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ISTITUTO  DI  PUBBLICISMO

BOLLETTINO  NOTIZIE   E  COMMENTI

e-mail: notizieecommenti@istitutodipubblicismo.it

 

 

N.11 del 9 dicembre 2004 - Un osservatorio tra due sponde di Elisabetta Bernardini

N.1 del 18 aprile 2002

N.2 del 6 giugno 2002

N.3 del 30 settembre 2002

N.4 del 13 dicembre 2002

N.5 del   2  aprile 2003

N.6 del   8 maggio 2003

N.7 del   2 luglio 2003

N.8 del   3 ottobre 2003

N.9 del 18 febbraio 2004

N.10 del 18 ottobre 2004

N.11 del 9 dicembre 2004

N.12 del 28 dicembre 2004

»Rassegne Stampa

 

N  O  T  I  Z  I  E     E     C  O  M  M  E  N  T  I 

B o l l e t t i n o  d e l l ’  I S T I T U T O   D I    P U B B L I C I S M O

Nuova  serie   -   Roma, 18 Aprile 2002   -   N.1

Stampato in proprio - Reg.Trib.Roma n.119/2002  - Via E.Q.Visconti 12, 00193 Roma - Fax 06.3226712

e-mail :  istitutodipubblicismo@virgilio.it    sito web :  www.istitutodipubblicismo.it

  Direttore Responsabile                               Direttore Editoriale                                           Redazione

                            Guido Scialpi                                                      Alberto Graziani                              Giorgio Salvioni   Alessia Bonanni    

 

 

       Fondato nel 1947 dal Prof. Francesco Fattorello, presso l'Università La Sapienza di Roma,  l' ISTITUTO DI PUBBLICISMO ha, come scopo istitutivo, la promozione degli studi e delle  ricerche sull’informazione e la comunicazione e l'organizzazione di Corsi di formazione professionale nei settori dell'attualità, del giornalismo, della propaganda ideologica, delle pubbliche relazioni, della pubblicità commerciale, della comunicazione pubblica e istituzionale, della pubblicistica militare, della documentazione scientifica.

 

PERCHE’ UN ALTRO PERIODICO SU “L’INFORMAZIONE”?

La nuova serie di “Notizie e Commenti” prosegue nella tradizione dottrinale e nella impostazione scientifica dello Istituto di Pubblicismo: se ne è avvertita l’esigenza  nell’accavallarsi tumultuoso delle nuove tecnologie,  soprattutto per la formazione dei professionisti della comunicazione. Attività delicatissime, che si integrano  nel tessuto connettivo di ogni società. La qualità professionale di chi opera nell’informazione è un passaggio cruciale, o meglio un obiettivo, che travalica lo stesso successo nella professione: l’informazione, a cascata, è garanzia di tutti i valori che costituiscono il frutto di una reale democrazia. E’ la “buona informazione”, che l’Istituto di Pubblicismo porta avanti in una prospettiva sociologica, con alle spalle mezzo secolo di studi e ricerche. (Guido Scialpi)

FREE PRESS  e  NEW MEDIA: il quotidiano gratuito

Costi redazionali quasi azzerati e nuove entrate dalla pubblicita`, dovrebbero in tre/cinque anni remunerare il capitale investito nella free press ed incrementare del 20% la raccolta pubblicitaria dell’editore. Distribuito a mano e  nei dispenser, nelle stazioni e nei luoghi di grande passaggio del mattino, il quotidiano gratuito ha tirature di alcune centinaia di migliaia di copie (10 milioni di copie nel mondo). Ma non in concorenza con il quotidiano venduto nelle edicole. La free press e` un nuovo e originale strumento di comunicazione, con un proprio pubblico di lettori.    Indubbiamente la gratuita` e` vincente, come la facilita` di reperimento e la fruibilita`di lettura, pari ad una corsa sui trasporti pubblici (20 minuti). Non ultima, la semplicita` e sintesi delle informazioni, che attirano un lettore generico e culturalmente assai vario, senza specificita` politicoideologiche, ma comunque appartenente ad una fetta consistente del mercato dei consumatori, certo non la piu` ricca. Unico neo, il danno ambientale, causato dall’abbandono del quotidiano gratuito. Ma la stessa free press potra` invitare, dalle sue pagine, a  comportamenti piu` civili. (AG)

RIFORMA DELLA P.A. : e-government  e comunicazione

Separatamente, anche se con il comune intento di migliorare l’efficienza delle Pubbliche Amministrazioni, il piano di e-government, del Ministro per l’ innovazione e le  tecnologie, e gli strumenti di comunicazione pubblica (URP e Uffici stampa), di cui è referente il Dipartimento della Funzione Pubblica, si sviluppano parallelamente ma senza sinergia. La Legge 150/2000 e la Direttiva del 7 febbraio 2002, del Ministro Frattini, individuano gli indirizzi che gli Uffici Stampa, i Portavoce e gli URP delle Amministrazioni centrali e locali devono seguire per incrementare la fruibilitùà dei servizi offerti al cittadino. L’e-government, dall’altro lato, rappresenta l’introduzione delle tecnologie di ICT nel front-office e back-office della P.A.. E’ un valore aggiunto di grande innovazione, che presuppone però  un processo di semplificazione delle procedure e dell’erogazione dei servizi al cittadino. Mentre è chiara, nella Legge 150/2000, l’esigenza di formazione di figure professionali specifiche per gli URP e Uffici Stampa, per l’e-government, la repentina immissione di tecnologie avanzate, sconosciute alla cultura amministrativa tradizionale, non sono stati ancora individuati i percorsi formativi di coordinamento con la qualificazione professionale e necessaria per gli obiettivi della customer satisfaction. (Giorgio Salvioni)

U R P :  uno scenario in positiva evoluzione?

Il Dipartimento della funzione pubblica ha realizzato nel gennaio 2001 un’indagine telefonica per rilevare la situazione su cui va ad incidere la normativa 150/2000. Le conclusioni parlano di scenario in positiva evoluzione. Su 3.803 pubbliche amministrazioni incluse nell’indagine, quelle che hanno costituito almeno un URP sono 1.452, ovvero il 38,2%, meno della metà, un dato non propriamente confortante a quasi 10 anni dalla prima legge sulla costituzione degli Urp  (N.29/93).Sembrerebbe ottimo il grado di utilizzo delle information and communication technology (ICT) da parte degli URP: circa l’81% degli URP dispone di un collegamento ad Internet, il 36,4% possiede una pagina web e ben il 25,3% eroga servizi on line. Un dato questo, che non consente di analizzare l’effettivo utilizzo di questi plus e lo scarso feedback che il cittadino riscontra tentando una comunicazione on line con molti di questi uffici. L’indagine inoltre, come spiegato nella sua presentazione, offre una quadro degli URP esistenti e delle loro funzioni, senza entrare nel merito delle concrete modalità e difficoltà con le quali essi operano. Una verifica più reale del rapporto cittadino-P.A. dovrebbe basarsi sull’analisi diretta delle aspettative dell’utenza, escludendo l’intervento, nella raccolta dati, dei referenti istituzionali. (Alessia Bonanni)

IN BREVE :

w I siti web italiani categoria government, nel trimestre novembre 2001-gennaio2002, sono stati visitati da 3,9 milioni di utenti (Francia 2,6 millioni, Inghilterra 3,4 milioni). I preferiti sono stati il sito www.finanze.it e www.istruzione.it , mentre con pochi contatti e bassa frequenza sono rusultati il Ministero del Lavoro, quello dei Beni Culturali e il sito del Governo. (Rapporto Nielsen-Net Ratings).

 

w Con l’avvento della free press, a cavallo fra il 2000 e 2001, prima con Metro (gruppo Metro International), poi con Leggo (Caltagirone) e City (RCS), la diffusione media giornaliera dei quotidiani in Italia è passata da 6 a 7,2 milioni di copie. (Rapporto FIEG - La stampa in Italia 1998-2001)

 

w Focus del Salone delle Amministrazioni locali, a Rimini dal 10 al 13 aprile 2002, sono stati lo sviluppo del coordi-namento all’interno della P.A., l’interazione tra Stato e cittadini ed il finanziamento della formazione degli Enti locali. Antonio Bettarini, coordinatore della comunica-zione del Dipartimento della Funzione Pubblica, ha annunciato che a settembre prossimo avverrà la prima verifica sull’attuazione della Legge 150/2000.

