definisce gli inglesi come "ultimi veri aristocratici". Nondimeno nel Suo libro Lei è così abile da mostrarci per iscritto, voglio dire a parole, quello che è il mondo aristocratico inglese... senza dover necessariamente ricorrere alle immagini fotografiche, in un testo ricco di contenuti per cui la lettura scorre gradevolmente. Detto questo, in considerazione del fatto che da moltissimi anni Lei vive a Londra e dopo aver pubblicato "Dio ci salvi dagli inglesi...o no?" nel 2006,cosa intende offrire ai lettori con questa nuova pubblicazione? Possiamo definirla in qualche modo un prosieguo in chiave aristocratica del precedente libro?

 

R) Diciamo che è un nuovo capitolo del mio racconto sull'Inghilterra . Mi ha divertito molto mostrare, in questo libro, come sotto la sottilissima vernice "democratica", multietnica e "aperta" della società britannica continui a prosperare la perenne ossessione di classe. E' come se nel DNA degli inglesi fosse inscritta per sempre la deferenza comandata dalla posizione sociale, dalla ricchezza, dalla nobiltà, dal privilegio. Come dice Roy Hattersley, gli aristocratici inglesi si avvantaggiano di ciò che altrove è considerato un danno e qui una benedizione: essi sono un anacronismo. Che fa ancora impazzire il pubblico.

 

 

D) In particolare, una cosa m’incuriosisce chiederLe: secondo Lei gli aristocratici inglesi sono davvero aperti ai borghesi, al popolo, per così dire?

 

R) Al contrario, non sono aperti per niente, però sanno adattarsi. Capiscono quando devono arrendersi. Kate Middleton è stata accolta dai nobili amici del futuro marito con risolini di scherno e battute pesanti sulle modeste origini della sua famiglia. Ma quando hanno capito che sarebbe diventata la loro regina, anche duchi e conti hanno piegato il capo e le ginocchia. Ricordando forse quel che diceva la prima Elisabetta, la Grande che inventò l'impero marittimo: "la nobiltà è solo vecchia ricchezza".

 

D) In effetti, a parte ora il principe William figlio di Charles e Diana, che ha sposato Katherine MIddelton, ma a Carlo forse fu imposto di sposare una cugina anche se non di primo grado, Diana, per garantire una discendenza di sangue blu: quel matrimonio fu una vera e propria forzatura e .... non sembra che ci siano in vista dei bebé fra William e Kate, al momento. Forse sarò un po' troppo fantasiosa?

 

R) Il figlio, o la figlia, di William e Kate sarà in effetti un ... "mezzo sangue"! A quello blu intenso del principe si mescolerà quello rosso, ma non meno onorato, della borghese Kate : evviva , ma dopo tutto non è la prima volta che sul trono inglese arriva qualcuno non del tutto in regola con i quattro quarti di nobiltà. Perfino Guglielmo il Conquistatore era un "bastardo" del Duca di Normandia .... Quanto ai tempi, per ora non risulta niente. L'impressione è che per un bebè la coppia voglia aspettare prima il Giubileo di Diamante di Elisabetta II, cioè la celebrazione dei suoi 60 anni di regno . Dopo, quando non rischia più di rubarle la scena, ben venga il pronipote destinato al trono. Sempre che ci sia ancora quando toccherà a lui di salirci.

 

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"PERCHE' SCRIVO?"

 Intervista al Prof. Salvatore Calleri

(7 aprile 2011)

 

D - Professor Calleri, nel corso degli anni della sua lunga carriera lei ha pubblicato numerose opere letterarie di particolare spessore, libri interessanti e capaci di arricchire il dibattito letterario mediante elementi innovativi: sono note le sue qualità di ricercatore, per cui non a caso le sono stati attribuiti importanti riconoscimenti ed è stato insignito di vari premi letterari. La sua ultima opera pubblicata dal titolo “La zampata del Gattopardo- I luoghi dell’anima” rappresenta un punto di arrivo significativo della sua vita di scrittore e di uomo, e a questo punto la domanda che sorge è d'obbligo. Perché scrive? Potrebbe la risposta a questa domanda essere la chiave interpretativa della sua opera?

R - Ricordo in proposito, che il grande scrittore irlandese Samuel Beckett, premio Nobel per la Letteratura nel 1969, a chi gli rivolgeva tale domanda, rispondeva "Bon qu'à ca" e cioè, "buono soltanto a ciò" il cui significato in termini pratici è: non so fare altro. Nella sua visione prettamente nichilistica dell'individuo nella sua solitudine esistenziale, nell'assenza di una luce di speranza, di caritas, l'approdo non poteva essere che quello dell’incomunicabilità, dell'assoluta negatività, del prevalere dell'assurdo, del grottesco nella condizione umana. Superando tale barriera del nulla, rispondo così alla stessa domanda: scrivo per un atto d'amore, pur nella consapevolezza della "pena di vivere" dell'uomo moderno, per recare un contributo di elevazione morale che ci permetta di vivere, di soffrire, ma anche di amare, nel compimento di una missione alla quale siamo votati. In quest'ottica c'è una luce che è la speranza dell'anima. E' questa a mio avviso la chiave interpretativa di un grande sia nell'arte come nella vita: Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

D - Quali sono in proposito, le novità della sua valutazione critica nell'opera saggistico-narrativa "La zampata del Gattopardo- I luoghi dell'anima", a lui dedicata?

R - Mi preme anzitutto evidenziare l'unità, che è segno di completezza, nell'analizzare l'opera lampedusiana nelle sue varie sfaccettature: in questo senso non poteva mancare, nella mia valutazione critica del Gattopardo, una disamina sui rapporti tra un'opera letteraria e la sua possibile trasposizione cinematografica, oltre che teatrale, musicale e televisiva. Letteratura e cinema sono due forme d'arte che si affascinano e s'influenzano a vicenda, ma il più delle volte si esprimono con linguaggi quasi opposti.  Le tecniche della letteratura e del cinema, anzi, sono spesso in contraddizione l'una con l'altra. Non è certamente possibile, nel respiro di un'intervista, addentrarmi nell'excursus storico-critico della relativa problematica, cosa che ho fatto nella terza parte del mio volume. Intendo però porre l’accento in questa sede, sulla creazione artistica quale atto unico, singolare. Proprio per questo, quando l'incontro tra la sensibilità, la genialità di una tecnica creativa ad hoc avviene tra un grande scrittore e un grande regista, (assieme alla sua equipe) determinando una compenetrazione reciproca dei principali motivi ispiratori, i risultati sono mirabili. E' proprio questo il caso dell'opera letteraria di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Il Gattopardo (1958) e la realizzazione cinematografica de Il Gattopardo di Luchino Visconti del 1963 (Rif. Titanus n.d.r.). "Uno dei rarissimi casi di pari e patta, fra un romanzo e il film da cui è tratto, di dignità e valore almeno eguali nel contrastato rapporto letteratura-cinema", come lo definì A. Di Grado.

D - Una sua sottolineatura critica sul carattere di novità della creazione letteraria lampedusiana, specie per Il Gattopardo si rivela, a questo punto, opportuna? 

R - Certamente: non si possono non toccare, sotto quest’aspetto, i punti essenziali di una creazione letteraria veramente nuova, nel momento in cui essa nasce, nell'excursus storico-critico della letteratura non solo italiana, ma anche europea, con riflessi profondi a livello mondiale. La nascita de Il Gattopardo, fu veramente una novità che scompaginò gli orientamenti critici dell'epoca, determinando un rinnovamento della tecnica artistico-creativa, oltre dei contenuti di un'opera. La stagione neorealistica, iniziata negli anni ‘30-‘40 del Novecento, pur con le sue mirabili creazioni che hanno lasciato il segno sia nella letteratura, sia nel cinema, manifestava verso la fine degli anni Cinquanta, le caratteristiche di una crisi profonda, che l'avrebbe avviata da lì a poco, al suo tramonto. Proprio per riferirci a due autori rappresentativi della temperie dell'epoca, quali  Giorgio Bassani, (nato nel 1916, che ha però avuto il merito di superarne i limiti, scoprendo e valorizzando per primo il Gattopardo, e quindi tutta la produzione narrativa di Tomasi di Lampedusa), e Carlo Cassola, (nato nel 1917), si può dire che a entrambi "per vie diverse la lotta politica e l'impegno sociale, hanno lasciato solo amarezza e delusione, e quindi un senso tra sbigottito e rassegnato d’isolamento”. La delusione delle cose, determina per questa via, una sublimazione delle parole… Da qui l’esigenza sempre più sentita di ripiegarsi su se stessi, per cercare di superare lo stato d’insicurezza e d’angoscia, connesso con la coscienza della condizione umana e dei suoi limiti, trovare cioè l’ubi consistam esistenziale attraverso un lavoro di “scavo” sull’esempio della grande letteratura europea, particolarmente della narrativa francese e di quella russa. Sorse così il romanzo esistenziale, la cui lontana ascendenza, come spunti di pensiero, si può trovare nell’esistenzialismo, il cui padre è il filosofo Soren A. Kierkegaard (1813-1855).

D - Proprio sulla scia esistenzialista di Kierkegaard, si profila come romanzo esistenziale Il Gattopardo di Lampedusa?

R - A tale genere si può dire che appartenga Il Gattopardo di Lampedusa, pur nella sua singolarità di motivi ispiratori profondi e di tecnica espressiva che ne fanno un unicum esemplare di creazione letteraria, il cui linguaggio elaboratissimo, denota un senso classico del gusto, una rara disciplina creativa all’insegna del labor limae. Il suo accostamento al filone del Verismo verghiano, la sua intelaiatura storica, pur se può apparire più appropriata, per il romanzo tomasiano, la denominazione di “una forma di confessione autobiografica trasposta in forme storiche” (A. Bocelli) nulla tolgono al crisma della sua originalità fisiognomica.

D - Come si spiega, fatta questa premessa, l’accanimento contro la realizzazione editoriale di Tomasi di Lampedusa? Il Gattopardo come sappiamo, fu mal criticato da molti letterati dell’epoca e rifiutato da molti editori prima che Feltrinelli gli concedesse la pubblicazione che avvenne solo nel 1958, ossia dopo la morte dell’autore…

R - L’accanimento fu dovuto al fatto che al centro della discussione, non c’era solo un manoscritto da pubblicare, ma il libro che si stava ponendo minacciosamente al centro del dibattito critico e certo non era vicino alla poetica “vittoriniana” cioè di un personaggio quale Elio Vittorini. Vittorini, pur con i suoi meriti, quale scrittore e operatore di cultura, commise l’errore imperdonabile, in sede einaudiana, di rifiutare la pubblicazione del romanzo lampedusiano, dandone comunicazione all’autore il 2 luglio del 1957, pochi giorni prima della sua morte. Dell’iter travagliatissimo di questo calvario realizzativo editoriale del Gattopardo ho fatto nel mio lavoro, un’analisi attenta e capillare, così come della questione meridionale la cui mia disamina si è sviluppata sulla base di classici della storiografia, come l’Inchiesta Siciliana di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino , nonché sulla base di importanti studi effettuati dal professor Napoleone Colaianni  e dal professor Rosario Romeo …

D - Da siciliano, come vede il contributo recato dalla Sicilia alla nascita del nostro Stato nazionale unitario, il cui momento epocale si rispecchia proprio nelle stesse vicende del Gattopardo?

R - Prima di rispondere a questa domanda, ci tengo a sgomberare il terreno critico da un’interpretazione sbagliata che parecchi hanno fatto della frase pronunciata dal nipote, pupillo del principe, il giovane Tancredi Falconeri, prima di partire per unirsi ai garibaldini: “ se vogliamo che tutto resti com’è bisogna che tutto cambi”. Tale frase è soltanto in apparenza fatta sua, dal principe protagonista, per la profonda ironia che la pervade sulle magnifiche sorti progressive. In realtà, per il suo scetticismo, il suo disincanto profondo, lo scrittore sperimenterà sulle proprie carni quanto sia fragile o addirittura inesistente una simile illusione. Sicché si può dire che la medicina tancrediana è solo un inevitabile meno peggio che comincerà prestissimo ad essere smentito…  La nostra onestà intellettuale, quella di noi siciliani, proprio per questo, non può non farci riconoscere quanto d’incompiuto sia rimasto in questa nobile impresa della organizzazione del nostro Stato nazionale unitario. I contadini meridionali che deposero nell’urna il loro “Si” all’Unità d’Italia, entrarono legittimamente a far parte della comunità nazionale che, però, ereditava le loro sofferenze e i loro rancori: La pesante e difficile “questione meridionale”… Nonostante questo vulnus di “due Italie” in una il contributo dei siciliani all’unità d’Italia è stato altamente positivo sotto ogni aspetto: economico, di sacrifici e soprattutto morale. E’ “la doppia lealtà siciliana” come scrive Gioacchino Lanza Tomasi nella prefazione, la prova del valido contributo recato alla nascita del nostro Stato Unitario. Non si dimentichi che Messina è stata l’unica città d’Italia che ha avuto la forza morale e il coraggio di eleggere per ben tre volte Giuseppe Mazzini alla Camera dei Deputati nel 1866, mentre sul capo del grande esule pendeva una condanna a morte…!

D - Professor Calleri, so che un motivo che le sta particolarmente a cuore è quello intimistico: cosa rappresenta nella produzione narrativa lampedusiana, specie nel Gattopardo?

R - Lo vedo come ragion d’essere della creazione letteraria di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: il motivo per cui essa può parlare al nostro io profondo, sicché può costituire la nostra migliore compagnia di viaggio nel nostro iter esistenziale. Ci basti pensare per rendersene conto ai colloqui segreti del principe: con le stelle ( le sole persone perbene), la natura, il mondo dell’invisibile, pur nella sua visione laica ma dotata della cifra di una spiritualità superiore, inoltre alla tristezza del tramonto di una vita senza sogni della figlia Concetta, creatura dolce e indifesa, cui è stato negato il conforto di un amore, soprattutto, però, è nel figlio Giovanni (la piccola cicatrice del testo lampedusiano, secondo la felice definizione di Francesco Orlando), l’immagine più dolente: quella di un ragazzo che ha rinunciato, per scelta operata nel suo intimo, agli agi di una vita privilegiata, in un ambiente nobiliare, per vivere da umile commesso nelle brume di Londra. Cos’è il suo, se non un accostamento realizzato anzitempo al mistero del dolore e della morte? Come non commuoversi per un figlio perduto, sentendolo proprio, nella pena universale del vivere dell’uomo moderno? (Elisabetta Bernardini)

* Salvatore Calleri - autore dell'opera saggistico-narrativa "La Zampata del Gattopardo. I luoghi dell'anima. Solitudine e ricerca interiore in Giuseppe Tomasi di Lampedusa". Guido Scialpi Editore (EURO 16,00)

 

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INTERVISTA al PROF. MONGI BOUSNINA,Direttore Generale della ALECSO, Organizzazione araba per l'educazione, la cultura e la scienza, in occasione della Giornata Mondiale dell'Alfabetizzazione. 

(8 settembre 2008).  

D) Professor Bousnina, lei è il direttore generale della ALECSO, un’Organizzazione araba, per l’Educazione, la Cultura e la Scienza, dal 2001. Se andiamo a vedere il mondo arabo musulmano, colpito dall’analfabetismo, (una tragedia che riguarda oltre 70 milioni di illetterati, un dato che è oltretutto aumentato dal 1970, quando di analfabeti, se ne contavano 50 milioni), vediamo pure che la maggior parte di questa gente vive nel disagio, non solo economico, e immersa in una serie di problemi… Come perseguire un processo di alfabetizzazione in un simile contesto sociale?

