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Neria De Giovanni

La lingua italiana e la coscienza dell'unità d'Italia 

Saggi e Studi di Pubblicistica

ROMA 

©2010(Tutti i diritti riservati)  

 

 

1. Massimo D’Azeglio ( o secondo alcuni storici il conte di Cavour) ebbe ad esclamare: ““Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani” ,  ma ancora prima che la politica e la guerra avessero deciso di “fare” l’Italia,  la cultura letteraria aveva creato e sorretto la coscienza unitaria, resistendo alla divisione della Penisola e delle Isole tra Stati diversi.

L’Italia come coscienza di un’unica Nazione, di un unico popolo, parla nei versi indignati di Dante (Purgatorio Canto VI):

surse ver' lui del loco ove pria stava,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Quell' anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.

Sordello sente Virgilio che risponde a Dante e dall’inflessione della voce riconosce la parlata regionale che li accomuna e gli si presenta con la caratteristica che non muore, neppure dopo la vita, l’appartenenza alla medesima terra.

Da qui la nota invettiva di Dante che sottolinea il triste contrasto dei tempi a lui (ma solo a lui?) contemporanei dove la guerra tra città ha sostituito la concordia tra i cittadini. Non a caso in questo canto VI è in primo piano Virgilio accanto a Sordello. Infatti il termine geografico e politico “Italia” è anche nel Libro primo dell’Eneide, fin dai versi apicali: 

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris

Italiam fato profugus Laviniaque venit

( Eneide, Libro I, vv1,2)

Il viaggio di Enea dopo la caduta di Troia è corredato da numerosi  richiami all’Italia. Uno fra tutti, durante il celeberrimo incontro con la Sybilla Cumana, nel Libro VI:  

tot maria intravi duce te penitusque repostas

Massylum gentis praetentaque Syrtibus arva:

iam tandem Italiae fugientis prendimus oras (...)

(Eneide, Libro VI, vv.80)

Andando ancora indietro nel tempo, il termine Italia fu usato per la prima volta da Erodoto, storico greco del IV a.C.

Con tale nome si indicava la parte meridionale della penisola, l'antico Bruttium (attuale Calabria), poi il nome si estese ad indicare i connazionali della Magna Grecia, che venivano detti Italiótai.
L'etimologia del nome, secondo questa tesi, si basa sul nome greco italós che significa toro come forma contratta e grecizzata dell'umbro vitlu (vitello). Tale etimologia era stata già tramandata dagli stessi greci che vedevano l'origine del nome in Ouitoulía, ossia "terra dei vitelli". Questa origine etimologica fu in seguito riproposta anche da Dionisio d'Alicarnasso, Varrone, Gellio, Festo.

Come comprensibile, molte e varie sono le soluzioni interpretative del termine Italia, alcune si riferiscono a tradizioni non dimostrate come ad esempio l'esistenza di un re di nome Italo, oppure è indicata la connessione del nome con la vite.

Di solito è giudicato come sicuro il fatto che il nome inizialmente indicasse solo la parte posta nell'estremo meridione della Penisola.

Il nostro Paese si chiama dunque così, grazie ad una estensione del nome Italia dal Sud verso il Nord…

 

2. Ritorniamo ai nostri letterati in volgare delle Origini quando nonostante la divisione tra Comuni e Stati occupati da Regnanti stranieri, l’Italia era una realtà unitaria nella coscienza culturale. Come non citare la Canzone All’Italia di Francesco Petrarca?:

nei versi declamatori dell’incipit:  

Italia mia, benché 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che ' miei sospir' sian quali
spera 'l Tevero et l'Arno,
e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion' che crudel guerra;
e i cor', che 'ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e 'ntenerisci et snoda;
ivi fa che 'l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s'oda.

(…) (Canzoniere CXXVIII)

E ricongiungendoci a questo ultimo verso di Petrarca, proprio alla “lingua” comune, nella cosiddetta “questione della lingua” fu affidato per secoli il compito di mantenere viva la tensione verso l’unità territoriale, storica e politica  di un Paese che non fu tale se non dopo il 1861.

Forse l’Italia è l’unica nazione al mondo attraversata da una eterna “questione della lingua”, proprio perché, oltre ad altre ragioni, principalmente la penisola italiana non ha mai avuto un centro culturale veramente predominante, come per esempio Parigi in Francia.