 

w Sono 240.000 i personal computer in possesso degli uffici dell’ Amministrazione centrale. La percentuale di postazioni di lavoro informa-tizzate per dipendente è pari al 98%. Nelle sedi periferiche il dato scende al 64%. (Fonte AIPA)

 

w Il portale www.normeinrete.it raccorda tutte le leggi disponibili sui siti delle diverse Amministrazioni Pubbliche connesse. Attualmente sono 82.772 le norme raccolte.

 

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Nuova  serie   -    Roma,  6 giugno 2002    -    N. 2

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                                                 Guido Scialpi                                              Alberto Graziani                            Giorgio Salvioni Alessia Bonanni

 

 

L’INFORMAZIONE IN GUERRA

     Il motivo per cui fare il giornalista è un mestiere sempre più pericoloso, in guerra ma non solo, non dipende dal modo di fare giornalismo, ma dall’uso strumentale che oggi i detentori dei vari poteri (e delle armi) fanno dell’informazione. Un’occasione di riflessione è offerta dalla lezione di giornalismo tenuta il 15 maggio alla Camera dei Deputati dal presidente della Associated Press, Louis Boccardi: negli ultimi 200 anni sono stati uccisi 1.300 giornalisti a causa del loro lavoro, e oltre un terzo di questi (458) sono stati uccisi negli anni ’90; e l’anno scorso 51 giornalisti sono stati uccisi per l’informazione che stavano producendo. Boccardi ha registrato questa accelerazione senza avventurarsi in interpretazioni del fenomeno, ma ha rilevato che i luoghi più pericolosi sono quelli dove è in corso una transizione da regimi oppressivi e dittatoriali verso la libertà e la democrazia, e le situazioni più micidiali per i giornalisti non sono le guerre (è una magra consolazione potervi individuare un indizio di maggiore diffusione della democrazia nel mondo). Il fatto è che qualsiasi potere abbia interesse a governare le coscienze per tramite di un proprio “ministero della verità” guarda necessariamente all’informazione libera come a una minaccia inaccettabile, da eliminare. Quando scoppia una guerra, è stato detto, la prima vittima è la verità, e la disinformazione viene ampiamente asservita a finalità  tattiche; anzi, l’informazione viene paragonata ad una delle forze armate, la quarta, dopo l’esercito, la marina e l’aeronautica. Ma in tempo di pace, ora che la guerra fredda è finita, quali poteri hanno interesse a imbavagliare l’informazione ? (Guido Scialpi)   

URP: quali obiettivi ?

Analisi dei dati dell’Indagine C.A.D. degli URP svolta dall’Istituto di Pubblicismo

 

     Tra i principali strumenti d’accoglienza del front office sono risultati: i contatti personali, i contatti per via telefonica, compresi i fax e i numeri verdi, e la posta elettronica (e-mail).

     Complessivamente lo strumento telefonico risulta il più utilizzato, ma moltissimi cittadini preferiscono recarsi personalmente negli Uffici. Risulta pertanto indispensabile che, oltre al potenziamento delle linee e dei servizi telefonici, occorra tener presente l’opportunità che l’accoglienza personale degli utenti sia curata sotto ogni punto di vista. Per quanto riguarda la posta elettronica (pari al 63%) risulta prevalente l’utilizzo come informazioni on line (74%), rispetto alle procedure on line (30%).

     La normativa sul diritto di accesso (Legge n. 291/90), che tra l’altro è alla base della costituzione degli URP, sembra essere la normativa di maggior riferimento. D’altro canto, il diritto di accesso, resta la pietra miliare per tutte le altre innovazioni introdotte nella P.A.

     Gli URP risultano normalmente inseriti in Direzioni Generali e/o Dipartimenti. Questa loro collocazione strutturale spesso denota una limitazione delle competenze, a fronte dell’opportunità che l’URP debba esplicare la propria attività nell’ambito complessivo dell’ente.

     Il personale degli URP è essenzialmente femminile, sfiorando, nel 65% dei casi, quasi l’intera totalità. Se consideriamo che in molti uffici gli addetti all’URP sono un paio di unità, la presenza femminile, sul piano delle responsabilità e della gestione, risulta notevolissima.

     Gli operatori, in genere, sono molto sostituibili tra loro. Ma nei casi di ristrettezza del personale, se sommata ad una alta percentuale di specializzazione professionale, si possono facilmente prevedere difficoltà di ordine organizzativo sia nel front office che nel back office.

     Nella costruzione dei siti web lo spazio riservato all’URP, pur se ampiamente previsto (86% dei casi), non raggiunge, però, il 100%, come sarebbe stato necessario alla luce degli obiettivi da assolvere.

     Quando nell’ente non è stato istituito un Ufficio Stampa, l’URP spesso è chiamato a svolgere parte di quei compiti. Quando esiste l’Ufficio Stampa (61% dei casi) esso non dipende dallo stesso vertice, a riprova che, se gli Uffici Stampa sono direttamente collegati in staff al vertice, gli URP sono maggiormente inseriti nell’ambito di singole Direzioni o Dipartimenti.

     Per quanto riguarda la “Carta dei servizi”, la sua divulgazione è inferiore al 50% del numero degli URP intervistati, ed inoltre, nel caso di divulgazione, ben il 63% è sprovvista delle modalità e dei tempi di erogazione dei servizi, riducendo, così, la “Carta“ ad una mera lista delle possibili attività dell’ente.

     Tutti gli enti (93%) dichiarano di aver realizzato, in generale, “prodotti” di comunicazione. Mentre per i depliant, informazioni on line, procedure on line, bandi, monografie, testi di normativa si può presumere che l’URP sia stato coinvolto nella loro produzione e distribuzione, per gli articoli sulla stampa, mostre e fiere, convegni, spot televisivi, libri, CD Rom e documentari, è più verosimile che tali prodotti siano stati realizzati da altri uffici o a livelli organizzativi più alti e direttamente collegati al vertice politico-amministrativo.

     L’Indagine pertanto evidenzia che: l’URP non è ancora inserito, in maniera piena e funzionale, nei processi decisionali complessivi dell’ente; secondo, a fronte della migliorata visibilità dell’ente stesso, il cittadino, attraverso gli URP, ottiene ancora una prestazione tradizionale, anche se efficiente, dalla P.A. , ma non un vero e proprio servizio configurato secondo le esigenza espresse dall’utenza stessa.   (AG/GS)

           

In breve:

La “Comunicazione” nelle facoltà  scientifiche

E’ in corso di svolgimento  da  aprile a giugno 2002, con il contributo dei docenti delIo Istituto di Pubblicismo,  il primo Modulo sperimentale presso la Facoltà di fisica della Uni-versità La Sapienza  di Roma, diretto a diffondere gli elementi di base della sociologia della comunicazione tra gli studenti di quella facoltà scientifica.

 

E-government  e Pubblica Amministrazione

Enti locali che hanno strumenti per svolgere procedimenti on line ( % )

Moduli

scaricabili

              Moduli

              compilabili

                             Moduli per

                             bandi di gara 

Fonte: indagine Rur, Formez e Censis 2001.   

                       

5000 addetti negli URP

Il Ministro per l’innovazio-ne e le tecnologie, Lucio Stanca, in occasione della presentazione del portale della PA www.italia.gov.it, ha ricordato che i siti web dell’Amministra-zione sono circa 2000. A parità di numero, considerando in media 2,5 addetti per ogni Ufficio, il numero complessivo degli operatori degli URP, dovrebbe aggirarsi intorno alle 5000 unità.