R) L’analfabetismo, è un fenomeno che, purtroppo, riguarda tutto il mondo, non solo i paesi arabi caratterizzati da particolari condizioni demografiche e socio economiche delle popolazioni. Se gli indicatori socio economici, come indicato appunto nei rapporti del PNUD, non sono stabili in molti paesi arabi, ciò non deve rappresentare un pretesto per arrestare gli sforzi di alfabetizzazione in tali paesi. Certo la corsa fra l’alfabetizzazione da una parte e la demografia e la povertà da un’altra, non può essere a vantaggio dell’alfabetizzazione, per cui il problema sussiste, ma ciò non toglie che il mondo arabo debba, imperativamente, rispondere a questa sfida e trovare le strategie adeguate per far fronte, al contempo, a tutte queste esigenze. Presso la ALECSO, siamo convinti e lo abbiamo più volte ripetuto, che l’opera di alfabetizzazione non potrà riuscire finché questa non rientrerà nell’ambito delle priorità sociali, delle azioni di governo dei paesi arabi, nel quadro di strategie e piani socio economici, razionali ed equilibrati. Tutto questo però senza dimenticare una cosa importante, e cioè che in molti paesi arabi è il denaro che manca, anche se le strategie ci sono. E questa è un’altra questione…

D) Ma in considerazione del fatto che, tutto sommato, il problema dell’analfabetismo riguarda anche le nazioni arabe più ricche, come intervenire per accrescere la cultura e arrestare l’analfabetismo nel mondo islamico? E perché, a suo avviso, un regresso e non un progresso sotto questo aspetto, rispetto al 1970, segna la popolazione islamica oggi?

R) Cominciando da quest’ultima domanda, a dire il vero, notiamo una regressione dell’alfabetizzazione nel mondo arabo in relazione al livello di analfabetismo totale. Al contrario, il tasso di alfabetizzazione migliora costantemente grazie agli sforzi fatti dai paesi arabi con stime che parlano chiaro: 25% nel 1970, 51% nel 1990, 60% nel 200 e intorno al 70% nel 2007. Questo fenomeno di moltiplicazione degli analfabeti contro il miglioramento dei tassi di alfabetizzazione è dovuto alla pressione continua della crescita demografica nel mondo arabo.Che fare allora contro l’analfabetismo? Bisogna innanzitutto dire che i paesi arabi insieme con la ALECSO, non risparmiano i loro sforzi per contribuire alla lotta contro questo flagello. La nostra organizzazione, ad esempio, ha messo a disposizione dei paesi arabi delle strategie e dei piani d’azione per sradicare l’analfabetismo, mediante anche delle guide pratiche, documenti di riferimento e programmi modello, nonché materiale pedagogico (video, CD rom…) in materia di alfabetizzazione, che sono stati loro proposti.  E’ tutto pronto dunque per procedere e passare a un grado superiore, ma restano sempre i problemi di ordine finanziario a pesare sulla maggior parte dei paesi arabi, i quali già stentano a trovare finanziamenti per l’insegnamento formale.

D) Come risolvere allora questo problema?

R) La ALECSO ha da sempre rivolto un appello di solidarietà ai paesi arabi più abbienti, riguardo a questo specifico campo: i paesi ricchi devono venire incontro ai paesi bisognosi.  Del resto un fondo arabo per l’alfabetizzazione e l’educazione per gli adulti è stato pure creato, ma con risultati piuttosto scarsi. Con l’adozione, durante il summit arabo di Damasco nel marzo 2008, di un Piano di sviluppo dell’educazione del mondo arabo, messo a punto dalla ALECSO, è rinata la speranza sul piano di una nuova valorizzazione relativa alla gestione dell’alfabetizzazione, come anche sul piano dei finanziamenti . La ALECSO conduce in effetti una campagna per il finanziamento di questo progetto, che ha posto l’alfabetizzazione fra le sue priorità. Sperare ci è concesso, ma bisogna attendere ancora i risultati di questo procedimento.

D) Professor Bousnina,  sono diversi anni che la ALECSO si preoccupa di risolvere i problemi dell’analfabetismo e di promuovere una scuola sana e libera. Vorrei sapere se siete a conoscenza di “particolari” scuole islamiche che educano i propri alunni con le catene. Ossia, gli alunni vengono incatenati con lo scopo di migliorare la loro educazione. Se siete a conoscenza di queste scuole, come pensate di chiudere simili, terribili scuole?

R) Per quel che ne so, non esistono tali scuole nel mondo arabo, e credo che nessun governo arabo tollererebbe la presenza di simili scuole. Al contrario, presso la nostra organizzazione, come anche nei paesi arabi, operiamo a favore di un insegnamento moderno e aperto, un insegnamento di qualità che possa assicurare l’equilibrio auspicato nei paesi arabi, quell’equilibrio che risponda alla necessità di salvaguardare la loro propria identità culturale e l’importanza di integrarsi nella società mondiale del sapere, nonché di essere in accordo perfetto, in sintonia con i cambiamenti che coinvolgono il mondo attuale, in tutti i campi. Ed è per realizzare questa finalità che i paesi arabi hanno adottato recentemente, il già citato programma di sviluppo dell’educazione del mondo arabo, che giustamente opera nel senso di una modernizzazione dell’educazione araba, in una prospettiva di apertura verso le altre culture e di tolleranza verso le altre religioni, e per favorire l’acquisizione di nuove tecnologie e competenze necessarie per stare al passo coi tempi, con la civilizzazione del XXI secolo

D) La scuola è un’istituzione molto importante, fondata su determinati valori: che tipo di scuola immaginate per la società arabo-islamica del futuro e per la diffusione della cultura? Ci sarà posto per la conoscenza di altre culture e religioni, e per la comunicazione?

R) Nel suddetto Piano la ALECSO e i paesi arabi, hanno tracciato il profilo di una scuola e del cittadino arabi modello, così da costruire una nuova società del mondo islamico negli anni a venire. Un cittadino munito di conoscenze e competenze che favoriscano si la sua completezza personale, ma capace anche di apportare il proprio contributo, effettivo e costruttivo, a favore dello sviluppo e del benessere della società cui appartiene, nonché la sua perfetta integrazione in essa. Un cittadino razionale e moderato, dotato di capacità di analisi e di giudizio critico, tollerante e aperto, disposto al dialogo con gli altri, fiero di appartenere alla cultura araba, ma senza negare la sua dimensione universale di cittadino del mondo. Riguardo all’apertura verso le altre culture e religioni , vorrei sottolineare che sempre nell’ambito di questo stesso piano di sviluppo dell’educazione del mondo arabo, che rappresenta l’espressione unanime dei 22 paesi membri dell’ALECSO, è pure precisato chiaramente che “l’educazione religiosa e morale, deve permettere a chi apprende, di scoprire l’importanza della coabitazione delle diverse religioni, delle comunità e dei popoli, così come afferma il Corano, e deve inoltre aiutare gli studenti a sviluppare queste attitudini, responsabili e costruttive, in un confronto aperto, a tu per tu, basato sul dialogo fra le diverse civiltà e culture”. Le cose dunque, non potrebbero essere più chiare: l’apprendimento della religione deve ssere al contempo, apprendimento della tolleranza e del dialogo. Non solo, ma sempre presso la ALECSO, abbiamo recentemente raccomandato un’educazione al dialogo interculturale e alla diversità culturale. Inoltre in  collaborazione con il Consiglio d’Europa, abbiamo consacrato una guida all’educazione per una cittadinanza democratica, che includa anche l’apprendimento del dialogo, della tolleranza e del riconoscimento dell’Altro.

D) E le moschee ? Potranno queste svolgere un ruolo determinante per la diffusione della cultura e combattere l’ignoranza?

R) Per noi la moschea rappresenta essenzialmente un luogo di culto, e la scuola pubblica deve rimanere il luogo per eccellenza della diffusione della cultura e del sapere. Certo, altri attori possono e devono contribuire a portare avanti l’opera educativa, come anche il settore privato e la stessa società civile, ma noi restiamo convinti che per il mondo arabo, attualmente, e per rilevanti ragioni di coesione sociale, la scuola deve mantenere il suo primato in fatto di insegnamento pubblico. Ma per tornare al ruolo della moschea, certo, non ci dispiacerebbe, se la cosa fosse naturalmente regolamentata dallo Stato e posta sotto la sua tutela, accordare alle moschee una parte dell’educazione, in particolare quella che più gli compete, come l’alfabetizzazione e l’educazione prescolare.In Tunisia ad esempio, le “Kouttabs” ex scuole coraniche, dipendenti dalle moschee, sono state trasformate in centri di educazione prescolare, e preparano gli alunni all’insegnamento primario. Tutto questo in un quadro regolamentato e organizzato dallo Stato. In altri paesi arabi invece, si sono avute esperienze di alfabetizzazione nelle moschee, e ciò prova che la cosa è pure possibile, ma sempre con le dovute precauzioni.

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ISLANDA MAGICA TERRA DI SCRITTORI E POETI THOR VILHJALMSSON  

 

“Di Thor Vilhjalmsson non oso dire molto . E’ pieno di bombasto poetico come si conviene ai giovani . Non mi meraviglierebbe affatto se in futuro venisse considerato un profeta , ma al momento la sua serietà mi sembra un poco vacua e addirittura ridicola in certi frangenti.” Con queste parole si espresse Steinn Steinarr in occasione dell’uscita del volume Poesie Di Giovani Poeti parlando di Thor Vilhjalmsson .  “ Un giudizio severo ” ,  come scrive Jon Yngvi Johannsson  , “con qualche riserva che lasciava trasparire tuttavia una profezia di quanto ha caratterizzato la carriera di questo scrittore da allora in poi , e l’atteggiamento dei lettori nei confronti delle sue opere : forse nessuno scrittore islandese di questo secolo ha conosciuto un’ambizione  artistica e letteraria pari a quella di Thor Vilhjalmsson , ambizione che lo ha trascinato spesso lontano dalle correnti tradizionali ” .

Era il 1955 e in quell’anno il giovane Thor aveva già pubblicato due raccolte di brevi racconti e novelle .Opere del tutto diverse da quanto si era visto fino ad allora si affacciavano sul panorama della letteratura islandese presentando meditazioni poetiche , spesso astratte , e aneddoti dal sottofondo esistenziale che ritroviamo pure in un suo lavoro del 1957 , Il Volto Nello Specchio Della Goccia , l’ultimo meramente “poetico “ perché negli anni successivi Thor cominciò a scrivere memorie di viaggio e articoli legati alla lotta culturale , testi intrisi di satira scritti in uno stile magico e con una verve fino ad allora sconosciuta . E’ nel 1968 , invece , che esce il suo primo romanzo che porta il titolo Svelto , Svelto Disse L’Usignolo e da allora in poi un susseguirsi di capolavori  : Il Grido Della Coccinella , La Falce Di Luna , Il Teatro Sulla Torre …  opere letterarie fortemente caratterizzate dalla piena realizzazione poetica dell’autore : una austerità profonda e il conflitto con la logica estrema dell’esistenza umana , della solitudine e delle passioni , emergono dalle pagine di questi libri dando vita a personaggi che si muovono nella cultura variegata dell’Europa del dopoguerra ricca di stimoli per le nuove idee nell’arte , nella politica  e nello stile di vita .  Oggi i due romanzi più importanti scritti da Thor Vilhjalmsson sono Il Muschio Grigio E’ In Fiamme , vincitore del Premio Letterario Scandinavo , uno dei più memorabili romanzi della letteratura islandese degli ultimi decenni , uscito in Inghilterra con una prefazione del grande poeta  Ted Hughes ,  e La Poesia Del Mattino Nell’Erba , basati entrambi su avvenimenti reali e uniti tra loro da un tema unico e dominante che collega le due storie , quello dell’uomo frustrato , dell’ego lacerato …sempre nello stile  artistico di Thor , caratterizzato proprio dai suoi tormenti , dai suoi dubbi e le sue contraddizioni, tradizionalista e romantico ,ermetico ma non scostante , geniale nel riuscire a imprigionare il lettore nel ritmo del racconto per lungo tempo anche dopo la lettura .

Mezzo secolo dopo le parole di Steinn Steinarr , ed un percorso artistico non poco tortuoso , ostacolato, come il genio vuole , anche da indifferenza e ostilità , Thor si trova senza dubbio tra i profeti , amato ed ammirato , pluripremiato eppure umile a occupare il posto d’onore che gli spetta . Onorato del premio Letterario d’Islanda  e insignito del prestigioso Premio Letterario dell’Accademia D’Arte di Svezia , uno dei riconoscimenti più importanti nel suo genere , secondo solo al Nobel , ThorVilhjalmsson  , celebrato un po’ ovunque nel mondo , ha ricevuto qui in  Italia  due notevoli onorificenze , quella di Cavaliere dell’Ordine Del Merito , e quella di Gran Ufficiale dell’Ordine del  Merito .   (tratto da Nel Novero dei Profeti di Jon Yngvi Johannsson ) - in occasione del Premio Letterario d’Islanda.(Elisabetta Bernardini)

 

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PRESENTATA LA NUOVA EDIZIONE DEL VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA “DEVOTO - OLI”  (30 maggio 2007)

 

E’ stata pubblicata la nuova edizione del vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli (con C.D. Rom pagine 3.232 Euro 71,50). Il ricco volume edito da E. Le Monnier e curato da Luca Serianni, ordinario di Storia della Lingua Italiana presso l’Università “ La Sapienza " di Roma, e Maurizio Trifone, professore di Lessicografia e Lessicologia Italiana presso l’Università per stranieri di Siena, oltre a contenere la segnalazione di tutte le parole dell’italiano di base, si avvale di un aggiornamento di centinaia di nuovi termini e della registrazione di tutte le variazioni sintattiche e grammaticali subite dalla nostra lingua nel corso degli anni.

Tra le migliaia di pagine l’inserimento di qualcosa come settecento nuovi neologismi di attualità e politica, di nuove mode e tendenze, provenienti sia dai giornali che dalla televisione.

Inoltre l’indicazione sistematica delle reggenze dei verbi e degli aggettivi; la revisione e l’integrazione delle informazioni grammaticali presenti in tutti i lemmi quali l’indicazione di invariabilità, i plurali e i femminili dubbi o difficili, la revisione delle coniugazioni e degli ausiliari; e poi ancora la revisione e l’aggiornamento del lessico scientifico, controllato annualmente da un’équipe di specialisti;

la revisione di tutti i prefissi e di tutti i suffissi e conseguente controllo di tutte le etimologie; gli alterati dei sostantivi e degli aggettivi (diminutivi, accrescitivi e peggiorativi) e infine l’indicazione della data di prima attestazione di tutti i lemmi. (E.B.)  

 www.ladante.it  www.lemonnier.it

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PRIMAVERA ITALIANA IN GIAPPONE 2007: IN PRIMA FILA LA SOCIETÀ   DANTE ALIGHIERI (10 maggio 2007)

        La Società Dante Alighieri, in collaborazione con il Centro Linguistico Culturale Italiano di Tokyo-Nagoya, in occasione della Primavera italiana in Giappone 2007 promossa dall’Ambasciata d’Italia in Giappone, organizza una serie di eventi culturali allo scopo di contribuire alla diffusione della cultura italiana nel Paese asiatico. Dopo il successo ottenuto con il simposio di urbanistica “La città e il suo ideale” che si è svolto lo scorso 21 aprile, e che ha visto la partecipazione di importanti relatori quali la prof.ssa Laura Nenzi, docente e ricercatrice del Dipartimento di Storia della Florida International University, il prof. David Freedman, docente della Keio University di Tokyo e il prof. Fabrizio Grasselli, docente di Studi Urbanistici della Keio University e Presidente della “Dante Alighieri” di Nagoya, le manifestazioni culturali riprenderanno il 19 maggio prossimo con l’inaugurazione della mostra d’arte e di letteratura “La montagna di Enrico”, ideata per presentare in lingua italiana il lavoro di David Shapiro, scrittore americano autore di una favola senza tempo e senza luogo pubblicata in Giappone, tradotta da “Il Centro” e illustrata dall’artista giapponese Hiroshi Gen. L’esposizione delle illustrazioni originali del libro si concluderà il 2 giugno e sarà arricchita da una serata di lettura in programma il 26 maggio alla presenza dell’autore. Con lo scopo di promuovere in Giappone una maggiore diffusione dei libri italiani la Società Dante Alighieri presenterà, nei prossimi mesi di giugno e luglio, la manifestazione “Millelibri dall’Italia 2007”, con una mostra di volumi forniti dalla stessa “Dante” e la creazione, presso la sede de “Il Centro” di Tokyo, di uno spazio con funzione di vera e propria sala di lettura aperta al pubblico. L’iniziativa sarà ripetuta negli anni successivi fino a creare un fondo librario di mille libri italiani e costituire una nuova biblioteca italiana a Tokyo. Per informazioni: www.il-centro.net/dante ,  www.il-centro.net , info@il-centro.net , grasselli@il-centro.net .