Basta pensare alle Repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa e Amalfi) e ai Comuni (Firenze, Lucca, Milano, Napoli e Bologna, dove ebbe origine la prima Università), per rendersi conto a che punto di ricchezza, di bellezza e di cultura giunse l’Italia tra i secoli XII e XIV.

Ancora una volta è il padre Dante ad originare il dibattito con il De Vulgari Eloquentia che riprendeva l'allora comunemente accettata teoria della monogenesi di tutte le lingue del mondo che sarebbero derivate dall'idioma di Adamo: l'ebraico, la lingua delle Sacre Scritture. La lingua volgare era identificata con lo sviluppo delle varietà plebee locali già parlate nell'antichità a seguito dell'episodio della Torre di Babele in cui Dio avrebbe punito gli uomini facendo sì che le lingue da essi parlate si differenziassero tra loro.

Il latino, l’allora lingua d'uso internazionale, generalmente adoperata nelle scritture e nei discorsi ufficiali, era definito da Dante come gramatica per antonomasia, cioè lingua convenzionale creata artificialmente perfetta.  

Ma il volgare d'Italia, suddiviso al suo interno in tredici principali ripartizioni dialettali, grazie alla Scuola poetica siciliana aveva meritato di elevarsi all'uso scritto. Secondo Dante il volgare illustre, dunque, nella sua conformazione scritta avrebbe dovuto avvalersi del concorso di tutti i dialetti d'Italia.

Ma l’Alighieri nella propria opera letteraria non tentò di "inventare" un volgare pan italiano, bensì utilizzò il nativo fiorentino, pur criticando a livello teorico il toscano.

In pieno Umanesimo, la questione della lingua si fece più accesa, anche per l’avvento della stampa che rendeva necessaria, ovviamente, una norma coerente e omogenea a livello nazionale.

A quel tempo Venezia era la capitale europea dell'editoria, in contrasto con Firenze. Fu proprio da queste due città che nacquero le due maggiori scuole di pensiero, Veneta e Toscana: la prima affermava il suo predominio a livello europeo nell'editoria e quindi nella comunicazione, la seconda rivendicava la cittadinanza dei grandi letterati trasformatori della lingua (Dante, Petrarca, Boccaccio).

Un altro importante cittadino di Firenze lascia la firma in questa querelle: Niccolò Machiavelli che si ispirava al modello fiorentino contemporaneo  nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, mentre mons. Giovanni Della Casa, abile frequentatore della vita delle Corti rinascimentali, proponeva un volgare “curiale e cortigiano” prodotto nelle diverse realtà nobiliari della penisola italiana.

Punto di svolta rappresentò la pubblicazione delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, il quale seppur veneziano di nascita, seppe superare i localismi e  propose come lingua il toscano trecentesco, lingua letteraria per eccellenza, punto di comunicazione tra gli autori del passato e i posteri.

Nel terzo libro del suo trattato egli redasse una vera e propria grammatica del toscano letterario, fondato essenzialmente sull'uso dei grandi autori trecenteschi: Dante, ma soprattutto Boccaccio e Petrarca, di cui Bembo possedeva tra l'altro l'autografo del Canzoniere.

La questione si risolse di fatto con l'affermazione del modello bembiano, e quindi con la sanzione della lingua letteraria toscana. Dante venne escluso dal canone degli autori che facevano testo in materia di lingua in quanto il lessico del poeta era più vasto e meno riapplicabile; egli, inoltre, utilizzava vocaboli ora di livello alto ora di livello troppo basso.

L'opera di Bembo ebbe immediata risonanza e decretò il successo della corrente arcaizzante, grazie anche all'opera di Leonardo Salviati e alla fondazione dell'Accademia della Crusca. Nel 1612 uscì il Vocabolario degli Accademici della Crusca, considerato sino all'Ottocento la massima autorità in fatto di lingua.

 

3. La lingua letteraria italiana si avviò dunque sui binari dell'arcaismo e del preziosismo, staccandosi dalla lingua d'uso quotidiano, per il quale si continuarono a utilizzare i dialetti.  Non mancarono comunque voci contrarie; in particolare durante l'illuminismo si criticò l'eccessiva astrattezza e complicazione della lingua, proponendo come modello la chiarezza del francese. A partire dal secondo Settecento si cominciò anche a valorizzare l’uso letterario dei dialetti.