 

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Nuova  serie   -    Roma, 30 settembre 2002    -   N. 3

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Direttore Responsabile:

 

 

 

Pluralismo dell’informazione e aggregazione del consenso

 

Per garantire il pluralismo dell’informazione è necessario che ogni forza/parte socialmente rilevante abbia il diritto e la capacità economica per organizzare e gestire i propri strumenti di comunicazione, in modo tale che ad ogni cittadino possa essere consentita la possibilita di accedere all’informazione, in cui meglio si riconosca, ovvero in cui riconosca i propri interessi e la propria cultura.

Perché tutto ciò sia reso possibile, occorre il verificarsi di alcune condizioni:

-         che la Carta costituzionale garantisca la libera espressione del pensiero;

-         che le singole forze/parti sociali dispongano delle risorse finanziarie necessarie;

-         che i cittadini siano consapevoli di esercitare il diritto/dovere all’informazione, come strumento di partecipazione attiva allo svolgimento della vita sociale.

Nella realtà dei paesi più industrializzati, da tempo i cittadini avvertono con sempre maggiore disagio che solo le forze/parti sociali che, rispetto ad altre detengono risorse finanziarie ingenti, hanno la concreta possibilità di gestire con efficacia i grandi strumenti di comunicazione, come stampa e televisione.

Si grida allora ai pericoli corsi dal pluralismo dell’informazione e si cerca di ricorrere forzosamente a corretttivi  per riequilibrare con provvedimenti legislativi il potere economico delle forze in campo. Ma il problema economico, pur se rilevante, non è il solo a minacciare il pluralismo dell’informazione.

Oggi a fronte di una realtà assai varia, e mai fino ad ora così vasta, di mezzi di comunicazione, che sicuramente rappresenta una pluralità di voci, fa riscontro altrettanta confusione, sovraesposizione alle informazioni e distorsione delle stesse opinioni.

I confini tra informazione e spettacolo sono saltati da un pezzo e non sono più distinguibili i promotori da parte del lettore o del telespettatore; è sempre più difficile conoscere coloro che sono dietro, coloro che dispongono effettivamente del media.

Nel comune sentire è ancora ampiamente radicata l’opinione che quanto venga letto, ascoltato e visto sui grandi strumenti di comunicazione sia la “realtà”, o quantomeno un resoconto ad essa assai vicino e che basti leggere un quotidiano e ascoltare un telegiornale per essere adeguatamente al corrente degli eventi politici, economici e culturali e poter disporre così di sufficienti elementi di valutazione per orientare le proprie scelte ed i propri comportamenti. Ma alla gran parte della gente sfugge la consapevolezza di essere coinvolta in un rutilante processo di spettacolarizzazione di ogni apetto del vivere comune, che esalta l’emotività, ma, soprattutto, è incline a rimuoverne gli aspetti negativi, per offrire soluzioni rassicuranti che continuino a garantire il benessere raggiunto.Spettacolarizzazione, che diverte e distrae, ma che allontana e banalizza i significati veri, a favore del mondo dei consumi.

Le stesse famiglia e scuola, luogo di formazione dei valori e dei punti di riferimento delle coscienze, sono attraversate dalle sole tensioni alimentate dalle aspettative di facile successo personale e di ancor più facile benessere materiale. Che dire poi del perduto carisma delle istituzioni, dei partiti, delle grandi aziende, dei sindacati, dissoltosi nel fluttuare del verticismo, della burocrazia, degli scandali, degli interessi inconfessabili.

Non rimane in definitiva che la difesa del proprio particolare e l’aggrapparsi a quelle idee del momento che siano sull’onda della emotività più convincenti per il benessere da difendere. Non rimane che aderire ad opinioni che attraverso gli strumenti di comunicazione vengono incessantemente proposte, ora su questo ora su quel problema, con formule avvolgenti, pressanti e spettacolari, ma talora anche sottilmente persuasive, dissimulate e occulte.

Diminuisce così la qualità della formazione e della cultura individuale, della capacità critica, ed aumenta l’esposizione ai meccanismi di cattura del consenso ed al consumo di dosi sempre maggiori d’informazione e di spettacolo.

Così assistiamo  alla “ politica spettacolo”, quando vittoria e sconfitta per i partiti politici corrono sul filo della conquista o della perdita di un effimero consenso legato a fatti contingenti, ma di buona presa emotivo-spettacolare a ridosso del  momento del voto.

Ma il consenso verso un partito o verso una linea politica non dovrebbe essere frutto di un convincimento profondo, di un riferimento a valori consolidati, che affondano le loro radici nella ideologia, nella morale, nella cultura storica, nelle tradizioni e nella famiglia ?

Sta di fatto che il consenso può essere indotto  da situazione ed opinioni contingenti del momento politico, come nel caso del cosiddetto voto di protesta, quando a dispetto dei valori politici consolidati, viene dato il voto al partito avversario per manifestare dissenso contro l’operato della propria parte politica.

In definitiva, l’analisi dei risultati elettorali dimostra che l’andamento è quasi sempre direttamente proporzionale alla consistenza di ciascun partito, ma che la vittoria o la sconfitta è invece legata alla conquista o alla perdita di una percentuale di voti, in alcuni casi minima, che però, incidendo sul numero della rappresentanza parlamentare, può risultare determinante per gli assetti politici configurabili e la vittoria elettorale.

Questa situazione molto comune a quasi tutte le democrazie occidentali moderne, ha messo in evidenza l’importanza di saper conquistare, anche all’ultimo minuto e con qualsiasi mezzo, il consenso di quelle aree fluttuanti di elettori decisive per la vittoria.

Inoltre, negli ultimi tempi in Italia, ma da molto in altri paesi, ha preso consistenza il fenomeno della cosiddetta “disaffezione al voto”. Anche in questo caso, sebbene per motivazioni diverse, si tratta di percentuali di voti che possono influire in maniera determinante sui risultati elettorali. Pertanto, voto di protesta, astensione dal voto, voto dell’ultimo minuto per opportunismo, sono tutti comportamenti elettorali ispirati da opinioni contingenti, precarie, a volte solo dettate dall’emotività e non certo da ragionamenti e convincimenti approfonditi. Da questa sintetica analisi, scaturisce in tutta evidenza il ruolo strategico assunto dagli strumenti di comunicazione, che sono i principali e più efficaci mezzi per aggregare consenso intorno ad opinioni politiche, per ingenerare stati di forte tensione emotiva su i più svariati accadimenti e per polarizzare l’attenzione sulle possibili scelte da attuare.

Nel passato, o meglio sino ai regimi totalitari europei del secolo scorso, l’aggregazione politica di massa era sconosciuta e i convincimenti e le idee politiche erano considerati un fatto individuale, frutto di processi di adesione e persuasione lenti e costanti che sedimentavano nella cultura familiare e del gruppo sociale di appartenenza, nelle frequentazioni personali, negli studi, nelle situazioni di lavoro, nell’associazionismo.

Fu solo dopo il primo conflitto mondiale, che stampa periodica, radio e cinema dimostrarono tutto il loro potenziale come strumenti d’informazione, ma soprattutto come veicolo di opinioni per accreditare una certa scelta, una ideologia o l’istaurazione di un regime politico. Con l’avvento della televisione, il processo di aggregazione delle opinioni ha trovato un ulteriore efficacissimo strumento.(Alberto Graziani)

 

 

 

APPROFONDIMENTI a cura di Iacopo Landrini

 

Sui nuovi format storici:

 

Il monito del Presidente della Repubblica circa l’informazione affronta un tema attualissimo dalle varie ramificazioni. Una di queste è sicuramente rappresentata dal ruolo dell’informazione come veicolo per la diffusione della memoria storica. Se si considera la sempre più vasta diffusione dei format che hanno per oggetto la storia contemporanea sulle reti pubbliche e private, il discorso di Ciampi dà luogo ad alcune considerazioni.

In questo senso può essere interpretato l’articolo di Giorgio Battistini, Caso Rai, monito di Ciampi. “Pluralismo e imparzialità”, da “La Repubblica”. Giovedì 18 luglio 2002.

Battistini si sofferma sull’importanza della memoria storica (tema ricorrente nei discorsi del Presidente), nell’ambito della polemica sollevata dalle affermazioni di Baldassarre sulla guerra alla storia “faziosa ed ideologizzata”.