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LINGUA ITALIANA E IMMIGRAZIONE   (31 ottobre 2006) 

La Società Dante Alighieri, leader mondiale nell’insegnamento e nella divulgazione della lingua e della cultura italiane, promuove da anni una serie di corsi di studio per immigrati che possano favorire l’apprendimento e la conoscenza dell’italiano ai numerosi extracomunitari che risiedono nel nostro Paese. I corsi, che prevedono il rilascio di un certificato di frequenza denominato PLIDA, (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri), rappresentano una iniziativa molto significativa a vantaggio dell’inserimento dei futuri, possibili, cittadini italiani nel nostro tessuto sociale. e una testimonianza dell’impegno che la storica Società ha preso per offrire loro una possibilità in più di integrazione.

Provenienti da ogni parte del mondo, in particolare dal  Marocco e dallo Sri Lanka, coloro che prendono parte al programma scolastico si propongono, in effetti, di studiare la nostra lingua e la nostra cultura soprattutto per poter più facilmente entrare negli ambienti di lavoro italiani che li richiedono, ma anche per poter meglio vivere e condividere sotto tutti gli aspetti il contesto sociale che li accoglie. Per questo motivo ai suddetti corsi, vanno ad affiancarsi anche due Sportelli: uno Giuridico, che consenta una dettagliata documentazione circa le garanzie per ottenere eventualmente la cittadinanza italiana, ed un altro Medico-Alimentare, per tracciare un percorso di scambio tra differenti culture, tradizioni e modi di vivere.

Il comune di Siracusa, in Sicilia, terra di immigrazione per eccellenza, sta offrendo un notevole contributo a sostegno di questo progetto, e il supporto dato dal Comune della celebre città siciliana alla SDA locale, che qui non ha ancora una sede effettiva, si concretizza nella concessione delle aule scolastiche per l’adempimento delle attività didattiche legate a tali corsi e in una collaborazione diretta ai progetti di inserimento ad essi collegati.

Proprio lo scorso 30 settembre 2006, presso la Base dell’Aeronautica Militare di Siracusa, dove si svolgerà la cerimonia di consegna, 31 studenti stranieri, che hanno raggiunto come immigrati il nostro paese e che hanno frequentato con successo questi corsi di studio, hanno ricevuto i prestigiosi certificati Plida. Certificati che gli sono stati consegnati dal questore di Siracusa, Antonio Cufalo, e dal prefetto della stessa città, Francesco Alecci, alla presenza del segretario generale della Società Dante Alighieri, dottor Alessandro Masi e della dottoressa Gioia Pace, presidente della SDA del capoluogo siciliano. Va ricordato che questo nostro celebre Ente Morale sono già dodici anni che si dedica a questa specifica attività didattica, sentendo per primo l’urgenza di tale problema,  proponendo dei corsi specializzati presso i comitati corrispondenti delle città italiane appartenenti a quelle regioni particolarmente coinvolte nel fenomeno dell’immigrazione, tra queste Bari, Crotone e, appunto Siracusa.

E’ anche tanto tempo che la Società Dante Alighieri sostiene l’importanza di una legge che razionalizzi il sistema di apprendimento della lingua e cultura italiane per immigrati nell’ambito di una possibile riforma di legge in materia di immigrazione. Dal 2000, la Dante Alighieri opera in Convenzione con il Ministero della Solidarietà e in applicazione della Legge Turco-Napoliano, nonché, in seguito all’attuale normativa, fornendo assistenza per la preparazione linguistica degli immigrati che giungono in Italia, presso le oltre 400 sedi presenti all’estero, come è accaduto con successo in Tunisia, Sri Lanka, Bulgaria e Moldavia.

In effetti per poter ottenere la cittadinanza, è bene per i richiedenti avere una adeguata conoscenza e condivisione della lingua e della cultura del paese ospitante, e in merito alla certificazione di queste qualità conoscitive, è assolutamente necessario razionalizzare le risorse disponibili facendo ricorso a quanto l’Unione Europea ha previsto in materia di insegnamento delle lingue con il Quadro Comune Europeo di riferimento. Il Documento stilato dal Consiglio d’Europa ha inteso fornire una base comune in tutto il Continente che consiste anche nella elaborazione di programmi e libri di testo per lo studio e l’apprendimento delle lingue europee moderne. 

A questo decisivo traguardo relativo alla unificazione del titolo di studio europeo, la SDA punta di arrivare con il proprio certificato PLIDA, rilasciato con il riconoscimento del Ministero degli Affari Esteri, nell’attesa che anche in Italia sia varata una legge che disciplini il sistema di apprendimento della nostra lingua e cultura. Infatti da noi non esiste ancora una unica certificazione che attesti le diverse competenze linguistiche degli studenti extracomunitari per cui vengono rilasciati quattro diversi tipi di attestati che sono rispettivamente, quello della Dante Alighieri, quello dell’università di Roma Tre e quello delle Università per stranieri di Siena, in Toscana  e di Perugia, in Umbria. (E.B.)  

 

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PREMIO PRINCIPE DELLE ASTURIE 2005: LA SOCIETA ’ DANTE ALIGHIERI INSIGNITA PER LA SEZIONE COMUNICAZIONE E UMANISTICA

 Venerdì 21 ottobre 2005, si è svolta nel Teatro Campoamor di Oviedo, in Spagna,  la cerimonia di consegna del Premio Principe delle Asturie.

Istituito nel 1980 dall’omonima Fondazione per onorare l’attività scientifica, tecnica, culturale e sociale svolta da persone, gruppi di lavoro e istituzioni nell’ambito internazionale i cui risultati siano un esempio per l’Umanità, il riconoscimento è andato quest’anno anche alla Società Dante Alighieri, rappresentata dal Presidente, Ambasciatore Bruno Bottai, che ha ricevuto  la  prestigiosa onorificenza per la sezione Comunicazione ed Umanistica insieme all’Alliance Française, al British Council, al Goethe Institut, all’Istituto Cervantes e all’Istituto Camões, per «l’apporto dato allo scopo comune di preservare e diffondere il patrimonio culturale europeo mediante l’insegnamento, a milioni di persone in tutti i continenti, delle rispettive lingue nazionali, così come delle tradizioni letterarie ed artistiche e dei valori etici e umanistici su cui si fonda la civiltà occidentale».

Con oltre 5.500 corsi di lingua rivolti a più di 200 mila iscritti, la Società Dante Alighieri costituisce oggi la massima Istituzione per la diffusione della lingua e della cultura italiane all’estero, presente nelle scuole con circa 50 mila alunni iscritti ed impegnata dal  2002 in un vasto progetto di formazione linguistica e culturale destinato a cittadini extracomunitari.

I premi sono stati consegnati da S.A.R. il Principe delle Asturie, Felipe di Borbone e Grecia, erede al Trono di Spagna, durante un solenne atto accademico considerato uno degli avvenimenti più importanti nel calendario culturale europeo e latinoamericano, al quale hanno preso parte i giornalisti di oltre 200 testate nazionali ed internazionali e numerose personalità del mondo della politica e della cultura.

 

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INTERVISTA A YAHYA SERGIO YAHE PALLAVICINI, imam italiano, presso la moschea al-Wahid di Milano, e autore del libro L’Islam in Europa, riflessioni di un Imam italiano (ed. Il Saggiatore)

 

1)      Imam Pallavicini, lei è discendente di un’antica nobile famiglia di origine senese.  Come e perché, da Cattolica, diventa Musulmana la sua famiglia?

 

Mio padre, educato in una famiglia cristiana cattolica, venne fatto prigioniero dai nazisti e portato nel carcere militare di Torino in attesa di essere fucilato insieme ad altri partigiani monarchici. L’imminenza di una morte miracolosamente procrastinata lo spinse a ricercare nei testi sacri delle varie tradizioni religiose la dimensione spirituale dell’esistenza e a trovare l’impegno per approfondire la conoscenza della Verità. L’islam e la dottrina metafisica dei maestri del sufismo lo ispirarono in un nuovo riorientamento religioso. Mia madre appartenente ad una nobile famiglia di religione buddista dopo aver conosciuto mio padre riconobbe con il passare degli anni la particolare sintonia spirituale che unisce ogni Rivelazione divina e accettò di entrare nella comunità islamica adottando il nome di Nuriyyah, la luminosa.

 

2)      Che cosa significa essere musulmano oggi rispetto a venti, trenta anni fa?

 

Essere musulmano significa aderire pienamente alla volontà di Dio, l’Unico, il Misericordioso, e seguire l’illuminato esempio del sigillo della profezia Muhammad. Venti, trenta anni fa, in Italia, questa appartenenza veniva considerata erroneamente una “scelta esotica”, ora rischia di essere considerata una “scelta ideologica”. L’ignoranza e i pregiudizi formali sono alla base delle concezioni sbagliate che ci facciamo di altri esseri umani. Bisognerebbe ritrovare il valore dell’unità nella diversità al riparo dai relativismi filosofici o dalle assolutizzazioni integraliste e vivere la propria religione con onestà e semplicità, coerenza e naturalezza, in ogni luogo e tempo.

 

3)      Che futuro può avere l’Islam in Europa?

 

Mi auguro possa avere quello spazio di dignità, rispetto e libertà d’espressione che la costituzione prevede a tutte le confessioni religiose, senza confusioni con le strumentalizzazioni eversive ne con i fatti di cronaca dello scenario internazionale. Massimo rigore e condanna nei confronti dei violenti e sostegno ai musulmani d’Europa come parte integrante e qualificata del pluralismo della società europea.

 

4)      La democrazia, i diritti umani, la libertà, il ruolo delle donne….Se l’anno dell’Egira è lontano dal XXI secolo, non per questo anche la mente degli uomini deve esserlo. In un contesto di globalizzazione, in che modo reagisce il mondo musulmano?

 

Con scarsa preparazione. Il processo di secolarizzazione ha un ritmo che non riesce ad essere assorbito con serenità in Medio Oriente e in Africa.

C’è il rischio che alcuni orientali si chiudano a ghetto, si contrappongano agli “occidentali” rivendicando pretestuosamente la propria diversità storica e culturale o vengano assimilati senza intelligenza e a discapito del patrimonio specifico delle loro identità tradizionali. D’altro canto, quanto gli occidentali conoscono gli altri esseri umani che vivono nel resto del mondo e quanto sono disposti a rivedere la “superiorità” della loro civiltà o l’ideale di supremazia che tramite “la democrazia, i diritti umani, la libertà, il ruolo delle donne” si dovrebbe imporre velocemente e ad ogni costo a tutti, senza conoscere nessun altro se non l’immagine di se stessi?

 

5)      Sappiamo che lei è vicepresidente della CO.RE.IS. (Comunità religiose islamiche in italia), un’organizzazione di riferimento per i musulmani italiani, riconosciuta anche dal Consiglio di Stato, e che segue lo sviluppo intellettuale e culturale delle comunità islamiche nel nostro Paese. L’Italia è un Paese Cattolico, eppure consente la libertà di culto a tutte le altre religioni, compresa quella musulmana. Perché l’Italia dovrebbe subire degli attentati da parte del terrorismo islamico? Che cosa pretendono, allora “questi” musulmani?

 

I terroristi non sono musulmani. Il terrorismo è un movimento di individui che usa la violenza per creare il caos e sperare di conquistare il potere. L’Islam è una rivelazione divina che insegna il rispetto della sacralità della vita di ogni creatura e in tutti i suoi aspetti, dove la violenza, il suicidio e l’assassinio sono peccati intollerabili. Gli attentatori pretendono la legittimazione delle loro aberranti interpretazioni dottrinali o strumentalizzazioni ideologiche per imporre un nuovo ordine mondiale frutto delle suggestioni utopistiche e diaboliche di cui sono strumenti.

L’Italia è un Paese laico dove la costituzione prevede la libertà di culto a tutte le confessioni religiose compreso l’Islam. Bisogna distinguere bene il carattere religioso e cultuale di ogni confessione dalle eventuali manipolazioni e favorire il riconoscimento di quelle componenti ecumeniche e responsabili delle varie comunità di fede per un dialogo e un confronto proficuo per la società contemporanea e le future generazioni.

 

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VENEZIA, L’OLIMPO DELLE BIENNALI

 

Da domenica 12 giugno è  aperta al pubblico la 51ma edizione della Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia che, dopo 110 anni di storia, presenta due novità di rilievo: l’inizio di un nuovo ciclo, caratterizzato da un dialogo progettuale con la Direzione Artistica , volto a raggiungere  specifici obiettivi che riconfermino il ruolo centrale della Biennale nel dibattito culturale e artistico internazionale e, per la prima volta sotto la guida di due direttori, Maria De Corrale Rosa Martinez, la realizzazione di due mostre specifiche e complementari intitolate “L’esperienza dell’arte”e “Sempre un po’ più lontano”.I  progetti espositivi, tracciati lungo un percorso artistico che va dagli anni Settanta ad oggi, con uno sguardo rivolto all’immediato futuro, portano nuovamente alla ribalta della più antica e celebre Rassegna d’arte del mondo, il meglio della contemporaneità attraverso opere che, vere e proprie espressioni del moderno linguaggio artistico e delle sue tendenze estetiche,  consentono una lettura articolata dell’arte del nostro tempo.I pochi e selezionati artisti partecipanti, novantuno, provenienti da ogni parte del pianeta e da ogni cultura, avranno modo di raccontare la loro propria vicenda creativa lungo un itinerario di sculture, dipinti, video e installazioni.

