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Bollettino

NOTIZIE E COMMENTI

2014

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NOTIZIE E COMMENTI

Bollettino  dell’ Istituto di  Pubblicismo

Nuova  serie   -    Roma, 10 febbraio 2014  n. 57

Stampato in proprio – Reg.Trib.Roma n.119/2002 

Via di San Paolo alla Regola, 7 - 00186 Roma – Tel.: 06 68301805

e-mail : info@istitutodipubblicismo.it    

  sito web : www.istitutodipubblicismo.it

Direttore Responsabile: Guido Scialpi

 Direttore Editoriale: Alberto Graziani

 

                                                             

Come nascono le parole dell’homo sapiens

L’adozione di un linguaggio è la prima condizione perché si crei un qualsiasi rapporto tra individui e rappresenta il momento fondamentale di ogni possibile socializzazione. L’uomo utilizza il linguaggio per gli scopi più diversi: per soddisfare i bisogni primari, per cooperare, per difendersi, per predare, per trasmettere conoscenze, per fantasticare. Finalità illimitate che possono essere perseguite solo nell’ambito di un gruppo di individui della specie Homo, e che, attraverso esperienze comuni, realizzano contesti sociali, che si sviluppano e si adattano continuamente all’ambiente in cui sono inseriti. Linguaggio che può assumere le modalità più disparate: dall’atteggiare il volto e il corpo, dall’usare colori e oggetti, all’emettere suoni vocali. E fra tutte le possibilità, fin dalle ere preistoriche è prevalso l’utilizzo di una comune capacità linguistica, ovvero l’uso di una lingua, con cui ciascun individuo può esprimere il proprio sentire e a sua volta intendere il sentire degli altri. Nei primi stadi evolutivi dell’Homo erectus, si è trattato di espressioni vocali assai semplici, relative allo stato di pericolo, al chiedere aiuto, al corteggiamento o alla protezione dei piccoli. Ma poi  la necessità di trasmettere non solo l’avviso di un sentire, ma informazioni più complesse sulle modalità che lo determinavano, ha spinto l’uomo ad evolvere e impegnare aree del suo cervello per assegnare suoni specifici ad eventi specifici, ovvero a creare aree mentali ove ogni situazione esterna potesse avere un riscontro simbolico che la individuasse, per esempio un raggruppamento di suoni, oggi definito come “parola”, che ne consentisse il riconoscimento non solo all’interno della mente dell’individuo stesso, ma che, una volta espressa, potesse essere riconosciuta con eguale significato dagli altri. Questa attività mentale, costituì il balzo in avanti dell’Homo sapiens.