Fuoriuscendo da un ambito strettamente polemico, ci sembra opportuno evidenziare come questi format, che nel ricordo della programmazione Rai di alcuni anni fa occupavano orari improbi, si stiano sempre più concentrando in fasce più accessibili, o vengano proposte con soluzioni innovative di “istruzione intrattenimento” (vedi il format “Novecento” condotto da Pippo Baudo).

Partendo dall’assunto che la televisione, pubblica o privata che sia, deve comunque rispondere alla logica dell’audience, il maggior rilievo assunto da questi programmi potrebbe essere la spia di un crescente interesse del pubblico. Un fenomeno quindi da tenere d’occhio.

 

Sulle reazioni al monito di Ciampi all’interno delle varie forze politiche:

 

Nella settimana fra il 20 ed il 26 luglio del 2002 ha assunto una rilevanza centrale, nell’ambito dell’informazione, il messaggio di Ciampi alle Camere circa la pluralità dell’informazione. Si registra un apprezzamento da parte di tutte quante le forze politiche.

Se ripensiamo al clima infuocato che ha accompagnato le ultime vicende circa la sorte della Rai, una sostanziale adesione merita di essere oggetto della nostra attenzione.

Notiamo dunque che il messaggio di Ciampi, orientato verso una generale “pluralizzazione” dell’informazione, è stato oggetto di interpretazioni da parte delle maggiori testate giornalistiche e di vari esponenti politici.

Prendiamo in esame, ad esempio, l’articolo Oggi dibattito al Senato sulle parole del presidente, pubblicato su “.Com” il giovedì 25 luglio 2002.

Rileviamo, da parte degli schieramenti di sinistra, che l’adesione al discorso del Presidente è impostata sulla denuncia di un monopolio televisivo. In particolare Antonello Falomi, parlamentare diessino, vede nel discorso anche un riferimento alla lontana soluzione del conflitto di interessi attribuito a Berlusconi.

Da parte degli schieramenti di centro destra si registra un’adesione orientata verso una veloce risoluzione della questione Rai.

Ci sembra giusto evidenziare, come unica voce fuori dal coro di generale adesione al discorso presidenziale, l’articolo di Vittorio Feltri, Gratitudine di burocrate, “Libero”, mercoledì 24 ottobre 2002.

Feltri, che fa uso di un tono fortemente provocatorio nei confronti del Presidente, “azzarda” (sono parole sue) che “…la sinistra, la quale non si rassegna alla cessione della Rai agli avversari dopo averla gestita per anni come la mensa di Botteghe Oscure…” avrebbe dunque persuaso Ciampi ad intervenire sul tema dell’informazione.

L’articolo di Feltri può essere considerato “indicativo” di quella tendenza all’interpretazione che fa sì che se da sinistra si guardi all’intervento con speranza di una risoluzione di monopolio e conflitto d’interessi, da destra vi si aderisca interpretando la parola pluralismo con una maggiore presenza politica della maggioranza di governo nella Rai.

Sia l’una che l’altra interpretazione, oltre che sulle rispettive linee di pensiero, poggiano anche sull’abilità di produrre un’informazione giornalistica (e televisiva) che sia in grado di comunicare all’utenza la giustezza del proprio orientamento.

Coincidenza, dunque, dell’interpretazione con l’informazione, come elemento base dei fenomeni della comunicazione.

 

Sulla qualità dell’informazione:

 

Dall’articolo di Enrico Mentana, Il Tg non è deficiente, “Il mondo”, venerdì 26 luglio, ricaviamo un’analisi sulla qualità della programmazione televisiva di oggi. L’articolo prende la difesa della televisione odierna, basandosi anche sulla sempre maggiore autonomia e libertà di opinione dei Tg, che in alcuni casi passano da strumenti meramente informativi a veicoli di opinione, anche se il riferimento (assassinio di Marco Biagi) prende in esame solamente eventi di una certa gravità.

Ci sembra utile, nell’ambito del discorso di Mentana, distinguere fra la natura ed i modi di questi “veicoli di opinione”, che potremmo distinguere fra subliminali e diretti. Nel primo caso, la diffusione dell’opinione è affidata solamente alla costituzione del servizio attraverso mezzi particolari (tempo concesso agli intervistati, costruzione di una generale omogeneità delle posizioni espresse da uno schieramento) ed uno più diretto, in cui il compito è svolto direttamente dal giornalista che esprime una propria posizione (Fede, Liguori, lo stesso Mentana, i giornalisti “d’attacco” di Tele Padania).

 

Sulla privatizzazione: sviluppo e diffusione di culture regionali

 

Nell’intervista di Dario Cresto-Dina a Roberto Formigoni, pubblicata su “La Repubbblica”, domenica 14 luglio 2002, il Presidente della regione Lombardia propone l’acquisto da parte delle regioni settentrionali di quote della Rai. Formigoni specifica che la Lombardia è solamente la prima in questo progetto, ma che esso comprende anche altre regioni, non solamente del nord. Uno dei punti più interessanti del progetto è lo sviluppo di alcune tematiche culturali regionali. Dall’intervista:

 

“L’importante è dare agli avvenimenti, alle idee, a qualsiasi iniziativa culturale lo spazio adeguato. In Lombardia, per esempio, c’è la musica celtica ma ci sono anche le poesie di Carlo Porta, autentici capolavori dialettali.”

 

Lo sviluppo di tematiche regionali nell’ambito del servizio pubblico ci sembra essere un’evoluzione interessante. Oltretutto, il riferimento alle poesie di Porta potrebbe preludere ad un programma, svolto da ogni singola regione, di diffusione della propria arte e letteratura.  (Iacopo Landrini)

 

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Redazione: Giorgio Salvioni, Alessia Bonanni, Iacopo Landrini

 

Informazione e libertà

(Prima parte)

 

I fenomeni sociali dell’informazione e della comunicazione basano la loro forza di aggregazione sulle opinioni che esprimono, e più queste opinioni sono espressione di fattori di conformità diffusi tra i recettori, più otterranno adesione e contribuiranno a polarizzare consenso nella direzione voluta. Informare, esprimere un’opinione e poi diffonderla attraverso gli strumenti della comunicazione, costituisce un atto di grande rilevanza sociale, che possiede una “forza” di persuasione proporzionale alla predisposizione emotiva, alla capillarità della diffusione, alla comprensibilità ed alla tempe-stività della comunicazione. La predisposizione emotiva deriva dal contesto degli avvenimenti, dalle situazioni concrete, dagli atteg-giamenti culturali ed è inerente allo specifico scenario, come quello politico, economico, sportivo, sindacale, sanitario e così via. Nel caso, ad esempio, dei flussi migratori clandestini verso le coste dell’Italia meridionale, si possono formulare opinioni favorevoli all’accoglienza, all’aiuto o, altrimenti opinioni di rifiuto, di chiusura. Le prime faranno leva su sentimenti di alto valore umanitario e civile, le seconde evocheranno i pericoli per l’ordine pubblico, per la sanità e per le questioni sociali che ne deriveranno. Quale opinione prevarrà intorno a questi problemi? Indubbiamente se i promotori dell’informazione saranno schierati in maniera compatta su una delle due ipotesi prospettate, ne conseguirà un allinea-mento altrettanto compatto delle opinioni individuali dei recettori. Qualora, come terza ipotesi, lo schieramento delle opinioni non fosse così compatto e fossero con intensità diffuse opinioni, non solo contrapposte, ma che ponessero in luce altre articolazioni della questione, la maggioranza delle opinioni non verrebbe pola-rizzata in una unica direzione, ma si formerebbe nel suo insieme un contesto di valutazioni più maturo e approfondito e, sicuramen-te, meno legato alla emotività. In quest’ultima circostanza si potrà parlare di pluralismo delle opinioni, come effetto conseguente al pluralismo dei mezzi di informazione e di comunicazione e del loro impiego da parte di una pluralità di soggetti promotori. Occorre, infatti, in primo luogo, che esista una molteplicità di soggetti promotori e di opinioni, cui corrisponda una pluralità di mezzi di comunicazione, impiegata con pari efficacia, capillarità e tempe-stività. Nel caso di un disequilibrio nell’utilizzo dei mezzi, determi-nato dalle diverse risorse finanziarie disponibili, i detentori di risorse maggiori si troverebbero in vantaggio e potrebbero veicolare le loro opinioni con un’ampiezza tale da oscurare o relegare in ambiti ristretti le opinioni diverse e contrarie. Non si svilupperà un confronto paritario tra più gruppi, ma un effetto di polarizzazione verso le proposte comunicate con più forza, con più ripetitività, senza possibilità di confronto, in un contesto che le pone come uniche opinioni possibili. Ogni parte e forza sociale ha tra i suoi fini quello di aggregare favorevole consenso per sostenere il conseguimento dei propri obiettivi e, pertanto, il “sogno” sarebbe quello di poter controllare e neutralizzare qualsiasi opinione che si contrapponesse a quegli obiettivi. Questo “sogno” non è illegittimo, ma è inquadrato nel contesto del riconoscimento della libertà di espressione del pensiero, che è un diritto di tutti non solo per manifestare le proprie opinioni, ma anche per essere informati su tutte le altre opinioni. Tale libertà come si realizza, nel suo concreto esercizio, se gli strumenti di comunicazione, i cosiddetti mass media, sono espressione di mega strutture organizzative legate ad investimenti enormi? (AG)