Le mostre, allestite in perfetta armonia con gli straordinari spazi espositivi che le Accolgono, offrono alle migliaia di visitatori e addetti ai lavori  non solo un’ampia possibilità di ricerca ma anche un forte impatto visivo. Una scenografia che caratterizzerà tanto l’area dei Padiglioni, quanto le sedi dello storico centro cittadino. Un centro cittadino animato quest’anno anche da qualche polemica a causa della scarsa presenza di autori italiani nell’ambito di quella che è una delle nostre più importanti manifestazioni culturali. Infatti un gruppo di giovani artisti, in segno di protesta, ha voluto realizzare un Padiglione Italia alternativo, esterno alla Biennale, nella Chiesetta sconsacrata di San Gallo. Una protesta che tuttavia Davide Croff, direttore del CDA della Biennale, ha in parte quietato, assicurando che il Padiglione Italia si farà già dal prossimo anno,presso l’Arsenale,sotto la guida di Ida Giannelli, direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. La Biennale di Venezia è una delle più autorevoli istituzioni culturali al mondo. Dal 1895, anno della prima Esposizione, la celebre Rassegna d’arte, fondata con una delibera comunale in cui si propose di istituire una Esposizione Biennale Artistica, è all’avanguardia nella promozione delle nuove tendenze artistiche e organizza manifestazioni internazionali nelle arti contemporanee seguendo un modello pluridisciplinare che ne caratterizza l’unicità, richiamando un vastissimo pubblico ed un enorme interesse mediatico.In seguito ad una riforma, avvenuta lo scorso anno su iniziativa del Ministero della Cultura, con lo  scopo di migliorare l’efficienza manageriale, la Biennale è diventata una Fondazione ed è quindi costituita da un Consiglio di Amministrazione. Rilanciare le potenzialità della Biennale è una delle nuove sfide che la fondazione si prefigge, non solo in occasione delle grandi mostre, ma anche nella produzione artistica, in tutti i settori, durante tutto l’anno.

L’intenzione è quella di patrimonializzare la Biennale , ispirandosi al modello economico-culturale USA, che usufruisce di un budget finanziario costituito da sponsor privati, da contributi pubblici, da rendimenti della patrimonializzazione, e infine da ricavi propri. Questo progetto è già in fase di attuazione grazie al supporto di prestigiosi partner privati, interessati alla realizzazione di una “casa stabile”, o meglio una sede propria della Biennale che ne rafforzi e ne stabilizzi l’identità, portandola ad essere  un centro espositivo permanente, come un laboratorio di cultura, di arti,  di idee, che da Venezia parli a tutto il mondo.A testimonianza dell’importanza e del valore universali riconosciuti alla Biennale

di Venezia, sono le sempre più numerose presenze del mondo dell’arte che, nonostante i costi elevati che richiede, vogliono partecipare alla pregevole Rassegna. “Effettivamente poter avere un proprio spazio all’interno della Biennale comporta anche un particolare sforzo economico, ma ne vale la pena”,  dice John Kaldor, Commissario dell’Esposizione Australiana alla Biennale di Venezia 2005.“Il fatto è che la Biennale di Venezia non è solo la più antica rassegna d’arte del mondo, ma anche la più importante, e per due motivi. Innanzitutto per l’arte stessa, e poi per “l’occasione” che rappresenta nell’intero mondo  dell’arte, dagli artisti, ai curatori,ai collezionisti…Anche altre città  offrono una biennale, ma  non sono Venezia. Venezia è l’Olimpo delle Biennali”.John Kaldor, figura di rilievo nel mondo delle arti internazionali, ha curato il progetto “This Time Another Year”,  l’esposizione veneziana di un giovane artista di Sidney, Ricky Swallow, che è costato all’Australia più di un anno di lavoro e molto investimento economico, ma, continua John Kaldor,”Venezia è una tribuna strategica che crea opportunità di livello mondiale per l’esposizione ed il collezionismo dell’arte contemporanea, e anche l’Australia riconosce  alla Biennale italiana il prezioso  contribuito allo sviluppo e alla carriera di molti artisti che hanno poi ottenuto  significative opportunità di  esibizione”.L’Australia è una di quelle nazioni che  possiede un proprio padiglione espositivo, al numero 51 dei Giardini della Biennale, e quest’anno ad accompagnare lo staff artistico ci saranno anche cinque curatori Aborigeni su un totale di diciannove. Non è mai accaduto prima  qualcosa di simile, ed è proprio in occasione dell’evento che la città lagunare offre.“Gli Aborigeni provenienti dai diversi Stati del continente australiano, vivranno  un’esperienza di sicuro valore in quanto  prenderanno contatto per la prima volta con l’arte contemporanea mondiale, in una città davvero unica al mondo”, conclude Kaldor, “ e tutto questo grazie alla Biennale”. Fino al 6 novembre.

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MONDIALIZZAZIONE E MEDITERRANEO

 

Si è svolta a Roma, venerdì 22 aprile, presso la Farnesina , sede del Ministero degli Affari Esteri italiano, la conferenza sul dialogo euromediterraneo “Mondializzazione e Mediterraneo”.

Promossa dall’ Osservatorio del Mediterraneo e terza del ciclo *Le Grandi Conferenze, fortemente volute dall’on. Franco Frattini, attuale Vice Presidente della Commissione Europea e Presidente dello stesso Osservatorio del Mediterraneo, “Mondializzazione e Mediterraneo” è stata preceduta, in ordine di tempo, dalle conferenze del 28 gennaio e del 25 febbraio, rispettivamente dal tema  “Il ruolo dei parlamenti e delle società civili nel rafforzamento della cooperazione euromediterranea” con l’intervento di Abdelwahad Radi, presidente della Camera dei deputati del regno del Marocco, e  “L’UMA e il processo di Barcellona” presieduta dal segretario generale dell’Unione del Maghreb Arabo, Abib Boulares.

A caratterizzare con la sua presenza e le sue idee questo nuovo incontro è stato invece il presidente della Corte dei Conti della Repubblica Francese, Philippe Seguin impegnato da anni in una serie di attività culturali di forte richiamo nell’intento di far conoscere e diffondere il valore e l’importanza della dimensione mediterranea, quella originale dimensione mediterranea tanto cara a Jean Monnet (a lui è stata dedicata l’Università Mediterranea di Casamassima, presso Bari, in Puglia n.d.r.), alla quale si deve tornare.

 Philippe Seguin, originario di Tunisi, politico e scrittore di livello internazionale, nel tracciare un percorso storico- culturale del Mediterraneo per arrivare ai nostri giorni, e nel tentativo, tutt’altro che facile, di definire il fenomeno della mondializzazione, temi centrali della conferenza,  ha voluto sottolineare innanzitutto i rischi che provocherebbe un protrarsi verso nord est dell’Unione Europea tralasciando l’area mediterranea.

Ancora oggi, anche se in modo diverso rispetto al passato,  il Mediterraneo, culla della civiltà,  riveste un ruolo, e non solo geografico,  importantissimo di cui l’Europa deve tener conto e per cui si deve adoperare attivamente se vuole creare le condizioni adatte a  sviluppare con esso quei rapporti economici, sociali e culturali utili a fronteggiare i numerosi problemi che lo affliggono e che, se non corretti, affliggerebbero, a lungo andare, anche la stessa Europa. 

Il Mediterraneo, un tempo centro della mondializzazione e oggi vittima di questo fenomeno croce e delizia dell’umanità, necessita di un piano risolutivo concreto da parte del governo Europeo, il quale non può più  chiudere gli occhi davanti alla realtà per limitarsi a quelle relazioni esclusivamente incentrate sugli investimenti economici, il libero scambio e il commercio, che portano frutto ai pochi e lasciano nella povertà i molti;   un piano che sia in grado di sconfiggere tanto il dramma delle disuguaglianze fra i popoli, radice di ogni altro male, causato proprio dalle discriminazioni economiche,  quanto il “dramma” della globalizzazione che pretende un mondo monoculturale e monolinguistico come se bastasse questo a determinare un pensiero unico nella mente degli uomini…

Una volta raggiunta la consapevolezza del fatto che entrambe le rive del Mediterraneo hanno molteplici interessi comuni che possono dare una risposta a quella evoluzione economica detta mondializzazione, e che i suoi cittadini hanno bisogno tutti gli uni degli altri per cui è necessario che cooperino per favorire lo sviluppo e contribuire ad una migliore intesa tra culture occidentali e arabo-islamiche, le quali devono venirsi incontro senza pretendere di prevalere le une sulle altre, l’UE deve passare ai fatti  seguendo una strategia che si basi su determinate linee d’azione, ispirate da idee che siano il frutto di  un acceso spirito mediterraneo e di cui si deve tener conto per raggiungere gli obiettivi prefissati: difendere le diversità culturali, espressione tipica della zona;  regolare i sistemi economici affinché si possa sviluppare una vera e propria economia mediterranea che sia protagonista dell’economia mondiale e dia origine ad una mondializzazione “altra”, aperta e generosa, fondata sui valori che il mondo mediterraneo ha incarnato  e promosso da sempre, in grado di condurre ad una stabilità delle istituzioni e ad una prosperità durature; promuovere il dialogo, ma non un dialogo del libero scambio, che è un dialogo puramente commerciale e non potrà mai condurre alla realizzazione di uno spazio collettivo, bensì un dialogo costruttivo e concreto ispirato da uno spirito di pace e di riconciliazione capace di coinvolgere vivamente il popolo euromediterraneo.

Queste sono le fondamenta sulle quali costruire il Mediterraneo del terzo millennio.

Il luogo d’incontro per eccellenza dei principali modelli di civiltà non può più essere lasciato abbandonato a se stesso e rappresentato dal solito quadro delle contraddizioni, delle disuguaglianze, del clima di ostilità e di incomprensione, dei flussi migratori… e sarà proprio il Mediterraneo ad offrire all’Europa la grande occasione di essere protagonista indiscusso sulla scena politica internazionale, quando riconoscerà concretamente che questa parte del pianeta non è soltanto una linea di confine ma sua stessa parte integrante.

 

*Nell’intento di creare un dialogo aperto tra tutti i paesi del partenariato euromediterraneo e di contribuire al rilancio del processo di Barcellona, questa serie di conferenze costituisce un appuntamento significativo atto a tale scopo, affinché coinvolgendo le più autorevoli personalità delle due rive del Mare Nostrum si possa estendere tale interesse ad un ben più vasto pubblico, quello costituito dalla cosiddetta società civile

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Intervista a  ANTONIO GALDO, autore del libro

PIETRO INGRAO, IL COMPAGNO DISARMATO (S&K)

 

 

D) Antonio Galdo, perché scrivere un libro su Pietro Ingrao oggi?

R) Pietro Ingrao è il personaggio più affascinante e più denso della sinistra italiana. La sua storia ha accompagnato la parabola politica del comunismo, e ancora oggi il nome di Ingrao evoca grandi suggestioni, specie nelle nuove generazioni. A 90 anni, in questo libro, Ingrao riconosce i suoi errori, comuni ad intere generazioni della classe dirigente del PCI, a partire dallo sbaglio più grave: non avere preso le distanze, in tempo, dalla deriva del regime sovietico. Proprio lui, infatti, nel 1956 firmò un drammatico articolo di fondo sull’Unità (il giornale che palmiro Togliatti gli aveva affidato), dal titolo “Da una parte della barricata”, con il quale si condivideva l’intervento armato dell’URSS a Budapest per reprimere nel sangue una protesta popolare contro il regime di Mosca.

Poi sono venuti altri errori, come quello degli anni di piombo, quando Ingrao, e con lui tanti dirigenti comunisti, non vollero riconoscere le origini nel mondo della sinistra estrema delle brigate rosse. E non capirono un fenomeno che rischiava di scardinare lo Stato e le sue istituzioni.

Ma la densità di Ingrao non è soltanto quella di un importante dirigente politico, di un leader dell’estrema sinistra: è anche la storia di un uomo che, improvvisamente, si è trovato a investire la propria vita nella battaglia politica. In questo libro, infatti, viene fuori un Ingrao inedito: il poeta, l’uomo di cinema( ha scritto la sceneggiatura di Ossessione di Luchino Visconti), il marito innamorato. E viene fuori perfino un Ingrao spirituale che confessa la sua fortissima “tentazione” di diventare monaco. Forse per interiorizzare il peso di una pesante sconfitta, prima umana e poi politica.

D) “La sinistra ieri, la sinistra oggi”, dava il titolo al programma di presentazione del libro che prevedeva anche la partecipazione di Piero Fassino. Nella frammentata sinistra di oggi, c’è Pietro Ingrao?

Se si, in quale figura politica lo si può identificare?

R) Non ci sono nella sinistra di oggi dirigenti politici con il peso e la profondità di Ingrao. Non si tratta di un giudizio di valore. La politica, rispetto ai tempi che Ingrao descrive e racconta, non ha più quella forza di attrazione, non rappresenta una “scelta di vita”. Specie tra i giovani, che la sentono distante e la considerano lontana dai loro interessi. La recentissima scelta di Ingrao di aderire a Rifondazione Comunista, rappresenta però un segnale importante: la sua icona non è soltanto una testimonianza, ma è la convinzione, che Ingrao ha maturato negli ultimi tempi, che attorno a Rifondazione possa nascere un nuovo polo della sinistra italiana. Un polo che non vuole solo “riformare” l’assetto politico e sociale del Paese, ma cambiarlo radicalmente. Chissà, forse questa è l’ultima utopia del “compagno disarmato”…

D) Chi, o che cosa, ha disarmato Pietro Ingrao?

R) Ingrao è un pacifista assoluto, senza se e senza ma. Considera la guerra in Iraq, come il precedente intervento in Kossovo ( deciso da un governo di centro sinistra presieduto dall’ex comunista Massimo D’Alema) un’autentica sciagura e il segnale di un terzo millennio che potrebbe rivelarsi peggiore del terribile Novecento. Ma nel libro, il pacifismo di Ingrao si spinge oltre i confini dei conflitti armati. E si rivolge direttamente al suo popolo di riferimento, a quella sinistra dove ingrao ha speso la sua vita. E dove oggi chiede l’affermazione di un nuovo comandamento: un no netto, irrevocabile, all’uso della violenza come strumento della lotta politica. Può sembrare l’affermazione di un principio astratto, in realtà è un messaggio coraggioso e moderno, rivolto soprattutto ai più giovani, per non ripetere gli errori del passato. E per uscire dalla suggestione della “conquista del palazzo d’Inverno”, dall’idea cioè che la sinistra per governare debba, prima o poi, utilizzare lo strumento della violenza.(E.B.)

 

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INTERVISTA al Professor Nadir M. Aziza, Direttore generale dell’Osservatorio del Mediterraneo  e Cancelliere dell’Accademia  Mondiale della Poesia.

 

 

D) Professor Aziza, il Presidente dell’Osservatorio del Mediterraneo è il vice presidente della commissione UE, Franco Frattini, mentre il Direttore generale è un poeta… Finalmente politica e arte insieme !

R) La creatività letteraria o artistica non sono necessariamente separate dalla politica. Già in passato Platone, ma anche Chateaubriand, Lamartine e Victor Hugo, esercitarono alte funzioni politiche e in tempi più recenti lo scrittore peruviano Vargas Llosa che si presentò alle elezioni presidenziali nel suo Paese… mentre un anziano primo ministro britannico si rivelò più adatto a fare il direttore d’orchestra … Questa compatibilità deriva sicuramente dal fatto che la politica può essere, a certe condizioni, esercitata come un’arte. In un libro scritto anni fa insieme all’ex presidente della Repubblica del Senegal Léopold Sédar Senghor, che fu anche il grande poeta che sappiamo, noi parlammo della “poesia d’azione” e decidemmo di intitolare con queste parole un’altra nostra opera letteraria pubblicata a Parigi. L’alleanza tra politica e cultura all’interno dell’Osservatorio del Mediterraneo sarà una garanzia a vantaggio della complementarietà e, speriamo, della fertilità. Ma in questa alleanza va sottolineata soprattutto una visione del tutto nuova della politica di cooperazione per il rafforzamento Euromediterraneo. In effetti l’Osservatorio del Mediterraneo è una rarità tra le varie Istituzioni che si occupano del Mediterraneo in quanto possiede una direzione rappresentativa per la riva nord, presieduta appunto dall’on. Franco Frattini, e una per la riva sud di cui sono io stesso direttore generale. Modello esemplare di reciprocità, espressamente voluto dai membri fondatori di questa istituzione, che rappresenta un’apertura da parte dell’Italia a un dialogo equilibrato tra le due rive del nostro Mare comune.