I simboli utilizzati, in un primo tempo molto simili ai suoni dei fenomeni che rappresentavano - si pensi alla parola freccia, in latino sagitta, ove in entrambe si ode lo scoccare, il fruscio nell’aria e il colpo d’arrivo – sono giunti fino a noi attraverso una complessa elaborazione ed evoluzione linguistica. L’acquisizione di questa capacità mentale e stata propria della specie homo sapiens nei confronti di tutte le altre specie viventi. La capacità di assegnare un riferimento simbolico  a ciascun elemento della percezione sensoriale in modo da creare una immagine mentale delle esperienze vissute del tutto astratta, ovvero diversa dalla semplice emozione sensoriale, come fame, sete, caldo, freddo, è stato il punto di partenza su cui non solo si sono sviluppate le lingue parlate, ma qualsiasi forma di ragionamento da quello filosofico a quello scientifico e ad ogni altra possibile forma di linguaggio culturale umano. Questa possibilità umana  di utilizzare “simboli” per comprendere e farsi comprendere nel corso delle esperienze che vengono vissute in un contesto sociale, costituisce la base, lo strumento operativo e al tempo stesso l’elemento essenziale dell’essere uomo. La mente, non sarebbe tale, se non avvenisse questo processo di generazione del linguaggio simbolico, né si svilupperebbe alcun pensiero, cosiddetto razionale, se non si sviluppassero nel cervello umano delle specifiche aree destinate a recepire tutti gli input del sistema sensoriale per memorizzarli e per utilizzarli nell’ambito di un sistema simbolico. L’enorme massa di informazioni provenienti dai nostri organi di senso, una volta che sia stata trasformata e convogliata verso il nostro cervello sotto forma di impulsi bioelettrici, necessita che sia organizzata secondo regole, che ne consentano il ricordo, ma soprattutto un proficuo utilizzo in ogni circostanza ambientale. Così impariamo a distinguere gli oggetti nello spazio, a calcolare le distanze tra loro; impariamo a camminare e a correre evitando gli ostacoli e, infine, comprendiamo che utilizzando suoni vocali specifici e appropriati possiamo ottenere più facilmente quello di cui abbiamo bisogno, piuttosto che con urla e pianto, spesso non compresi dai nostri familiari. Sotto la spinta dei processi chimico-fisici che alimentano i nostri organi vitali, le informazioni frutto dell’interazione con l’ambiente esterno, raggiungono varie aree delle nostra mente e non si depositano nel cervello alla rinfusa, ma seguendo regole finalizzate agli obiettivi cui si riferiscono e che si evolvono per utilizzare al meglio le conoscenze acquisite sulla base del fallimento o del successo delle nostre esperienze. Nel buio della nostra scatola cranica, non ci sono colori né paesaggi, né il rumore del mare, né tanto meno il profumo dei fiori, ma solo tracce elettrochimiche di tutto questo e, novità assoluta, immagini o rappresentazioni elettrochimiche simboliche, di parole, parlate o scritte, e di ogni altra tipologia di informazioni, del tutto astratte rispetto all’originario input sensoriale. Si tratta della fondamentale capacità conoscitiva della mente umana, ove il legame con lo stimolo sensoriale proveniente  dall’esterno è indissolubilmente legato con la generazione di un sistema astratto di simboli che ne rappresentino il significato. L’osservazione del cielo induce alla percezione di un colore da parte di ogni individuo e chiamare questo colore “azzurro” è frutto della condivisione convenzionale di tale parola nell’ambito del gruppo sociale di appartenenza. Lo stesso termine “azzurro” per un parlante del Borneo, non contiene alcun significato, mentre per chi parla italiano, evoca immediatamente un certo colore, anche se con sfumature legate alle diverse esperienze. Ma se “azzurro” è per un bambino la prima modalità di conoscenza astratta di questo colore riferita al cielo, nel prosieguo delle sue esperienze tale simbolo sarà associato a molteplici altre situazioni, tanto che la parola “azzurro” potrà essere simbolicamente utilizzata ogni qual volta sia utile, senza un preciso riferimento sensoriale, tanto meno al cielo. Si sviluppa così una capacità mentale di procedere per simboli, che ci svincola dall’esperienza strettamente materiale e ci permette ragionamenti astratti in assoluto, come nella matematica, che rappresentano un passo evolutivo dell’uomo e  gradi di conoscenza superiore. Rimane comunque indissolubile l’unita funzionale del cervello, ove le aree neuronali e le sinapsi sono indistinguibili,  per quanto concerne l’utilizzazione delle sensazioni sensoriali e la loro trasposizione nel linguaggio simbolico. Nel passato, la natura e l’origine del linguaggio umano e le capacità cognitive che ne derivano, hanno suscitato le più svariate ipotesi nel corso dello sviluppo del pensiero filosofico e scientifico  dell’umanità. Prima fra tutte, quella che l’uomo, per le sue facoltà intellettive, doveva essere posto non solo al vertice della scala del mondo vivente, ma doveva anche essergli riconosciuta una facoltà spirituale, ignota agli animali, che gli consentirebbe di partecipare ad aree della conoscenza che superano l’esperienza materiale. Tale ipotesi ha generato un artificioso dualismo, sfociato nella contrapposizione tra anima e corpo, che ha influenzato per secoli soprattutto il pensiero occidentale. Oggi, gli studi di antropologia e di archeo-antropologia, nonché i risultati conseguiti dalle neuroscienze, ci consentono di delineare un quadro dell’evoluzione umana più realistico e sicuramente sgombro da quelle configurazioni fantastiche che hanno alimentato miti e leggende. Sicuramente è in corso anche un’evoluzione fisica della specie Homo, non facilmente distinguibile, ma basta osservare in un qualsiasi museo di storia militare le corazze indossate dai nostri antenati nel XVI secolo, per verificare le differenze di struttura fisica che ci separano da loro. Tuttavia il dato evoluzionistico più importante riguarda il nostro cervello. E la domanda che ne consegue è se le facoltà mentali dell’uomo moderno siano frutto di un’evoluzione fisica  del cervello stesso. Le neuroscienze stanno affrontando con risultati assai positivi i processi di sviluppo e di decadimento dell’attività cerebrale, dimostrando che quest’organo, al pari degli altri organi umani, è particolarmente in grado di adattarsi agli stimoli fisici esterni, ma soprattutto nel caso del cervello a quelli culturali, ovvero a tutte quelle interazioni che si hanno nel convivere umano. Non siamo di fronte ad una mera interazione tra il cervello e l’esperienza, che sarebbe un fatto meccanicistico, ma alla creazione di aree e capacità mentali congrue rispetto alle esperienze che via via vengono vissute. Si tratta pertanto, in ciascun individuo, di un percorso in cui lo sviluppo dell’organo cerebrale e delle relative capacità mentali è strettamente dipendente, non solo dalla soggettiva esperienza, ma anche dalle modalità ambientali in cui si acquisisce. Ciò, spiega come anche nel caso di gemelli monozigoti, i cui organi alla nascita sono sostanzialmente identici, le rispettive capacità mentali si differenzino nel tempo, stante che i rispettivi organi cerebrali si differenzieranno sulla base delle diverse modalità di acquisizione delle esperienze esterne, sia sensoriali che astratte. E nel quadro attuale dell’evoluzione umana, quello che possiamo constatare è che questa evoluzione del cervello è stata determinata soprattutto dall’evoluzione degli aspetti culturali che convergono nella formazione dei processi cerebrali, tant’ è che, a torto o a ragione, si è parlato di Homo sapientissimus e oggi nel XXI secolo di Homo thecnologicus. (Alberto Graziani)

                                 

 

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