 

Analisi dei siti, degli URP e dei servizi online del Comune di Roma

Sono stati censiti n. 41 siti web, di cui:

n.17 appartenenti ai Municipi;

n.24 ad Uffici e Dipartimenti.

Tutti i siti sono muniti di un indirizzo e-mail.

Sono stati analizzati i seguenti elementi:

a)       configurazione dell’immagine e dell’accoglienza;

b)       offerta e funzionalità di servizi online.

 

CONFIGURAZIONE WEB IN PERCENTUALE

Siti web

Parametri di riferimento

Presen-

tazione

Chiarez-

za

Naviga-

bilità

Visibilità

 Urp(*)

Valuta-

zione

 

41

Inesistente

2%

2%

2%

41%

2%

Carente

5%

 

2%

5%

10%

Sufficiente

21%

35%

8%

5%

15%

Buona

67%

63%

86%

39%

71%

Ottima

5%

 

2%

10%

2%

(*)

·          Inesistente: URP non presente nel sito

·          Carente: manca un link dedicato

·          Sufficiente: link su pagina successiva

·          Buona: link su Home page

·          Ottima: evidenza su Home page

La presentazione dei siti risulta di buon livello per la grafica e per la navigabilità (accoglienza)ed anche per la comprensibilità dei contenuti (chiarezza).

La visibilità degli URP è complessivamente buona nei siti dei Municipi, mentre risulta carente nei siti delle altre Strutture.

 

Servizi offerti online

Siti

web

Carta

dei

servizi

Auto-cetifi-cazione

Moduli-

stica

Servizi

online

Link

Analisi

utenza

 

41

si

no

si

no

si

no

si

no

si

no

si

no

4

37

9

32

13

28

4

37

39

2

6

35

10%

90%

22%

78%

32%

68%

10%

90%

95%

5%

15%

85%

 

 

La valutazione complessiva  in percentuale dei Servizi offerti online, risulta la seguente:

 

Siti

web

Parametri

di

riferimento

 

Valutazione

 

 

 

41

Inesistente

2%

Carente

40%

Sufficiente

41%

Buono

15%

Ottimo

2%

 

 

La presenza in ordine decrescente dei Servizi risulta essere:

Link, Modulistica, Autocertificazione, Analisi dell’utenza, Carta dei Servizi, Procedure online. ( A.Graziani – I.Landrini )  

 

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Indice

 

N  O  T  I  Z  I  E     E     C  O  M  M  E  N  T  I 

B o l l e t t i n o  d e l l ’  I s t i t u t o   d i   P u b b l i c i s m o

Nuova  serie   -    Roma, 2 aprile 2003    -     N. 5

Stampato in proprio - Reg.Trib.Roma n.119/2002  - Via E.Q.Visconti 12, 00193 Roma - Fax 06.3226712

e-mail : notizieecommenti@istitutodipubblicismo.it     sito web : www.istitutodipubblicismo.it

Direttore Responsabile: Guido Scialpi          Direttore Editoriale: Alberto Graziani

Redazione: Giorgio Salvioni, Alessia Bonanni, Iacopo Landrini

 

 

     Informazione e libertà

        (seconda parte)

 

     Come possono le opinioni espresse da realtà economicamente più deboli o di piccole dimensioni, trovare lo spazio sufficiente per essere diffuse ed entrare così nel gioco dei fenomeni di polarizzazione.

Allo stato delle cose, nei paesi industrializzati la risposta scaturisce dalla stessa definizione di “paesi industrializzati”. E’ il potere industriale ed i poteri ad esso connessi a determinare la gran parte del controllo sui mezzi di comunicazione. Ma debbono essere meglio chiariti anche i concetti di potere e di controllo. Se “potere” sta a significare la capacità di autonomia economica-finanziaria, la capacità di scelte autonome nella propria gestione è pur vero che tali autonomie si debbano confrontare con una realtà sociale assai variegata e complessa, da cui discende la necessità di controllo di alcuni fattori (politica, lavoro, cultura, ecc.) che sono indispensabili per il funzionamento dell’economia industriale nel suo complesso. Tale controllo può esercitarsi in molti modi, ma uno dei modi essenziali è quello di creare e mantenere “consenso” intorno agli aspetti di base del sistema, che riguardano le condizioni di vita, l’ordine pubblico, la salute e così via. Questo compito viene svolto dall’informazione, il cui obiettivo è proprio quello di mettere al corrente, di coinvolgere, di indicare possibili soluzioni, nel quadro del sistema sociale di riferimento. Un’opera di informazione e di formazione del consenso, cui gli strumenti di comunicazione sono preposti in quanto tali. E’ mera utopia pensare poi che i mezzi di comunicazione possano rappresentare un potere a se stante, autonomo e, quando ancora, in antitesi con i poteri riconosciuti dal sistema. La strumentalità dei mezzi di comunicazione è di tutta evidenza ogni qual volta un “potere”, forte o debole che sia, decida di non servirsene più per difficoltà economiche e per cambiamenti di rotta politica. In questa circostanza, lo strumento di comunicazione, giornale, radio o televisione che sia, verrà privato non solo del sostegno economico, ma rimarrà privo di obiettivi e di una politica editoriale coerente con il proprio pubblico.

Esiste inoltre un fenomeno di alta interazione dei vari poteri nella organizzazione e gestione dei mezzi di comunicazione. Sotto il profilo del reperimento delle risorse finanziarie si sviluppa un complesso intreccio di interessi tra mondo economico-finanziario, industriale, politico, ecc., che rende quasi impossibile al lettore, ascoltatore e telespettatore che sia, riconoscere la provenienza delle informazioni ed un riferimento puntuale ai gruppi di potere che le hanno promosse.