D) L’Osservatorio del Mediterraneo si prefigge un bell’obiettivo: riavviare quel processo cominciato dieci anni fa con il partenariato di Barcellona e che tutto sommato, come si sa, non ha portato ad alcun risultato concreto. In tanti si preoccupano di sapere e molti tentano di spiegare perché è fallito quel famoso processo mediterraneo. Che visione ha lei di questo quadro e quali le prospettive future? Che cosa vuol dire rilanciare il “Processo di Barcellona”?

R) Vorrei attenuare la sua valutazione riguardo al Processo di Barcellona. Quest’anno é il decimo anniversario dall’avvio di quel processo e su scala nazionale, anzi di venti nazioni, dieci anni possono essere tanti ma anche pochi. Sono tanti se lasciamo parlare la nostra legittima impazienza di vedere realizzate subito e al meglio le nostre speranze personali. Sono pochi se consideriamo la lentezza che è propria delle realizzazioni collettive. Il processo di Barcellona un merito lo ha avuto, quello di aver elaborato per la prima volta una politica europea per il Mediterraneo. Ha contribuito a creare una

istituzione, tra le più importanti, per le relazioni euromediterranee. Inoltre ha lanciato l’idea della creazione di una Banca Mediterranea destinata a sostenere lo sviluppo dei Paesi della riva sud.  Certo resta ancora molto da fare per rafforzare il dialogo e la cooperazione euromediterranea, ma è necessario prendere coscienza del fatto che tali processi sono lunghi e difficoltosi. Basti guardare all’allargamento dell’Europa che ha sollevato e solleva tuttora problemi proprio all’interno della stessa Unione. Gli ostacoli concreti, i problemi politici non ancora risolti, come il conflitto israelo – palestinese, le disuguaglianze sociali, l’immigrazione, l’integrazione, vanno ad aggiungersi a ciò che

Edgar Pisani definiva le “barriere invisibili”: le immagini stereotipate dell’altro, la difficoltà a comunicare, le divergenze di concezioni e percezioni, tutto questo non fa che rendere più difficile l’incontro.  Ci si deve quindi armare di pazienza e costanza per andare avanti e non abbandonarsi alle sole aspirazioni.

D) Il dialogo(interculturale e interreligioso) è un tema particolarmente caro alla sensibilità del presidente Franco Frattini. Come può ritornare oggi quel dialogo “fertile e profondo” dei tempi passati di cui lei professore Aziza parla con nostalgia?

Attraverso quale ricerca di strumenti nuovi si può favorire il dialogo?

R) Ricordare il passato non deriva soltanto dalla nostalgia. Ricordare l’Andalusia terra delle Tre Culture, o la Sicilia Arabo – Normanna, deve rappresentare uno stimolo per risvegliare la nostra energia, una lampada che rischiari il nostro cammino. La nostalgia è legittima ma rischiosa se spinge a trascurare l’azione per un sogno irrealizzabile. Dobbiamo invece dare energia ai nostri sforzi per costruire quelle convergenze e quelle confluenze di oggi e di domani.

D) Tra i problemi che affliggono il Mediterraneo l’immigrazione clandestina, la criminalità, la povertà… non sono facilmente risolvibili. Il rilancio del processo di Barcellona, il rilancio dello sviluppo economico e non solo, tutto questo lavoro porterà a una risoluzione?  Da dove si dovrebbe cominciare a suo avviso?

R) Semmai vi fossero delle priorità a stabilire una linea guida al servizio della cooperazione euromediterranea, tra queste priorità non ve ne sarebbe tuttavia una esclusiva rispetto alle altre. Si deve prendere in considerazione ogni cosa e ci si deve rendere conto dell’importanza dell’interattività tra i diversi fattori: l’azione economica deve tener conto dei fattori culturali, le evoluzioni sociali non si possono verificare senza che prima si trasformino le mentalità e i diversi comportamenti, lo sviluppo e la modernizzazione devono essere incoraggiati, incentivati attraverso quelle stesse potenzialità interne alle culture e alle tradizioni. Si deve agire direttamente sugli ostacoli concreti e sulle “barriere invisibili” perché anche il dialogo, uguale a tante altre realtà,  è una “causa mentale” proprio come diceva Leonardo Da Vinci parlando della pittura.

D) Professore, l’Italia, che lei stesso ama definire centro del Mediterraneo e cuore del Mediterraneo, non si sottrarrà al suo impegno politico ed economico e ancor meno alle sue relazioni e iniziative. La mediazione dell’Italia, fondatrice e sede dell’Osservatorio del Mediterraneo, in questo nuovo processo mediterraneo quali risultati porterà a breve termine; mi riferisco al 2005 definito anno del Mediterraneo?

R) Che l’Osservatorio del Mediterraneo sia stato fondato in Italia, e che il 2005 sia stato proclamato Anno del Mediterraneo, non è soltanto una coincidenza. Grazie ai numerosi e, speriamo, anche originali progetti, la nostra istituzione vuole apportare il suo contributo al lavoro di tante organizzazioni italiane come la UNIMED , SIHMED, IMED, COPEAM, la Fondazione Laboratorio Mediterraneo, altre euromediterranee come la Fondazione Anna Lindt e varie istituzioni nazionali dei Paesi rivieraschi. Si tratta di una efficiente e coordinata azione collettiva che coinvolge la società civile e tiene conto delle sue richieste, sempre sperando di essere all’altezza delle numerose sfide che una costruzione volontaristica della solidarietà euromediterranea comporta.

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NONNI E NIPOTI DELLA REPUBBLICA

Intervista a Giulio Andreotti

 

D) Senatore Lei ha recentemente pubblicato  Nonni e Nipoti della Repubblica (Ed.Rizzoli) un libro brillante, come è nel Suo stile, e che offre lo spunto per riflettere anche su altri argomenti.

Come Lei stesso scrive nella prefazione, in questi ritratti c’è molta ironia ma non Commemorazione; cosa la spinge a raccontare così tanto?  

 

R) Mi sembra che attraverso la conoscenza,o il ricordo, dei tanti tipi umani che si sono susseguiti in Parlamento da 1946 ad oggi si aiuti il recupero dell’interesse alla politica che un certo andamento qualunquistico ha fatto perdere.

 

D) Tra i tanti nomi che popolano il libro c’è anche Trilussa il celebre poeta… Proprio in riferimento a Carlo Alberto Salustri lei afferma di aver ritrovato in molte esperienze di vita la puntualità delle sue poesie e se ne è servito per esprimere giudizi negativi un po’ marcati nei confronti di chi giudica la politica dei lunghi anni democristiani, “l’autista superbo quando il motore gli va in panne è costretto a farsi trainare dal somaro”. La vecchia D.C. deve proprio essere comparata ad un somaro?

 

R) Guardi che evocare i somari non è offensivo. Sono stati per tanto tempo essenziali come supporto nei lavori agricoli. Erano anche simbolo di pazienza nonché di umiltà rispetto ai cavalli, specie a quelli di razza.

 

D) Ma se qualcuno guarda dall’alto in basso il “teatrino” della politica dei lunghi anni democristiani, Lei come giudica la situazione attuale?

 

R) L’obiettivo di semplificazione del sistema concentrando tutto in due soli blocchi è stato molto dannoso. L’Italia è varia sotto tutti gli aspetti (culturali, storici, economici) e la proporzionale dava a ciascuno il suo. Non è affatto vero che ne soffrisse la stabilità e la governabilità. Con giuste e modellate alleanze si è fatta crescere la Nazione. Non a caso Forza Italia era nata con la proposta Tremonti- Urbani che è modellata sul sistema tedesco: proporzionale con un tetto minimo del cinque per cento. Occorre tornarci. Tornerebbe il “dialogo”, che è essenziale.

 

D) E considerando chi si occupa di politica oggi, nel libro fra i tanti di “ieri” figura anche Ilona Staller, più nota come “Cicciolina”, Le sembra che si sappia fare ancora politica ?

 

R) Credo che Pannella pensasse già da prima a mettere in giuoco la Staller per una sola Legislatura. Era una carta puramente elettorale. Non è certo da imitarsi.

 

D) Senatore un’ultima domanda, sappiamo che nel corso della Sua carriera, Lei si è occupato anche di politica estera, ha incontrato e conosciuto personaggi, uomini e donne, della scena politica internazionale. Non  ha mai pensato di scrivere un libro per raccontare anche questi?

 

R) Qualcosa ho fatto. Vedi i due libri “USA Visti da Vicino” e “URSS Visti da Vicino”. Sono stati tradotti anche in più lingue. Comunque Lei mi suggerisce un’idea. Ci rifletterò. Per ora ho licenziato le bozze del mio diario del 1947, anno di grandi svolte, e vi è molta politica estera.

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CAMBIAMO ROTTA – La Nuova Politica Estera dell’Italia  di FRANCO FRATTINI con CARLO PANELLA  -  ed. PIEMME   -   Euro 12,50

A cura di Antonio Bettanini. Prefazione di Silvio Berlusconi

“Perché i nostri soldati sono in Iraq e perché ci resteranno. Perché Inghilterra e Italia sono i più ascoltati alleati europei della Casa Bianca. Perché Putin è stato aiutato dall’Italia ad entrare nella NATO. Perché il centro sinistra si spacca di fronte alle scelte di politica estera. Perché è necessario respingere l’idea di un’Unione Europea a due velocità. Perché i no-global sbagliano. Perché Giovanni Paolo II a ragione a volere una costituzione europea che riconosca le radici cristiane del continente. Perché l’Italia deve e può costruire un ponte tra Occidente e Islam, che eviti una guerra di civiltà.”

Ne parliamo con Carlo Panella, giornalista e scrittore, autore del libro con il ministro degli esteri, Franco Frattini.

D) Cominciamo proprio dal titolo, emblematico, il cambio di rotta segna un punto importante di un percorso, una svolta…

R) Il titolo non lo abbiamo trovato noi autori, ma è stato ideato dal dottor Ferrari della Mondadori. Un titolo aperto sia nella  versione affermativa che in quella esortativa. Tra le due versioni io preferisco quella affermativa. Un cambio di rotta in effetti c’è stato e l’Italia è uscita da una vecchia posizione di politica estera assumendo un ruolo specifico, definito chiaramente nel libro, e cioè quello di mettersi nel punto di frattura delle crisi e di mediare. Così è stato fatto per la Russia, con Putin, ed il risultato è stato notevole perché si è arrivati  all’associazione di questa nazione alla NATO con un accordo firmato due anni fa a Pratica Di Mare; ma anche per quello che riguarda l’Unione Europea definendo il novanta per cento dell’accordo su cui poi è stata siglata la costituzione. In quel caso si è dimostrata una vocazione da parte dell’Italia che, a dispetto dei maligni, ha fatto propria la posizione franco-tedesca con i risultati che sappiamo. E pure per quello che concerne la situazione del medioriente il nostro Paese ha acquisito sempre più rispetto sia da parte israeliana che palestinese, in special modo da parte israeliana dopo Hamas.

D) Ma a chi si vuole rivolgere il libro?

R) Questo libro non è per  un largo pubblico. Si rivolge principalmente agli opinion maker e a tutti coloro che sono interessati alla politica internazionale ma anche alle imprese, infatti gran parte del testo tratta proprio questo argomento perché il nuovo assetto del ministero degli esteri segue l’evoluzione del sistema italia proteso tutto verso l’estero. Inoltre chi legge si accorge che una polemica molto dura nei confronti dell’opposizione accende le pagine lungo tutto l’arco del libro e specialmente in riferimento al tema della lotta al terrorismo. Un argomento delicato, un problema  grave per il quale non si vede per il momento all’orizzonte una strategia diversa da quella in atto per risolverlo. Ci sono proposte risibili contrastabili con i soli servizi segreti. Criticabilissima è la strategia americana e lo è altrettanto quella italiana eccessivamente filo americana, ma solo a patto che venga elaborato un sistema alternativo a quello attuale per combattere il terrorismo, come dice anche Giuliano Amato, l’unico dell’opposizione a dimostrare tanta comprensione perché per gli altri della sinistra la sensibilità di capire è solo marginale…

D) In questa nuova politica estera l’Italia  riveste dunque un ruolo delicatissimo, quello di mediatore, e in particolare oggi ponte tra Islam, purtroppo strettamente legato al terrorismo,  e Occidente al fine di evitare una guerra di civiltà…

R) Il nostro Paese ha tradizionalmente ottimi rapporti con i Paesi arabi, rapporti che, fortunatamente, questo governo da una parte ha saputo mantenere proseguendo su quella linea di politica estera già in atto da anni e che da un’altra parte ha corretto facendo comprendere a priori l’importanza  di difendere l’esistenza dello Stato di Israele. Oggi il dialogo con l’Islam  è un dialogo particolare, importantissimo ma difficile. Un capitolo del libro affronta questo argomento  proprio nel tentativo di spiegare che non ha senso oggi lanciare un appello all’Islam moderato perché purtroppo non si capisce neppure cosa esprime con la parola moderazione. E’ molto importante  fare un chiarimento e scriminare tra moderazione e non moderazione sottolineando l’importanza  della difesa dei diritti umani e la sconfitta di quella visione che è spesso anche degli islamici moderati, cioè considerare le donne oggetto dell’autorità tutoria dell’uomo e quindi di fatto cittadine di serie b. Altro punto fondamentale e discutibile è il diritto all’abbandono alla fede islamica, concetto pure questo conculcato dagli islamici moderati. A motivo di ciò il ponte tra Islam e Occidente, ruolo che riveste l’Italia, culmina con la costruzione di un progetto che promuove fra l’altro una serie di appuntamenti legati al tema dei diritti umani al fine di portare ad un confronto non solo con chi è già d’accordo, ma soprattutto con chi è in disaccordo con tali visioni. Un ponte equivale ad una condivisione, è quindi necessaria una chiarezza sulla condivisione dei diritti umani, diritti spesso non condivisi nemmeno dal cosiddetto Islam moderato.

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LA PENNA DEL DIPLOMATICO – I Libri scritti dai Diplomatici Italiani dal dopoguerra ad oggi - di Stefano BALDI e Pasquale BALDOCCI - Ed. FRANCO ANGELI - 15,00 Euro.

Il diplomatico nasce con la penna in mano. Rapporti, lettere, analisi, comunicazioni interne lo accompagnano durante tutta la sua vita professionale.Ma un lato meno conosciuto dei diplomatici è rappresentato dai libri da loro pubblicati. Si tratta spesso di memorie e saggi storici, ma non mancano i romanzi, le poesie ed altri libri di vario genere. Questo saggio presenta e analizza i libri che sono stati pubblicati dai diplomatici italiani dal dopoguerra ad oggi. Dall’esame di oltre cinquecento titoli emerge un quadro più vasto e variegato di quanto si potrebbe pensare, che mette in luce non solo la capacità di raccontare situazioni e personaggi, ma anche gli interessi ampi e diversificati che contraddistinguono chi svolge questa professione. Il volume esamina anche i rapporti fra diplomazia e letteratura, ripercorrendo le principali tappe e i protagonisti di questo binomio. E’ un libro utile non solo ai ricercatori e agli studiosi di politica internazionale, ma anche a tutti coloro che desiderano conoscere più da vicino il mondo della diplomazia italiana.

  Sul libro abbiamo intervistato l’ambasciatore Dorello Ferrari che ha ricoperto sia il ruolo di diplomatico che quello di giornalista, entrambi, citando il libro, “sempre con la penna in mano e in competizione tra loro”, nonché di scrittore.