Giustamente famosa la polemica del giovanissimo Giacomo Leopardi in difesa di una lingua “italiana” più viva, con il purista abate veronese Cesari che  era invece fautore di una reazione rigidamente puristica  e riproponeva in maniera drastica il normativismo arcaizzante e il culto degli scrittori fiorentini delle origini.

In questo clima si presenta anche l’opera di Vincenzo Monti dalla cui ode Per la liberazione d’Italia  del 1801 dedicata a Napoleone, insieme a Il Bardo della selva nera  del 1806, cito almeno i primi versi:

Bella Italia, amate sponde
pur vi torno a riveder !
Trema in petto e si confonde
l'alma oppressa dal piacer
.

Anche il Monti, nonostante i diversi “cambi di casacca” scrive d’Italia intendendola sempre unita ben prima del Risorgimento e con l’arma della letteratura polemizza contro la Crusca per una lingua non arcaicizzante dando origine ad entusiastico commento del romantico Conte Ludovico di Breme sulla rivista “Il Conciliatore”.

Fu la conquista napoleonica a riaccendere le polemiche sulla lingua, che continuarono per tutto il secolo XIX, quando dopo l'unificazione e la nascita del regno d'Italia si rese necessaria una lingua per lo stato, per la scuola e l'amministrazione.

L’unità del Regno rese indispensabile e non più procrastinabile l’unità della lingua che fungesse anche da democratico collante tra i diversi Regni e le differenti realtà socio-politiche che andavano ad unificarsi.

Dal Regno delle due Sicilie all’Impero Austro-ungarico passando per lo Stato della Chiesa, un’unica lingua italiana conosciuta da tutti, poteva essere lo strumento più utile per precedere e preparare la piena consapevolezza di una appartenenza comune ad un unico destino storico, dell’Italia fino ad allora politicamente divisa ma una per cultura. 

Nell’età del Romanticismo e del Risorgimento la questione della lingua, dunque, si affrancò definitivamente dal piano solamente di querelle letteraria per divenire un problema politico-culturale di primaria importanza, riguardante la lingua della comunicazione sociale, sia nell’uso scritto, sia soprattutto nell’uso parlato. 

Con la prosa semplice ed efficace dei Promessi Sposi dopo la loro revisione linguistica, del “risciacquar i panni in Arno”, il lumbard Alessandro Manzoni risolvette due questioni contemporaneamente. Da un lato plasmò e diffuse una prosa moderna per quella nuova letteratura “popolare” progettata dai romantici, e dall’altro diede attuazione al suo ideale di una lingua “viva e vera” parlata da tutti gli italiani: quella lingua unitaria che come senatore del Regno egli definì e propose analiticamente in alcuni degli scritti teorici, ma che già, come poeta civile e patriottico, aveva profetizzato nell’Ode  Marzo 1821 che fu pubblicata soltanto nel 1848, dopo le gloriose Cinque giornate di Milano.

L’ode è dedicata a Teodoro Koerner, patriota  tedesco, nel nome dell’anelito universale alla libertà che caratterizzò tutto il Romanticismo europeo.

 Non fia che quest’onda
scorra più tra due rive straniere:
non fia loco ove sorgan barriere
tra l’Italia e l’Italia, mai più!
(…)

una gente che libera tutta,
o fia serva tra l’Alpe ed il mare;
una d’arme, di lingua, d’altare,
di memorie, di sangue e di cor.(…)

Non vedete che tutta si scote,
dal Cenisio alla balza di Scilla?
non sentite che infida vacilla
sotto il peso de’ barbari piè?

 Direi che questi pochi versi  sono più che espliciti nell’indicare l’unità dell’Italia dalle Alpi alla Sicilia, indissolubilmente legata alla unicità di cultura e lingua!

 

4. Con l’avvento del nuovo Regno anche gli scrittori più ancorati alle loro luoghi di origine, dovettero fare una scelta di comunicazione allargata, tra lingua regionale e italiano letterario.