      Tale mancanza di trasparenza, giova ai poteri più consolidati e comunque giova al mantenimento del consenso complessivo verso il sistema sociale ed istituzionale. Ma il sistema è ad “equilibrio dinamico”, per il mutare continuo dei parametri di riferimento sul piano interno e su quello internazionale, ed i mezzi  di comunicazione rappresentano gli strumenti vitali per il costante adeguamento delle opinioni allo scorrere degli eventi e per fronteggiare i pericoli di sbilanciamento del sistema. Non si tratta comunque di pura alchimia, perché le varianti in gioco in un sistema sociale complesso sono molteplici e spesso imprevedibili, come quando le opinioni vengano convogliate oltre misura verso obiettivi irrilevanti o al contrario vengano obliate situazioni di grande rilevanza. Non si discute tuttavia sulla importanza vitale che riveste il possesso di mezzi di comunicazione adeguati per ciascun gruppo di potere, quale condizione necessaria per la loro stessa esistenza. Il pluralismo dell’informazione, pertanto, una volta che sia costituzionalmente garantito, è auspicabile che sia di fatto attuato nella misura più larga possibile, per consentire il confronto delle opinioni alla base di ogni dialettica di sviluppo, ma nel contempo con la consapevolezza che nessuna legge potrà garantire un pluralismo “forzoso”, dato che i fenomeni della comunicazione sono il diretto riflesso del confronto tra poteri, con il prevalere dell’uno sull’altro e con il prevalere delle opinioni  di chi vincerà. (A.G.) - Prima parte: www.istitutodipubblicismo.it/nuova_pagina_4.htm#13dicembre2002

Il “mondo della comunicazione” nella Facoltà di Fisica

Seguita dagli ambienti accademici con molto interesse, prosegue, anche nell’A.A. 2002-03, la sperimentazione avviata dal Prof. Giovanni Vittorio Pallottino e diretta allo svolgimento del Corso sulla “comunicazione”, presso la Facoltà di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma.  Il Corso di Comunicazione Scientifica e Tecnologica,  è previsto al Primo anno dei Corsi delle Lauree triennali del Dipartimento di Fisica e inizierà il giorno 8 aprile 2003 per concludersi con le previste prove d’esame entro il prossimo mese di giugno. Finalità del Corso sono quelle di approfondire i temi e gli strumenti della comunicazione scientifica e di migliorare le abilità comunicative degli studenti sia come fruitori e sia come promotori della stessa comunicazione scientifica. Particolare risalto sarà dato agli aspetti di ricerca e produzione online delle informazioni scientifiche e in particolare alla Prof.ssa Matilde Vicentini , oltre che incaricata del coordinamento didattico del Corso, è stato affidato il tema degli strumenti comunicativi della fisica, mentre il Prof. Alberto Graziani svolgerà la parte generale della Tecnica della comunicazione e della divulgazione scientifica. www.phys.uniroma1.it 

 

I poster del periodo della Seconda Guerra Mondiale sono disponibili online nel sito dell’Istituto di Pubblicismo

Con il titolo “ La cultura della Guerra “ è stata resa disponibile, in formato digitale, una rassegna di n. 70 poster, prodotti dai vari Paesi coinvolti nel Secondo Conflitto Mondiale, con i contenuti più significativi per analizzare il clima culturale di quel periodo, ove i valori rappresentati erano generalmente orientati ad un positivo riconoscimento  della guerra come valido strumento di soluzione di controversie politiche ed economiche, nonché di questioni sociali e razziali. (I.L.)

www.istitutodipubblicismo.it/digital_data_services1.htm

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Indice

N  O  T  I  Z  I  E     E     C  O  M  M  E  N  T  I 

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Nuova  serie   -    Roma, 8 maggio 2003    -     N. 6

Stampato in proprio – Reg.Trib.Roma n.119/2002  - Via E.Q.Visconti 12, 00193 Roma – Fax 06.3226712

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Comunicato Stampa

 

L’Università di Chieti formerà i Manager della Comunicazione musicale

 

 

L’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti, www.unich.it  Facoltà di Lettere e Filosofia, ha istituito per l’anno accademico 2003 – 2004 un master  in “Manager della Comunicazione musicale” destinato a formare figure professionali specializzate nel campo della produzione editoriale e discografica, nel campo cinematografico e multimediale e nel campo organizzativo e manageriale.

Al Master si accede con qualunque tipo di laurea o con il diploma di Conservatorio in applicazione del decreto legge 25.09.02, n. 212 convertito nella legge 22.11.02 n. 268.

I corsi avranno la durata di otto mesi - da novembre 2003 a giugno 2004 - e le attività didattiche si svolgeranno presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti e Pescara.

La partecipazione al Master è riservata ad un massimo di 50 candidati ai quali verrà rilasciato il titolo di Master Universitario di I° livello e saranno attribuiti 60 CFU. Gli aspiranti corsisti dovranno presentare una domanda di ammissione con allegato un curriculum vitae nel quale l’aspirante indicherà anche le proprie aspettative formative e professionali.

La quota di partecipazione al Master è di 2.500 Euro.

Tra i numerosi docenti il prof. Gaetano Bonetta, preside della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università chietina, il prof. Giancarlo Rostirolla, titolare della cattedra di Storia della musica, il dottor Adriano Mazzoletti, uno dei massimi esperti di musica jazz, il prof. Gian Luigi Pezza dell’ Istituto di Pubblicismo, i cantanti Milva e Mimmo Locasciullo.

Informazioni più dettagliate possono essere chieste al coordinatore del Master, prof. Umberto Bultrighini (u.bultrighini@unich.it) della Facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Chieti, oppure alla segreteria del corso (master.comunicazionemusicale@unich.it).

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Indice

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Nuova  serie   -    Roma, 2 luglio 2003    -     N.7

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“Comunicazione e informazione” all’ esame di maturità 2003

 

 

Anche quest’anno per la prova scritta d’italiano i temi della comunicazione e dell’informazione hanno avuto la loro ribalta in occasione degli esami di maturità. Purtroppo anche questa volta, sul piano del metodo e sul piano dei contenuti, i detti temi sono stati proposti agli studenti in modo, quanto meno, poco coerente. Soprattutto si ha l’impressione che coloro che hanno elaborato l’ impostazione dei temi della Tipologia B,

[ il cui testo integrale si riporta qui di seguito:

TIPOLOGIA B - Redazione di un "SAGGIO BREVE" o di un "ARTICOLO DI GIORNALE"

(puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)

CONSEGNE

Sviluppa l'argomento scelto o in forma di "saggio breve" o di "articolo di giornale", utilizzando i documenti e i dati che lo corredano. Se scegli la forma del "saggio breve", interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.

Da' al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro).

Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo.

Se scegli la forma dell' "articolo di giornale", individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo 'pezzo'. Da' all'articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro). Per attualizzare l'argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo).

Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.]

 

siano dell’opinione che la complessa conoscenza delle tecniche di informazione e di comunicazione siano acquisibili dai giovani con la semplice fruizione dei media, ovvero con la semplice lettura del giornale o con l’ascolto del telegiornale.

In altre parole, come se si pretendesse da uno studente di scuola media superiore, cui sono state mostrate foto di opere di architettura, di approntare il disegno di un ponte o di un palazzo. Tutto questo in forma breve, come se la brevità fosse un elemento di metodo, che non trova riscontro nella comunicazione, ove semmai è d’obbligo la sinteticità, che è tutt’altra cosa.

Si è ritenuto tuttavia che studenti di 18 anni avrebbero potuto affrontare tale prova “giornalistica” attenendosi, come traccia di metodo, ai sopraddetti elementi distintivi tra saggio breve e articolo di giornale (che tra l’altro distintivi non sono) e attualizzando l’eventuale articolo semplicemente con il riferimento a mostre, anniversari, convegni, ecc..

Si suggerisce agli studenti di apporre un titolo agli elaborati coerente e appropriato al testo, mentre si sa come, da che mondo è mondo, nei titoli occorra assolutamente suscitare il massimo dell’ interesse del lettore, con ogni possibile espediente.

Nel caso dell’articolo, è opportuno inoltre sottolineare che, nella prassi del giornalismo, gli elementi caratterizzanti sono quelli della “novità” e della “tempestività” e non certo la scelta di un argomento rilevante, che non acquista valenza giornalistica se accoppiato ad eventi come mostre, anniversari, ecc., ma farà notizia solo se conterrà elementi di novità.

Da notare, anche, che le tracce fornite nel contesto dei temi della Tipologia B, tutto avevano, tranne che elementi di novità, ma si prestavano solo al tradizionale svolgimento di considerazioni esplicative, ricalcando così il metodo che da sempre ispira la stesura del cosiddetto “tema d’italiano”. Inoltre, il ricorso all’indicazione della tipologia del giornale, cui è destinato un testo, non è sufficiente a qualificarlo come “pezzo”,  se non è stato redatto tenendo conto del linguaggio più vicino ai lettori, cui è destinato.