D) Ambasciatore  Ferrari, il diplomatico “nasce con la penna in mano” ma anche il giornalista e lei nel corso della sua vita ha svolto entrambe le professioni, cominciando proprio con il giornalismo…

R) Si, in effetti sono un esempio atipico proprio perché prima di intraprendere la carriera diplomatica ho fatto per oltre quattordici anni giornalismo. Sono stato cronista, inviato speciale, editorialista. Quando ho lasciato la diplomazia, nel 2001, tutti i diplomatici si servivano già del computer più che della penna.Questo nuovo modo di lavorare ha reso istantanee le comunicazioni, moltiplicandole, e come tutte le cose che si espandono perdono di qualità.

D) Vuole dire che scrivere oggi non è più come una volta?

R) Sarebbe difficile oggi trovare quei telegrammi e quei rapporti che resero famosi ambasciatori come Mario Luciolli, Roberto Gaia, Roberto Ducci, Sergio Romano e tanti altri. Tutti, a parte Romano che usava la lettera 22, scrivevano a penna concedendo alla modernità l’uso di una stilografica. In questo caso lo strumento, la penna, rendeva possibile una produzione cartacea meditata e di grande livello, talvolta anche letterario.

D) Solitamente il diplomatico pubblica libri a carriera conclusa e questo è anche il suo caso…

R) Ho aspettato di andare a riposo e prima che i ricordi della mia ultima missione , in Giamaica, si stemperassero per scrivere un breve libro sull’isola caraibica (Yamaye ed. Scientifica n.d.r.).  Invece nei ritagli di tempo che mi concedeva il lavoro raccoglievo ed esaminavo documenti d’archivio per scrivere saggi di storia militare contemporanea che era il mio hobby preferito. Ho avuto la fortuna, in questo specifico lavoro, di essere stato molto apprezzato dallo storico Renzo De Felice che li pubblicò sulla sua rivista di storia. Ma sono stato citato spesso come storico sia dallo stesso De Felice, in particolare nella sua biografia di Mussolini, che da  storici militari come Rochat, Ilari e altri.

D) Oltre alla Giamaica lei ha fatto sedi difficili e interessanti come il Pakistan e le Filippine…

R) Si, in Pakistan all’epoca dell’occupazione russa  dell’Afghanistan e nella mia circoscrizione rientravano il Balucistan e Quetta, proprio ai confini  con i guerriglieri afghani. Ma sul momento tutto potevo pubblicare, eccetto commenti sul Pakistan, perché uno dei fondamenti della carriera è l’assoluta riservatezza non solo su quanto si fa in un determinato Paese, ma anche su quello che si pensa di quella regione del mondo. Nelle Filippine citerò un solo episodio divertente. I guerriglieri Moros, i musulmani del sud, di Mindanao, minacciarono pubblicamente di rapire un diplomatico europeo e citarono i nomi dei nove indiziati fra cui il sottoscritto. L’ambasciatore tedesco, che aveva la presidenza di turno, fu incaricato di rispondere che sarebbe stato un rapimento inutile perché i nostri governi non avrebbero speso un dollaro di riscatto per liberarci e che anzi molti colleghi sarebbero stati contenti del posto in più in organico! A parte gli scherzi, un po’ di paura l’abbiamo avuta, comunque aumentarono la scorta fino ad ospitare in residenza un plotone di fucilieri.

D) Ambasciatore, come vede il futuro letterario del diplomatico?

R) Ci sono in carriera brillantissimi funzionari capaci non solo di assolvere egregiamente la loro missione ma anche di consacrarne la storia in bei libri, cosa che auguro a tutti.

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IMMAGINE  E  IDENTITA’  DEGLI  ITALIANI

 

“Se gli USA sono una grande nazione , questo lo dobbiamo anche agli Italiani …” , è con queste parole che il presidente americano George W. Bush  ci ha onorati  lo scorso 12 ottobre , ricorrenza del Columbus Day , in un discorso alla nazione . Parole che gratificano certamente tutti noi italiani,

ma anche il lavoro di chi  in Italia e all’estero si dedica , ormai da anni , alla promozione della nostra ricchissima cultura .

L’on. Mario Baccini , ( sottosegretario di Stato agli affari esteri e presidente della Commissione Nazionale per la promozione della cultura italiana  ) , ci illustra in questa intervista non solo i piani di governo volti alla divulgazione della nostra lingua e di tutto il nostro patrimonio culturale , ma anche

quanto sia notevole  , e sotto molteplici aspetti , la presenza italiana nel mondo . 

 

D- On. Mario Baccini , è stato  pubblicato poco più di un anno fa il libro Come Ci Vedono Gli Stranieri che lei ha firmato insieme ad Arturo Diaconale ; un singolare viaggio nella cultura italiana così come viene

percepita e concepita all’estero . Come è nata l’idea di dar vita a questo libro ?

 

R- Questo libro , anzi questa vera e propria fatica letteraria , nasce dal desiderio di far conoscere meglio la cultura italiana non solo fuori , ma anche dentro il nostro Paese che , sembra strano a dirsi ,

per certi aspetti la conosce poco . Da sempre l’Italia è nel mondo sinonimo di arte e bellezza , alimento per eccellenza della fantasia , molto più amata di quello che si può immaginare e proprio questo è quanto emerge dalle pagine di un libro che io e Arturo Diaconale (direttore de L’Opinione  n.d.r. ) abbiamo voluto realizzare pensando , e a ragione , che in un  Paese come il nostro , dove sappiamo quanto è più accentuato il senso dell’autocritica che non la stima , sia invece indispensabile rivelare quanto è apprezzata la nostra cultura  fuori dai nostri confini . Da qui abbiamo sentito l’esigenza di utilizzare tutta l’esperienza degli Istituti Italiani di Cultura sparsi per il mondo e dar vita a un’indagine che ha portato a questo straordinario risultato .

 

D- Naturalmente per cultura italiana si intende anche la nostra lingua ; quanto interesse c’è ad imparare l’italiano  al giorno d’oggi , in un mondo che tende alla globalizzazione e le lingue più espanse sono l’inglese , lo spagnolo , il francese … e forse anche l’arabo ?

 

R- La richiesta di imparare la lingua italiana è molto alta e questo ci fa onore . La nostra lingua si studia per  amore dell’Italia e della nostra cultura che non è solo gastronomia , vini o moda , ma anche poesia ,

canto , letteratura … In Finlandia e in molti Paesi nordici gli italianismi e pseudoitalianismi denotano il prestigio della nostra cultura , e non è un caso se si sta verificando una notevole richiesta di voler imparare

l’italiano anche da parte dei Paesi dell’est europeo ; da un decennio a questa parte , dopo la caduta del muro di Berlino , si è notato un notevole incremento del numero di studenti presso gli Istituti Italiani di Cultura , desiderosi di imparare la lingua di Dante e di Andrea Bocelli … Tutto questo è molto importante, è straordinario e noi italiani dobbiamo esserne orgogliosi perché in un mondo globalizzato , in un contesto di globaliz- zazione mondiale , per quanto necessario sia parlare una lingua comune , si deve fare attenzione a non cadere in una gerarchizzazione delle lingue che andrebbe a danno del plurilinguismo . Danno dal quale è necessario proteggerci promuovendo all’interno dell’Europa unita tutte le lingue nazionali.

Non possiamo e non dobbiamo assolutamente dimenticare l’importanza della lingua italiana nella costruzione dell’Europa unita ,e la lingua italiana non pretende altro che resistere nel tempo perché legata alla cultura

mondiale .

 

D- In una recente intervista  il direttore della Fiera del Libro di  Torino , Ernesto Ferrero , ha definito la lingua italiana una lingua di nicchia , molto amata ma poco conosciuta , ci sono pochi studiosi e pochi traduttori con la conseguente scarsa divulgazione all’estero della nostra degna produzione letteraria e scientifica . Che cosa si sta facendo concretamente per coprire questa lacuna  ?

 

R- Le attenzioni internazionali sulla stampa e sull’editoria italiana sono notevoli . Anche ultimamente alla Fiera del Libro di Parigi il successo è andato oltre le aspettative determinando una potenziale superiore

alle attuali situazioni e i risultati sono stati ottimi , proprio per questo il governo ha attuato  un processo di divulgazione  per favorire pure questo aspetto della nostra cultura rappresentato dalla produzione letteraria e scientifica ed è già in atto una particolare iniziativa di promozione .

Mi appassiona il dibattito con il direttore della Fiera del Libro di Torino se la nostra lingua sia di nicchia o meno , ma sono particolarmente interessato che la lingua italiana diventi presto la lingua dei giovani del mondo , di tutti coloro che sono i global del mondo i quali parlano italiano perché è una lingua bella , pulita ed è veicolo di cultura ; la nostra lingua può diventare la lingua della cultura mondiale ed è proprio attraverso la promozione dello studio della lingua italiana che promuoviamo la nostra stessa cultura ; cultura italiana in tutte le sue forme , una cultura che è nostra e che siamo benissimo in grado di estendere . Tuttavia tornando al problema delle traduzioni , qui al  Ministero degli Esteri abbiamo varie proposte finanziate da un fondo di diversi milioni di euro ( alcuni miliardi delle vecchie lire )  predisposto a tale scopo , per favorire cioè la traduzione delle opere più interessanti da poter esportare e quindi far conoscere all’estero .La selezione dei testi avviene attraverso una commissione di tecnici che valuta molto attentamente la qualità dei lavori da tradurre . Riserviamo una particolare attenzione al mondo dell’editoria e alle nostre opere letterarie e

scientifiche mediante incentivi alla loro traduzione dando così un contributo notevole  alla loro diffusione .

 

D- Dunque, un forte rilancio della cultura del nostro Paese sotto tutti gli aspetti …

 

R- Proprio alcuni mesi fa un noto quotidiano tedesco dedicava ampio spazio all’Italia in un articolo dall’emblematico titolo di “spaghettizzatevi” che doveva suonare come “italianizzatevi “ ma per la prima volta nel senso più nobile del termine . Di fatto una definizione che ci fa finalmente onore e

nella quale possiamo riconoscerci , lasciandoci per sempre alle spalle il luogo comune dell’Italia della pastasciutta che per anni e anni ha accompagnato l’immagine del nostro Paese all’estero . Non più l’Italia degli spaghetti ma quella del  “bello”. Se gli americani ci hanno insegnato a portare i jeans noi italiani insegniamo al mondo una qualità della vita . I nostri Istituti Italiani di Cultura non sono affatto un problema per l’Italia , bensì una risorsa ed è stato quindi doveroso favorire la loro importantis- sima attività.

Io per primo, come presidente della commissione nazionale per la promozione della cultura italiana , ho riorganizzato la struttura degli Istituti stessi dando loro alcune raccomandazioni e quegli indirizzi che mancavano affinché anche tali Istituti sparsi nel mondo potessero rappresentare un veicolo della nostra cultura e della nostra lingua ormai definita a pieno titolo lingua d’élite e per la cui divulgazione è stata istituita la Settimana della Lingua Italiana che vedrà realizzare in tutto il mondo , anche in Cina , oltre

seicento manifestazioni incentrate sul tema “L’Italiano e le Arti della Parola “ attraverso mostre librarie , concorsi letterari e artistici , teatro , musica , cinema . Promuovere i valori culturali dell’Italia serve a rendere il nostro  Paese non solo simpatico ma anche affidabile . (Elisabetta Bernardini)            

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INTERVISTA  a  RICHARD  FLANAGAN

 

 

D- Richard  tu sei l’autore di uno dei massimi capolavori della letteratura contemporanea , il famoso romanzo Il Mondo Sommerso Di Gould , un libro che ti è valso non solo alcuni fra i più prestigiosi riconoscimenti letterari del mondo , ma anche la comparazione con i più celebrati scrittori di tutti i tempi , da Melville a Faulkner , da  Cervantes a Conrad , da Borges a Calvino …

Che cosa rappresenta per uno scrittore giovane come te tutto questo ?

R- Trovo questo tipo di paragoni assolutamente insignificante … penso che sia la più grande forma di incomprensione che ci sia .

Sono assolutamente contrario ai confronti : una critica fatta ad Hemingway non può valere per un altro scrittore perché ogni scrittore esprime ciò che sente dentro di se e scrive quello che si sente di scrivere .

D- Tu quando ti sei scoperto scrittore ?

R- Mai…

D- Eppure tu sei uno scrittore …

R- Sono molto sospettoso con i nomi , ma mi fido dei verbi …

A volte gli scrittori si autodefiniscono tali , amano dare una certa immagine di se stessi e si preoccupano di difenderla …  io non potrei mai nemmeno immaginarmi scrittore in questo senso , ma come artista , come scrittore nel senso più vero del termine allora si , fino alla fine …

D- Hai più volte detto che il tuo “libro dei pesci” è una risposta a Bill Gates che sembra sempre più intenzionato ad attuare un progetto alquanto ambizioso : abolire la carta  e i libri …

 Forse il re dei computer vuole fare  un discorso di tipo ecologico …

R- Se fosse davvero quello il motivo sarei sicuramente d’accordo con lui . La verità è che Bill Gates aveva in mente ben altro quando affermava che i computer avrebbero sostituito i libri perché voleva dire innanzitutto che le persone cercano sempre di più le tecnologie e che i libri in genere rappresentano una forma di creatività ormai finita …

Certo che fabbricare compact disc può far si che non vengano distrutti troppi alberi … ma i libri devono comunque mantenere la loro importanza . Aldilà del ruolo che i romanzi o i racconti potranno avere in futuro i libri sono l’unico veicolo attraverso il quale si può davvero parlare con l’anima ad un’altra persona .

D- La letteratura svolge invece , secondo te ,  una funzione che si evolve con i tempi …

R- Non voglio dare per certo o per scontato ciò che dico. 

Semplicemente sono convinto che nella letteratura del futuro ci sarà un ritorno di tendenza … La letteratura del secolo passato era tutta incentrata su argomenti come le proprie radici o le proprie origini  e la casa , la famiglia , la vita di tutti i giorni erano temi ricorrenti .

Ma la globalizzazione  che ha reso ormai insignificante gran parte della vita delle persone fa si che la coscienza umana risponda dando importanza ad un dettaglio …  proprio per questo ho l’impressione che la letteratura invece di prendere una direzione rivoluzionaria , prenderà quella opposta .

Anche la storia riveste la sua importanza nella letteratura ed è necessario raccontarla , in tutti i modi possibili , senza mentire sulla verità perché il passato è parte di noi e conoscerlo è ciò che può renderci davvero liberi …

Ma la storia acquista potere soltanto se riesce a trasferire il passato nella vita di tutti i giorni .

D- Forse non a tutti viene data la possibilità di raccontare la verità storica . A te è stata data l’opportunità di scrivere liberamente la storia di William Buelow Gould , realmente esistito , e della sua triste esperienza nella più famigerata colonia penale dell’Impero Britannico , Sarah’s Island … 

R- Prima di cominciare a scrivere il libro ho parlato con il mio editore , in Australia , perché avevo ovviamente bisogno del suo sostegno per poterlo realizzare . Un sostegno che ho pienamente ottenuto perché sono stato incoraggiato a raccontare la storia proprio come volevo io , senza alcuna limitazione , anzi mi fu offerta nel frattempo anche una cospicua somma di denaro che io ho tuttavia rifiutato perché il regalo più bello mi era già stato fatto : poter scrivere in piena libertà .