E’ il caso di Grazia Deledda che parlava e scriveva in sardo ma iniziò a pubblicare in italiano studiandolo inizialmente come una lingua straniera. Questa scelta fu premiata con la grande notorietà che raggiunsero i suoi romanzi e soprattutto con il Premio Nobel per il 1926.

Caso simile in Giovanni Verga, non c’è siciliano più siciliano del suo ciclo dei Vinti: il dialetto vi fa la sua comparsa impastandosi con l’italiano anche attraverso l’inserimento dei proverbi popolari nelle battute del discorso diretto.

Gli esempi potrebbero continuare.

Il secolo XX ed i giorni nostri vedono l'affermarsi dell'italiano in tutti i settori della vita pratica e culturale: la presenza di centri egemoni sul piano sociale fa sì che la norma linguistica tenda a modellarsi sulla loro parlata.

Attualmente il modello proposto da radio, cinema e televisione è di tipo misto, con una tendenza alla unificazione della pronuncia e una decisa introduzione anche nella lingua letteraria di registri ed espressioni tipiche del parlato, fenomeni che fanno dell'italiano, per la prima volta nella sua storia, una lingua completa e non solo letteraria. Ma spesso proprio i mass media diffondono esasperazioni macchiettistiche dialettali, dal “burino” romano al “mafioso” siciliano, dal “bauscia” lumbard, al pastore sardo, dal pizzaiolo napoletano al parsimonioso genovese, al “ciclista” veneto.

Eppure proprio quando bellicose prospettive separatiste invadono sempre di più il nostro quotidiano, alcune riflessioni conclusive sono necessarie per ribadire, senza equivoci, quanto la cultura italiana sia realmente tale, dal Cenisio alla balza di Scilla  .

Infatti oltre e sotto la lingua unitaria italiana, alcuni modelli culturali hanno uniformato il comune sentire, spesso procedendo da Sud a Nord, in un percorso opposto a quanto flussi economici ed ideologici  oggi vorrebbero minimizzare o peggio far dimenticare.

Ed iniziamo, a mo’ di esempio, con la scuola poetica siciliana che trasferisce nell’Isola alcuni stilemi arrivati dal sud della Francia con i trovatori provenzali.

Dalla corte di Federico II di Palermo, attraverso Guittone d’Arezzo, la scuola del dolce stil novo in qualche modo eredita in Toscana quelle tematiche amorose e di elevazione nobile-spirituale arrivate dal Sud dell’Italia..

La poesia di Francesco Petrarca diede vita, nel Cinquecento, anche grazie alle riflessioni sulla lingua di Pietro Bembo, ad una vera e propria modelizzazione dei sonettisti che conosce Canzonieri di simile struttura e tematica, in poeti del Sud come la lucana Isabella Morra  ed in poeti del Nord come la veneziana Gaspara Stampa.

Cambiando epoca e movimento, Giambattista Marino, il caposcuola riconosciuto del Barocco in letteratura, era nato e morì a Napoli. Quindi il pieno Sud fu determinante nella rivoluzione barocca che dopo il manierismo petrarchesco riportò attenzione al reale nella poesia italiana.

Ed ecco Giuseppe Battista, nato a Grottaglie nel 1610, in Puglia, e morto a Napoli nel 1675, vissuto all'interno del  Regno di Napoli, oggi riletto anche grazie al recente studio di Pierfranco Bruni.   

Torquato Accetto, probabilmente nativo di Trani, visse ad Andria e fu in relazione con la cerchia del marchese Giovanni Battista Manso, il mecenate napoletano amico e biografo di Torquato Tasso (nato a Sorrento),  nonché fondatore dell'"Accademia degli Oziosi".

Ancora Sud, ancora Campania e Puglia.

Se poi pensiamo al grande Tommaso Campanella di Stilo in Calabria e a Giordano Bruni di Nola, sembra proprio che il Barocco, nei suoi Maestri e progenitori,  sia stato un movimento a forte matrice meridionale.

Le nuove celebrazioni dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, saranno il banco di prova per far cadere anche quest’ altro stereotipo culturale che vede nel Sud un’area del Paese sempre al rimorchio di altre realtà geografiche più a Nord.

Ma, non dimentichiamo che il Nord d’Italia,  in prospettiva europea, diventa anch’esso Sud rispetto ad altre realtà più nordiche…     

 

                                                                              Neria De Giovanni

 

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