In modo particolare, che dire della traccia n.2 – Ambito socio-economico – dal titolo “ E’ ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa ?”. Sicuramente siamo nell’ambito socio-culturale, ma non certo in quello “economico”. Comunque, non nuova questa domanda. Ma scaturisce da un assunto falso, basato sulla presunta dicotomia tra poesia e comunicazioni di massa, che invece appartengono a due diversi, ma non contrapposti, modi  di manifestarsi della realtà comunicativa ed espressiva dell’umanità. Uno, quello dell’informazione e della comunicazione, diretto a produrre opinioni contingenti che ineriscono al quotidiano vivere sociale, alla politica, all’economia, l’altro, afferente alla creazione artistica - che non è legato all’attualità, ma che può da essa essere ispirato – che si rifà a valori capaci di influenzare le coscienze, trascendendo ogni limite di luogo e di tempo.

In ultimo, alcune considerazioni sul tema di Tipologia D, di ordine generale, dal seguente titolo: Si dice da parte di alcuni esperti che la forza delle immagini attraverso cui viene oggi veicolata gran parte delle informazioni, rischia (sic!), a causa dell’impatto immediato e prevalentemente emozionale, tipico del messaggio visivo, di prendere il sopravvento sul contenuto concettuale del messaggio stesso e sulla riflessione critica del destinatario. Ma si dice anche, da parte opposta, che è (sic!) proprio la immagine a favorire varie forme di apprendimento, rendendone più efficaci e duraturi i risultati.

Discuti criticamente i due aspetti della questione proposta, avanzando le tue personali considerazioni.”

Per la cronaca, tra le tante ricevute nei vari siti web, si riportano tre e-mail  piuttosto significative delle prime reazioni degli studenti: ”... ma un ragazzo di 18 anni che ne sa di quelle cose ?”; ” Bella la traccia. Peccato che i 18enni per lo più non sanno di cosa si parli....”; “Traccia piena di boria. Scritta da docenti per altri docenti”.

Significativa anche la “chiosa” al suddetto tema, apparsa sul Corriere della Sera, del 19 giugno 2003, a pag.13, ove erano contenute le seguenti locuzioni: homo videns, radiazione di fondo, livello neurofisiologico, forma mentis visiva, sistema di apprendimento senso-motorio, introiezione degli schemi visivi, sistema di apprendimento simbolico, onninvadenza dell’immagine, impoverimento affettivo-creativo, assuefazione al dolore, sostituzione della realtà con la sua rappresentazione, aspetti seduttivi, immagine funzionale al potere, tecniche di persuasione, cultura del concetto e dell’idea, cultura dell’immagine e sottocultura.

Non sfugge a nessuno che tali locuzioni, utilizzate per inquadrare i contenuti da sviluppare nel tema, appartengano a linguaggi specializzati, propri dei corsi di livello universitario o superiore.

Pur tuttavia, sul quotidiano “ Eco di Biella”, sempre del 19 giugno 2003, con il titolo

 “ Maturità, il 75% si scopre giornalista .....” si apprende che a Biella ben 88 studenti su un totale di 1022 hanno optato per il tema sul ruolo comunicativo dell’immagine. Sarebbe il caso di intervistarne qualcuno! (Alberto Graziani)

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Nuova  serie   -    Roma, 3 ottobre 2003    -     N. 8

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Sondaggi d’opinione e potere

 

E’ notizia di questi giorni che in Russia, il Presidente Putin abbia disposto un ricambio dei vertici del Centro Nazionale di Studi sull’Opinione Pubblica (in gergo, siluramento) e, in particolare di Yuri Levada, reo di aver reso pubblico un sondaggio che poneva solo al 28% il favore dei russi alla guerra in Cecenia.

Il Prof.Yuri Levada non è nuovo a questo tipo di incidenti, infatti nel 1968, in occasione della repressione russa in Cecoslovacchia, l’aver detto che “Le questioni ideologiche non si risolvono con i carri armati” gli costò l’epurazione da parte di Breznev.

Detti avvenimenti sollecitano alcune considerazioni che contraddicono le affermazioni sul valore dei sondaggi di opinione, di volta in volta richiamate dalle varie espressioni del potere (politico democratico, politico totalitario, politico integralista, economico finanziario,sindacale, ecc.) come giustificativo delle proprie scelte.Normalmente il “potere” per giustificare il proprio imperium ha bisogno di una legittimazione, di cui nel corso della storia troviamo le tracce più varie: dalla forza materiale, alla religione, alla sopravvivenza, al consenso, al fanatismo. Nei sistemi cosiddetti democratici moderni, anche grazie allo sviluppo di adeguati metodi e supporti tecnologici, i sondaggi d’opinione nella seconda metà del secolo scorso, hanno raggiunto una notevole utilizzazione come strumento di legittimazione delle attività soprattutto politiche.

Il presupposto della loro forza di convincimento è l’esistenza di una “opinione pubblica”, che incarna la volontà, i sentimenti, i desideri della totalità o di una parte, comunque di un campione, di appartenenti ad una società, che una volta che sia stata fatta emergere attraverso il sondaggio, deve essere rispettata ed anzi deve ispirare le conseguenti decisioni sull’argomento. Il sondaggio è organizzato e realizzato da una istituzione, un partito, un ente economico, un sindacato e da questi finanziato e può essere diretto o a legittimare le decisioni del promotore o a giustificare le azioni di contrasto a fronte di scelte non condivise e attuate da altri.

Come si vede, il sondaggio d’opinione ha obbiettivi ben precisi e finalizzati.

A tutto questo si aggiunga che lo Stato, qualunque sia la sua configurazione, ha sempre avvertito la necessità, oggi si direbbe di monitorare, comunque di controllare l’andamento delle opinioni, in quanto vitali alla sua stessa sopravvivenza e a questo scopo sono state create strutture “specializzate” come quella russa sopracitata. Ma un conto è raccogliere, ordinare e classificare opinioni, tendenze, mode e un altro è rendere pubblici i risultati di tali indagini, che potrebbero direttamente o indirettamente non collimare con gli indirizzi assunti dai promotori. Inoltre, il valore aggiunto del pubblicare, del rendere noto, configura una possibilità di danno concreta nei confronti di una idea o di un comportamento, che altrimenti avrebbero potuto essere considerati come una mera potenzialità o di scarsissima rilevanza, perché circoscritti nello spazio e nel tempo.

Negli anni settanta, nell’ambito dello Stato italiano, il monitoraggio delle opinioni ad esso riferibili, era affidato a strumenti, allora validi ora obsoleti, come le “rassegne stampa”, e in una di queste - specializzata nell’analisi della stampa estera - si diede conto di una,  diciamo piccola gaffe, avvenuta in Germania e ripresa in dieci righe all’interno di un quotidiano tedesco, relativa alla visita di un sottosegretario italiano. Poiché questa rassegna era diffusa nei “palazzi del potere”, immediata fu la reazione dell’interessato, che si dolse del fatto che un episodio che sarebbe passato del tutto inosservato, o meglio sotto silenzio, fosse stato invece rilanciato in Italia e nell’ambito dei vertici politici. Risultato: fu soppressa la rassegna della stampa estera. Il caso italiano, come quello russo, ma ce ne sono innumerevoli altri, riaffermano, come se ce ne fosse ancora bisogno, il legame strumentale dei mezzi di comunicazione alle varie espressioni del potere, che ne sono i soggetti promotori e finanziatori. Ed i contenuti, le notizie, vuoi i risultati di un sondaggio o le dieci righe di un quotidiano tedesco, non costituiscono una realtà, una verità,non hanno vita propria, ma possono essere utilizzate solo se il promotore, il responsabile dell’informazione troverà conveniente pubblicizzarle nei modi e nei tempi che lui deciderà,o oscurarle del tutto, in virtù delle finalità da perseguire con il pubblico di destinazione. Arroganza del potere, si potrebbe dire dal punto di vista della libera espressione del pensiero; difesa del potere da quello della dinamica politica.