Spero davvero che sapere questo possa essere incoraggiante per chiunque voglia scrivere liberamente …

D- Lo speriamo vivamente dal momento che oggi si teme molto che possa essere sempre più limitata la libertà di pensiero … Persino in un Paese come gli USA si è temuto che potesse vacillare questo diritto di cui la

nazione è sempre stata garante …  

R- Non credo che negli USA sia mai stata limitata la possibilità di esprimersi liberamente , anzi , sono convinto che ci sia sempre molta libertà . Anche se attualmente , purtroppo , vige un governo stupido , c’è comunque molto spazio per la verità e per l’autoanalisi . Semmai a volte il problema è che la persona non viene incoraggiata ad esprimere la sua propria forma d’arte e l’arte riflette più generalmente questa tendenza della società .

D- Ma oggi si discute molto anche di religione e del fanatismo che ne può derivare , tu sei religioso ?

R- No …

D- Ho letto da qualche parte che …

R- Io per fortuna non l’ho mai letto …

 

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UNA PICCOLA BIOGRAFIA  di

RICHARD   FLANAGAN  

d

 

Nato in Tasmania nel 1961 , quinto di sei figli , Richard Flanagan  discende da una famiglia irlandese approdata all’isola  Van Diemens Land  ( oggi Tasmania ) durante la grande carestia .

Trascorsa l’infanzia nella piccola città di Rosebery abbandonò la scuola a soli sedici anni per poter lavorare e solo più tardi riprese gli studi iscrivendosi alla Oxford University che tuttavia lasciò nuovamente per potersi dedicare completamente alla scrittura .

Per il suo primo libro , la novella Death Of A River Guide , che gli valse il maggior premio letterario australiano e il National Fiction Award , fu definito uno fra i migliori giovani scrittori d’Australia .

Da allora in poi una serie di premiati successi letterari tra cui The Sound Of One Hand Clapping , (trasformato in film ricevette la nomination Orso D’Oro come miglior film dell’anno 1998 al Festival di Berlino ) , che lo consacrò in assoluto il migliore scrittore australiano , fino al recente capolavoro Gould’s Book of Fish  , Il Mondo Sommerso di Gould ( Ed. Frassinelli) considerato la prima , vera grande novella del secolo e vincitore , tra l’altro , del prestigioso Best Book 2002 – Commonwealth Writers Prize .

I suoi libri , già pubblicati in Australia e negli USA , sono stati tradotti anche in tutta Europa conoscendo ovunque un notevole successo non solo di critica ma anche di pubblico.

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SIRIO: UNA STELLA UNA DEA
di Robert Bauval

 

Traduzione di Elisabetta Bernardini

 

Iside e Osiride  erano due dei quattro figli nati dal grembo della divinità celeste Nut e da Ra, dio del sole. Gli altri due erano Seth e Nefti. Osiride prese Iside per moglie ed insieme regnarono per primi sull’Egitto fin quando, all’età di 28 anni, Osiride fu brutalmente ucciso per gelosia dal fratello Seth che tagliò poi il suo corpo in 14 pezzi .

Iside,  sua sposa , raccolse e riunì tutti i resti  del corpo di Osiride che riuscì a trovare tranne il fallo, mai trovato,  che sostituì  con quello di un nibbio , lo portò dentro di sé e si fecondò con quel seme. Quindi si ritirò nelle acque del Nilo finché non partorì  Horus .

Dai testi delle piramidi e di altri scritti religiosi appare chiaro che questo mito trova la propria complementarietà nelle stelle e che identifica Iside con Sirio e Osiride con Orione. 

Presso l’antica civiltà Egizia la celebrazione della nascita del “Divino Bambino “ Horus, dal grembo della dea Iside,  veniva commemorata all’inizio del nuovo anno  quando la stella Sirio appariva all’orizzonte, all’alba, nella sua levata eliaca.

In effetti, “ricreando” gli antichi cieli d’Egitto, ai tempi della Prima Dinastia, intorno al 3300 a.C. prima della costruzione della Grande Piramide , scorgiamo la stella  Sirio  compiere un memorabile ciclo negli spazi celesti che ci spiega il motivo per cui quest’astro venne associato ad un  evento

portentoso. Le prime osservazioni di Sirio mostrerebbero che la  luminosa stella  dopo essere tramontata ad ovest immediatamente dopo il sole e rimasta invisibile per un periodo di 70 giorni riappare un mattino , poco prima dell’alba a oriente . Questa riapparizione è nota appunto come levata

eliaca della stella . Nel 3300 a.C. la levata eliaca  di Sirio avvenne esattamente il giorno del solstizio d’estate (21 giugno del calendario gregoriano) visto da Giza . (A causa della precessione degli equinozi  l’evento , col passare del tempo , ha subito uno spostamento di  circa 45 giorni ed ora la stella vive la sua levata eliaca il 5 agosto ) .

La perfetta corrispondenza della levata eliaca di Sirio con il solstizio d’estate, nel 3300 a.C. , venne considerata un evento straordinario al quale si aggiunse un’altra coincidenza eccezionale, la annuale inondazione del Nilo, tanto che il fenomeno astronomico assunse subito un significato divino.

Numerosi testi antichi  fanno riferimento alla congiunzione  dei tre eventi: il Nuovo Anno nel giorno del Solstizio d’Estate, l’inizio delle inondazioni  e l’apparizione di Sirio, e mostrano come questo fenomeno assunse enorme importanza  per gli egizi .

Il più antico di questi testi, una tavoletta incisa risalente alla Prima Dinastia, dice : “ Sirio è colei che apre le inondazioni dell’anno “ .  E nei testi della Piramide è scritto : “ E’ Sirio l’amata sorella di Ra dio del sole, che prepara le inondazioni per voi nel giorno del nuovo anno...”

Iside come Sirio era considerata la Signora del Nuovo Anno  . Sirio ridona  la vita al Nilo come Iside ha ridato vita a Osiride .  Il tempo in cui Iside si nasconde da Seth è lo stesso che Sirio scompare dal cielo per 70 giorni. Iside dà alla luce Horus, come Sirio dà vita al Nuovo Anno , Horus e il Nuovo Anno sono uguali . Sirio porta la rinascita e  brillando per poco in un mattino d’estate  stimola il Nilo e dà inizio al Nuovo Anno.  E’ molto interessante notare come è scritto il nome egizio di Sirio  con tre

significativi segni geroglifici : una stella a cinque punte , un mezzo cerchio e un piccolo triangolo .

 

IL CIELO CHE CAMBIA

Circa 300 anni prima della nascita di Gesù gli Egiziani caddero sotto il dominio dei Tolomei , i faraoni greci  che si insediarono e governarono  in  Egitto dal 305 a.C. fino al 30 a.C. con l’ultima regina Cleopatra VII . Durante questo periodo la capitale d’Egitto fu spostata ad Alessandria dove venne

introdotto il culto di Serapide, una divinità di sintesi modellata sul dio egizio Asar – Hapi (Osiride –Apis) un nome che vuol dire Osiride del Nilo. Iside divenne naturalmente la consorte di Serapide e il suo culto che fiorì ad Alessandria e in tutto il bacino del Mediterraneo fu adottato da molte

legioni romane attraverso le quali approdò fino in Europa occidentale. Templi dedicati a Iside furono trovati in Italia, in Francia, in Germania e perfino ad Oxford in Inghilterra . Contemporaneamente al culto di Iside fiorì la celebrazione della nascita di Horus, ( chiamato Apocrate dai greci ed identificato con il dio Apollo ed il Sol Invictus dei Romani ), che come abbiamo già detto venne associata alla levata eliaca di Sirio, all’alba. E’ importante ricordare che quando Giulio Cesare introdusse il cosiddetto Calendario Giuliano, fu il famoso astronomo di Alessandria, Sosigene, a convertìre  per volere di Cesare, il vecchio calendario lunare con quello solare.

Può così sorgere qualche dubbio che Sosigene copiò l’idea agli egiziani che avevano un calendario solare già  dal 3300 a.C. . Questo calendario come sappiamo fissava l’inizio del nuovo anno al giorno della levata eliaca di Sirio la quale all’epoca di Sosigene cominciò nel mese di luglio e quindi

possiamo ben immaginare che ciò sia stato voluto dall’imperatore romano proprio perché quel particolare fenomeno astronomico avveniva  allora nel mese che portava il suo nome “Giulio” Cesare .

Inoltre la sua celebre consorte, la regina Cleopatra, era una gran sacerdotessa di Iside e per questo Cesare le dedicò, in onore della divinità, un tempio al Foro Romano.

Dopo la morte di Cleopatra avvenuta nel 30 a.C. l’Egitto diventò provincia di Roma enella città di Alessandria insieme ad una grande comunità greca e romana vi abitava all’epoca pure un gran numero

di ebrei venuti dalla Giudea . E’ da questo momento, con l’avvento della neonata cristianità, che il misterioso culto dei faraoni già mescolato a quello dei Greci e dei Romani si fonde con le ideologie

Giudaico - Cristiane .

 

LA ISIDE DEI ROMANI E IL BAMBINO HORUS

La dottrina di base di questi antichi culti misteriosi era fondata sul credo che l’immortalità fosse raggiungibile attraverso gli insegnamenti di iniziazione di un “Figlio di Dio morto e risuscitato” e nel simbolo stesso della sua morte e risurrezione . Il dio dei Fenici Adone, il dio egizio Osiride,

o quello di Alessandria Serapide si contendevano tutti tale dottrina . I Romani, in seguito, importarono in Egitto il misterioso culto del dio Mitra  che pure veniva considerato “figlio di dio morto e poi risorto”, e, cosa ancor più intrigante, il cui natale veniva celebrato al tramontare del sole il 25 dicembre. Non c’è da meravigliarsi dunque se anche i primi cristiani celebravano la nascita del loro proprio Figlio di Dio morto e risorto, Gesù, il 25 dicembre e con l’idea di una stella d’oriente che ne annunciava la natività a sottolineare la forza sovrannaturale dell’evento . Ma quale stella ?

 

LA MADONNA E IL BAMBINO

C’è una strana particolarità tra i quattro vangeli canonici che riguarda soltanto uno di essi , il vangelo di Matteo. Questo vangelo che parla della nascita di Gesù in relazione all’apparizione di una stella a Oriente e dei tre Re Magi , è anche l’unico a raccontare della fuga in Egitto della Sacra Famiglia.

Ma se questi episodi sono storicamente veri allora perché gli altri vangeli non accennano minimamente a tali eventi così cruciali e importanti riguardo la nascita del Messia ? E’ dunque possibile che tutto questo non fosse affatto storico ma soltanto mitico? Molti studiosi hanno a lungo creduto e sostenuto che il vangelo di Matteo sia stato scritto tra il 40 e l’80 d.C. nella città di Alessandria, dove, al tempo in cui si presume risalga la redazione di questo testo,  le celebrazioni del Nuovo Anno non erano più osservate all’alba ma al tramonto in conformità sia alla tradizione Giudaico–Cristiana che a quella dei Romani che fissavano, come già detto, al tramonto tali festività  .

In considerazione di ciò esaminiamo il cielo al tramonto guardando verso oriente nel giorno del 25 dicembre del 50 d.C. (la data che più o meno corrisponde alla stesura del vangelo di Matteo) così come si doveva vedere da Alessandria … E curioso constatare come la mappa stellare di allora fosse esattamente

la stessa vista nell’Antico Egitto nel 3300 a.C. all’alba, quando la nascita di Horus dal grmbo di Iside veniva celebrata nel momento in cui si verificava la levata eliaca di Sirio.

Quanto segue è ciò che scrisse e testimoniò un osservatore in Egitto : “ Circa alle ore 04.28 p.m. il sole cominciò a tramontare ad ovest (28 gradi nord – ovest) … 35 minuti più tardi, intorno alle ore 05.03 p.m. il sole era completamente tramontato ad ovest mentre a est in quello stesso momento la Cintura di Orione appariva all’orizzonte (circa 2 gradi sud est ) … Ancora 51 minuti dopo, alle ore 05.54 il sole ormai completamente sceso a occidente (10 gradi sotto l’orizzonte ovest) rendeva il cielo abbastanza

scuro da consentire di vedere le stelle ad occhio nudo e guardando ad est proprio in quell’istante si

vedeva chiaramente la stella Sirio levarsi ad oriente  (la cintura di Orione a circa 25 gradi sopra

l’orizzonte a est  sembrava  preannunciare l’apparizione di Sirio).

Le immagini celesti, dunque, ci raccontano che, il 25 dicembre, subito dopo il tramonto, le tre stelle della cintura di Orione appaiono ad oriente per annunciare la venuta della stella Sirio che giunge per l’appunto circa un’ora dopo …Sarebbe incredibile che un così grande segno della potenza

celeste, oltretutto già conosciuto come preannuncio della nascita del “divino bambino Horus”  in Egitto da tempi immemorabili, non fosse stato notato da coloro che scrissero il vangelo di Matteo.

Sembra evidente che l’introduzione di un nuovo Bimbo Divino, Gesù, nato dalla Madonna, Maria, nel mondo egizio e Greco – Romano, beneficiasse grandemente nell’esser stato assorbito dall’antico e potente mito della divinità Iside e della sua stella Sirio .

Dunque Iside e Horus subirono una metamorfosi nell’immagine della Madonna col Bambino Gesù e la stella  Sirio diventò la stella d’oriente che i Saggi seguirono e che preannunciò la nascita di Gesù (nell’anno in cui nacque Gesù la levata eliaca di Sirio avvenne il 19 luglio) .

Più tardi i tre saggi vennero conosciuti come i Tre Re nella tradizione occidentale e mantenendo il simbolismo delle stelle essi furono in seguito identificati con le tre stelle della cintura di Orione.

Nel suo libro “ I Nomi Delle Stelle : le loro tradizioni e i loro significati” , l’astronomo Richard H. Allen afferma che nel folklore europeo le tre stelle della cintura di Orione sono spesso chiamate i Magi o i Tre Re . E lo studioso di mitologia Alvin Boyd Kuhn scrive : “ Esiste la leggenda dei tre re d’oriente che giunsero ad adorare il neonato Dio…In passato i tre re erano le tre stelle della cintura di Orione …E’ così facile distinguere questa notevole costellazione che le tre sue più famose stelle furono a lungo dette i Tre Re di Orione e la loro apparizione in cielo anticipa proprio la luce di Sirio che è divenuta per associazione l’anima di Cristo per l’umanità … ( -Epifania- Apparizione) .

Inoltre Kuhn continua dando una variante ai classici canti natalizi : “I tre re di Orione siamo e dei doni noi portiamo; attraversando campi e fonti, brughiere e monti, la raggiante stella noi seguiamo …”

Un ricco significato simbolico accompagna da sempre Sirio, l’antica stella della rinascita divina che molte tradizioni esoteriche vogliono veder scintillare sulla sommità della Grande Piramide d’Egitto come segno del ritorno del “grande iniziato” che secondo alcune profezie, come quelle espresse da tale Edgar Cayce, significa più specificatamente il ritorno di Cristo : “Quando l’astro scintillerà sulla vetta dell’imponente costruzione questo significherà l’inizio di una nuova era di spiritualità per tutta

l’umanità”.

 

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IL REGNO DEI SIGNORI DEGLI ANELLI

Intervista a Laurence Gardner.

 

 

Indiscusso capolavoro della letteratura mondiale, Il Signore Degli Anelli di Tolkien, affascina da sempre milioni di lettori in tutto il mondo. Una storia che anche trasformata in film che non finisce mai di stupire e di attrarre l’attenzione sia del pubblico che della critica.

Ma chi era davvero questa misteriosa gente ? Da dove veniva, e quando comincia la loro storia ?

Ne parliamo con Laurence Gardner, inglese, storiografo reale e autore internazionale di studi sulla storia delle origini dell’umanità che ha pubblicato, tra l’altro, un interessante libro dal titolo Il Regno dei Signori degli Anelli edito da Newton Compton .

 

D - Professor Gardner , chi erano realmente i Signori degli Anelli ?

R - Erano dei potenti re guerrieri il cui dominio si estendeva lungo le regioni dell’Europa centrale sul Mar Nero , dalla Transilvania fino alle più estreme regioni orientali del Tibet . La loro cultura generò i Re Tuatha De Danann d’Irlanda e le mummie di questi antenati signori degli anelli sono state rinvenute preservate meglio di quelle egizie .

D - Come si presentavano ?

R - Erano davvero molto alti , più di due metri gli uomini e non inferiori al metro e ottanta le donne , e i loro corpi erano adornati con tatuaggi che disegnavano una coda di lemure attorcigliata ad anello .

D - Ma quando ha inizio la loro storia ?

R – Molti anni prima di Cristo. Circa 3500 anni prima di Cristo il  Graal rappresentava una dinastica linea di sangue reale discendente dalle grandi regine della Mesopotamia chiamate Grandi Signore delle Acque . Poi la linea di sangue del Graal si è progressivamente sviluppata presso diverse dinastie tra le quali quella dei Signori degli  Anelli . Essendo loro gli originali depositari del Graal venivano chiamati Elefs o Elfi da una antica parola ebraica usata nell’Antico Testamento per indicare una stirpe reale .

Ma una antica parola provenzale usata per indicare gli Elfi era Albi tanto che nel Medioevo la stirpe Graalica veniva generalmente identificata con gli Albigesi .

D - E’ fedele alla realtà l’opera di JRR Tolkien ?

R -  Il Signore degli Anelli di Tolkien non solo è la più famosa , ma anche la più importante opera letteraria che racconta di questa stirpe e la storia narrata nel libro è assolutamente fedele alle antiche tradizioni . JRR Tolkien era un professore di Oxford dove insegnava lettere antiche e folklore e non

ci sono dubbi sulla sua assoluta precisione nel delineare e definire il profilo del potente re guerriero Elfo capostipite dei Signori degli Anelli .

D - Perché proprio l’anello ?

R - Un tradizionale distintivo di nobiltà nell’Antica Mesopotamia era l’anello tanto che tutti i re e tutte le divinità di allora venivano raffigurati con questo gioiello quale simbolo di eternità e giustizia .

Col passare del tempo il classico cerchietto d’oro da mettere al dito diventò una elaborata e ricca corona da mettere sul capo …

D - Ma era considerato anche uno speciale simbolo magico per raggiungere il potere o era soltanto scelto per rappresentare il potere ?

R – C’è tutta una simbologia legata all’anello che ha fatto di questo oggetto l’emblema del potere e della giustizia . Sappiamo che per sua natura ha una forma circolare che rappresenta a sua volta  l’eternità poiché dove comincia finisce . Di conseguenza non può rappresentare altro che armonia , equilibrio , unità ed uguaglianza , non per niente è il sigillo per eccellenza dell’unione matrimoniale . Proprio per questo suo ricco significato simbolico da sempre associato alla nobiltà , l’anello ha influenzato notevolmente non solo diverse culture ma anche tutta una tradizione letteraria entro la quale brilla la leggenda di re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda e che raccoglie il meglio di tutto il suo simbolismo.

D – Ancora oggi ?

R -  Anche oggi prendendo in considerazione questa leggenda possiamo dire che essenzialmente l’anello e il Graal sono la stessa cosa . Entrambi sono rappresentazioni senza tempo dell’equilibrio sociale ed è per questa ragione che quando alcune società rimangono in uno stato di turbamento e di conflitto si dice che devono ancora trovare l’anello ed il Graal .

 

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 INCONTRI  LETTERARI

THOR VILHJALMSSON

(Intervista pubblicata sulla rivista di cultura e informazione editoriale "SALPARE")

 

E’ in un gelido pomeriggio di metà aprile che Roma , battuta da un’insolita tramontana , mi vede passeggiare dentro le sue mura di travertino in compagnia di Thor Vilhjalmsson che avevo già raggiunto all’hotel Mozart in via dei Greci …Il cielo assolutamente azzurro e cristallino , come freddo vuole , sembra irradiare della sua luce limpida tutta la città eterna mentre il poeta d’Islanda ed io camminiamo lungo le sue strade storiche , Piazza di Spagna , via del Corso , Piazza Venezia , via Nazionale …

D - Se fa così tanto freddo a Roma , immagino il freddo che fa a Reykjavik... 

R -“No , noi islandesi abbiamo la fortuna di poter camminare sempre con i piedi al caldo , sotto la nostra terra di ghiaccio scorre il fuoco … e la corrente del Golfo ci addolcisce il clima … “ -

D - Mi ritrovo con uno dei più grandi scrittori europei del nostro tempo e mi emoziona non poco sentirlo parlare , raccontare la sua vita che in buona parte ha vissuto anche qui in Italia …

R- Già , l’Italia !  , “Cara Italia” , disse Modigliani prima di morire… Amo molto l’Italia …   

Vi arrivai per la prima volta nell’estate del 1948 e vi soggiornai per quattro mesi , girando per quattro mesi come un vagabondo completamente immerso nel Rinascimento … poi tornai altre volte e ringrazio la provvidenza e la fortuna che ho avuto a venire qui , un’esperienza importante che mi ha arricchito lo spirito , mi ha dato molto , ho conosciuto l’umanità e la generosità di questo Paese che è stato anche meta degli incontri fra i più importanti della mia vita …

D- Raccontaci questi tuoi incontri “italiani”…

R- Durante i miei soggiorni di tanti anni fa conobbi Quasimodo ,Ungaretti ,Pasolini …Pier Paolo Pasolini era un uomo estremamente intelligente , uno spirito tormentato e superato dalla sua stessa intelligenza , anche il suo lavoro , i suoi stessi film , sono davvero molto intellettuali e forse anche troppo perfetti , intelligenti . Ricordo che mi confidò di essere stanco di vivere a Roma e che avrebbe voluto ritornare in Friuli ,fermarsi nella sua Casarsa a scrivere poesie … Incontrai spesso anche Alberto Moravia ed Elsa

Morante , che trovavo molto più interessante di lui e ancora oggi penso così . Alberto Moravia mi dava l’impressione  di essere un calcolatore , ma lei era una donna estremamente sensibile e la ammiravo molto sia come scrittrice che come persona . Ci si ritrovava volentieri da Rosati , a Piazza del Popolo , insieme con Michelangelo Antonioni e Monica Vitti , Giulietta Masina e Federico Fellini che intervistai per la mia rivista islandese Birtingur e affermò  “E’ bene che ci sia la crisi del cinema , così il cinema rimane solo

per i veri e i migliori , e per tutti quelli che lo sanno apprezzare pienamente.” Come non amare i film di Fellini , autentici affreschi del nostro mondo , e lui , un uomo ricco di umanità … Poi a Spoleto , nel 1965 conobbi uno fra i più grandi poeti inglesi di tutti i tempi , Ted Hughes , con sua moglie Silvia Plat ; ci ritrovammo al festival dei Due Mondi nella Settimana della Poesia insieme ai migliori poeti d’Europa  e dove anch’io fui invitato , avevo un volumetto di poesie . Un giorno Ted Hughes mi disse : “ Sai Thor ,

devi avere molta pazienza  perché coloro che  pubblicano e vendono libri sono anche occupati ad acquistare navi ed aeroplani , e la nostra unica speranza sono i giovani editori , piccoli all’inizio , è vero , ma pieni d’amore per la letteratura , cosa che non sempre si può dire dei grandi editori i quali , non sempre sono mossi dall’amore per i libri .” Le sue parole mi sono rimaste per sempre nel cuore .

D- Questo tuo cuore Thor che batte forte per amore dell’arte , della poesia , della letteratura … Anche la rivista Birtingur a cui accennavi ebbe un ruolo rilevante nel rinnovamento e nella rinascita della vita  letteraria e artistica nell’Islanda degli anni ’50  ed  ancora oggi tu sei  un’instancabile promotore della migliore produzione letteraria e artistica della tua terra …

R- Birtingur fu un’idea mia e di altri miei due cari amici , il poeta Einar Bragi e il pittore Horour Augustsson che decidemmo di fondare questa rivista con l’intenzione di promuovere la poesia dei giovani autori  e di diffondere la più radicale avanguardia artistica squarciando con l’azzurro delle nuove idee il grigiore della vita artistica di quegli anni , eravamo nel 1950 e senza dubbio Birtingur svolse un ruolo determinante a questo proposito . Io ho sempre seguito con particolare interesse e con grande passione

le evoluzioni in campo artistico e letterario … Ho sempre amato molto anche la letteratura italiana : Cesare  Pavese , Italo Calvino ,  Salvatore Quasimodo , Carlo Levi che è stato un mio grande amico , un uomo generoso , una persona fantastica …sapeva anche dipingere molto bene e mi fece un ritratto… Adoro Dante , si può passare tutta la vita con le sue opere senza tempo che ci insegnano molto e ci aiutano a ritrovare noi stessi …Nella Divina Commedia e in tutta la sua letteratura c’è tutto , io vi ritrovo pure le

saghe islandesi …

D- Le famose saghe che dominano tutta la tradizione letteraria islandese …

R- All’origine della nostra esistenza , di noi islandesi , ci sono le saghe e la poesia .E. Hemingway diceva di aver imparato molto dalle saghe perché nel loro stile inconfondibile c’è la precisione nell’espressione  e nell’osservazione dell’essere umano , evitando le verbosità . Anche Borges era innamorato delle saghe della mia terra che amava definire come un prosa molto precisa ma altresì ricca di intensità …

Noi islandesi siamo curiosi , avidi di sapere . Siamo un popolo di pescatori , di marinai e di poeti … la poesia è la massima espressione della nostra cultura … tutti i poeti nordici sono nati in Islanda …ma c’è un grande amore che lega gli scrittori islandesi all’Italia . Anche il nostro Halldor Laxness , premio Nobel per la letteratura , amava molto l’Italia dove veniva spesso a soggiornare e a scrivere … Quando giunse a Taormina quel soggiorno fu per lui un’esperienza pari ad un’eruzione vulcanica . Il vulcano era Laxness non l’Etna , e fu proprio lì che scrisse il suo famoso romanzo Il Grande Tessitore Di Cachemire .

E’ si , fu una vera e propria eruzione letteraria , inebriato com’era della grande cultura contemporanea… Anch’io sono stato due volte a Taormina per il famoso premio intitolato alla città … E’ davvero molto strano però che Laxness sia così poco tradotto qui in Italia , davvero non capisco perché.

D- E’ vero , purtroppo i libri di Laxness sono reperibili soltanto nelle biblioteche più fornite , ad eccezione del racconto L’Onore Della Casa , tradotto di recente e reperibile nelle librerie , ma proviamo a lanciare un messaggio …. Tu invece hai qui in Italia i tuoi traduttori personali …e tu stesso sei autore di geniali traduzioni di classici della letteratura contemporanea , traduzioni che hai eseguito direttamente dal testo originale …

R- Si , ho tradotto , tra gli altri , Il Nome Della Rosa  di Umberto Eco , La Casa Degli Spiriti di Isabel  Allende , Il Lungo Viaggio Nella Notte di Eugene O’ Neill , Il Destino Dell’Uomo di André Malraux …  Qui in Italia ho due traduttori personali che lavorano per me e traducono tutti i miei libri dalla lingua originale, l’islandese … Il mio sogno è di poter arrivare al pubblico italiano e grazie ad Emilia Lodigiani , della casa editrice Iperborea , che ama molto la letteratura in genere , quella vera e autentica , chissà …

Talvolta anche una grande letteratura può arrivare ad essere un best-seller , purché un editore capisca davvero quanto vale un libro , una letteratura , con amore e con intelligenza . Sono questi poi i libri che rimangono .

D- Thor , tu appartieni alla famosa famiglia dei Thor , una famiglia il cui nome è da sempre legato al mondo della politica e della finanza , tanto che di te Steinn Steinarr disse che era certamente unabella notizia sapere che la famiglia Thor aveva cominciato a poetare . Oggi che sei considerato tra i più importanti scrittori europei del nostro tempo e riconosciuto come il precursore della letteratura islandese moderna , ti senti di dare un consiglio a chi volesse cominciare a scrivere o a “poetare” ?

R- E’ difficile dare consigli a chi vuole scrivere , e suggerirei soltanto di scrivere , scrivere , scrivere finché non si è trovata una certa tecnica e una certa intimità con se stessi .

Thomas Mann definiva la trama di un romanzo come una sinfonia dove le idee hanno avuto il ruolo dei motivi musicali , e queste sue parole hanno sempre avuto una certa influenza su di me  e mi hanno incoraggiato lungo tutto il mio percorso artistico che non è stato sempre facile , anche se poi fu proprio una mia trilogia  ad aver originato un nuovo modo di scrivere , inventato da me e ispirato al mito , certi temi ricorrenti dei miei romanzi li ho ripresi dal mito .

D- Sei un grande artista ed hai sempre sostenuto ruoli rilevanti nell’ambito della vita culturale dell’Islanda , per sei anni  sei stato Presidente dell’Unione degli Artisti Islandesi  , poi membro onorario dell’Unione degli Scrittori d’Islanda e Presidente della Sezione Islandese della Società di Dante Alighieri , quindi membro dell’Organizzazione del Festival della Letteratura di Reykjavik .

Ma so che ora sei presidente del Pen Club d’Islanda e che ti muovi con fervore in difesa dei diritti umani …

R- In Islanda la letteratura non è assolutamente condizionata dalla politica perché nessuno può limitare la libertà di potersi esprimere , né ci sono intellettuali al servizio della politica . E questo vale anche se parliamo di religione infatti , per quanto pure la nostra storia abbia risentito in passato di guerre e conflitti a sfondo religioso , oggi questa non influenza più di tanto la nostra cultura che vede uniti insieme anche molti artisti di diversa origine , protestanti  , buddisti , cattolici …ed è pur vero che per

un islandese è più religioso stare da solo in montagna a guardare in silenzio la natura , oppure al mare , che non in chiesa … 

E’ triste però sapere che purtroppo in molte parti del mondo questi problemi esistono . Io sono presidente del Pen Club d’Islanda e se ho accettato di esserlo l’ho fatto soltanto perché sentivo il dovere di farlo . Per senso del dovere verso altri scrittori che non sono liberi , che sono costantemente minacciati , come è accaduto ad uno scrittore curdo che è stato processato in Turchia solo per aver scritto nella sua lingua , il curdo . Fortunatamente ha trovato asilo politico in Svezia sotto la protezione del Pen Club svedese , ma anche tutti noi dei vari Pen Club nordici abbiamo fatto il possibile per aiutarlo. Credo nell’umanità e nei valori umanitari … Anche scrivere è per me la mia stessa vita e scrivendo spero di poter essere utile agli altri , di poter dare qualcosa . Ogni giorno la nuova generazione deve preoccuparsi di salvare il mondo e come si chiedeva Raf Vallone nella scena finale del film Kaput di Curzio Malaparte : “ Perché il mondo per salvarsi ha bisogno del sangue degli innocenti ? “ , penso che anche tutti noi dovremmo chiederci perché … e riflettere .

 

                                                             

IL VENTO 

Di Thor Vilhjalmsson

 

Il vento

Lasciate che il vento vi prenda

Sopra il suo grande albero deserto

Vi faccia restare nel gorgo delle foglie

Vi scaraventi giù per non spezzarvi

Contro le nuvole nere

Quando la luna le orla di solido argento

Conducendole via furiosamente

E in solitudine estrema                                             

 

 

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