Ma si tratta di un principio basilare dei processi di informazione e di comunicazione, nei quali non è ipotizzabile che altri se non lo stesso promotore dell’informazione (Stato, partito politico, sindacato, editore,ecc.) possa decidere quale notizia e come, stampare, trasmettere o divulgare con qualsivoglia strumento. E nel caso del Prof. Yuri Levada, pur avendo realizzato il sondaggio, non doveva essere lui il promotore della divulgazione delle eventuali informazioni sul consenso alla guerra in Cecenia.(A. Graziani)

 

  Jessica Linch: dalle news al mito

Scheda per l’analisi della “strategia del consenso”

E’ vero che:

-          Jessica Linch  era un soldato americano, ora in congedo;

-          secondo i medici non ricorda quanto le è accaduto in Iraq;

-          è stata vittima di un incidente, durante una imboscata, che le è costato     contusioni e fratture;

-          è stata ricoverata per otto giorni in un ospedale iracheno;

-           ha ricevuto tre decorazioni al valor militare;

-          500 mila copie, sono le previsioni di vendita della prima edizione della sua biografia.

Non è vero che:

-           abbia riportato ferite di mitraglia e coltello;

-           aprì il fuoco, poichè la sua arma risultò inceppata;

-           sia stata liberata da un commando con un’azione ad alto rischio, ma bensì da una “operazione militare/mediatica”.

 

Obiettivi del Promotore (Amministrazione Bush, Pentagono, ecc.)

-          creare un eroe di guerra, nel caso una eroina, una figura mitica, in cui la gente possa identificarsi e accreditare conseguentemente una opinione di alto consenso alle forze armate alleate (cui appartiene) e all’amministrazione in generale.

Contenuti

-          Jessica Linch ha combattuto fieramente, è stata più volte ferita, è stata fatta prigioniera e poi salvata, a rischio della loro vita (presente una telecamera a visione notturna), da uomini fedeli al credo di non abbandonare mai un compagno caduto.

Strumenti

-        riprese militari dal vivo;

-          testimonianze e interviste;

-          mobilitazione dei mezzi di comunicazione, giornalisti, editori, scrittori;

-          decorazioni al valor militare.

Recettori

-          tutti i mezzi di comunicazione USA e internazionali e, a cascata, tutto il pubblico raggiunto da tali mezzi.

Ricaduta per Jessica Linch:

-          feste, cerimonie, onorificenze;

-          un posto di eroina nell’immaginario collettivo statunitense;

-          notevoli guadagni editoriali;

-          future attività cinematografiche e televisive.

Ricaduta per il promotore

-          polarizzazione della emotività del pubblico sui valori eroici e morali della vicenda di Jessica Linch e conseguente sviluppo della predisposizione al consenso verso la presenza americana in Iraq e il ruolo degli USA nel mondo;

-          consenso alla partecipazione femminile nelle operazioni militari dell’esercito USA e crescita complessiva della stima e del prestigio delle forze armate USA;

-          stessi atteggiamenti di positivo consenso anche da parte degli organi d’informazione e del pubblico internazionale;

-          messa in difficoltà delle fazioni opposte, le cui eventuali analisi critiche rischiano di scadere sul piano del disconoscimento dei valori storici del popolo americano.(A.G.)

 

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N  O  T  I  Z  I  E     E     C  O  M  M  E  N  T  I

B o l l e t t i n o  d e l l ’  I s t i t u t o   d i   P u b b l i c i s m o

Nuova  serie   -    Roma, 18 febbraio 2004    -     N. 9

Stampato in proprio – Reg.Trib.Roma n.119/2002  - Via E.Q.Visconti 12, 00193 Roma – Fax 06.3226712

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Direttore Responsabile: Guido Scialpi          Direttore Editoriale: Alberto Graziani

Redazione: Giorgio Salvioni, Alessia Bonanni, Iacopo Landrini

 

 

    Italia e Corea del Nord: un confronto su media e potere.

 

Italia – Corea del Nord, richiama per taluni appassionati l’avvenimento sportivo di trascorsi mondiali di calcio, ma in questa sede vuol essere lo spunto per un confronto ideale che parte dalla recente pubblicazione del libro del giornalista Geri Morellini – Dossier Corea, Benvenuti nell’incubo (Cooper Castelvecchi, Roma 2003), che descrivendo l’attuale realtà coreana, induce a riflettere sui rapporti tra media e potere, in situazioni sociali, politiche ed economiche assolutamente diverse e contrapposte.

Da un lato l’Italia, tra i primi dieci paesi dell’emisfero occidentale, con una affermata democrazia, inserita nell’area europea, ricca di un benessere economico alto e diffuso, un eldorado per le aree depresse del Mediterraneo.

Dall’altro la Corea del Nord, realtà economicamente inesistente, con una consolidata dittatura personale alimentata dal culto della personalità, bisognosa degli aiuti umanitari internazionali, chiusa ad ogni contatto con i paesi cosiddetti democratici.

Due mondi lontanissimi, che non condividono alcunché di storico, tranne che nel confrontarsi su fenomeni di impoverimento e di annullamento dello spirito critico dell’individuo, della adesione massiva del consenso al potere, che pur essendo espressione di sistemi opposti, democrazia contro regime totalitario, mira agli stessi risultati con metodi diametralmente diversi.

Il confronto scaturisce da uno degli elementi di base del convivere sociale: la libertà di espressione del pensiero, da cui discendono poi le libertà di ogni tipo di informazione e le possibilità di accrescimento culturale di una società, a sua volta presupposto di ogni ulteriore sviluppo politico ed economico. La storia dei diritti dell’uomo ci insegna che il percorso evolutivo della libertà di espressione del pensiero non è ancora concluso, perché fortemente legato alla incidenza di altri fattori, che vanno dalla sfera religiosa, a quella socio-economica, a quella filosofico-culturale, confluendo tutte, in definitiva, nella  sfera politica.

In Italia, la libertà di espressione del pensiero è sancita nella Carta costituzionale del 1948; ma quali sono state e sono le effettive possibilità di esercizio di tale libertà. Negli anni ’60 e ’70, pur se con alterne vicende, si è vissuta una situazione di stallo nei settori della carta stampata e degli altri media, radio e televisione, che grosso modo assicurava la previsione costituzionale di un pluralismo nell’accesso all’informazione e soprattutto una distribuzione delle risorse finanziarie.

Negli anni susseguenti è iniziata una trasformazione sostanziale che ha travolto i vecchi metodi della polarizzazione del consenso, ridisegnando la mappa dei valori di risonanza dei vari media, ed assegnando alla televisione un primato incontrastato, sulla scia di quanto stava avvenendo in tutte le parti del mondo.

La saldatura tra potere politico, potere economico e strumento televisivo ha preso via via sempre più consistenza, relegando gli altri strumenti in fasce di supporto e, quindi, di minore rilevanza per il rastrellamento delle risorse finanziarie, ampiamente offerte invece dalla pubblicità commerciale o dalle sponsorizzazioni di programmi sul mezzo televisivo. D’altro canto la televisione con le sue potenzialità di intrattenimento e di spettacolo ben si presta ad un monopolio delle politiche di polarizzazione del consenso nella direzione voluta dal potere, una volta che  questo ne avesse un controllo prevalente.

“… si controlla il consenso controllando i mezzi d’informazione più persuasivi.”

(Umberto Eco – Le regole del potere nel regime mediatico – La Repubblica, 9 gennaio 2004, pag.17)

Così il potere, nell’ambito dei regimi democratici, invece di cercare di controbattere le voci discordanti e le resistenze ideologiche,  o di eliminarle come avveniva rozzamente nei passati regimi totalitari, potendosi servire dello strumento televisivo, ha avuto la possibilità di vanificarle e annullarle, sovrapponendovi un fiume di informazioni/opinioni, che rotti gli argini,  ricolma ogni spazio, facendo perdere le tracce delle originali sponde e di ogni altro corso d’acqua e rendendo il paesaggio delle idee piatto e uniforme. Questo dilagare di informazioni che scorrono prevalentemente verso una unica direzione, determinano di fatto una polarizzazione delle opinioni favorevole al potere che indirettamente le controlla e gestisce, senza peraltro dover ricorrere alla soppressione formale del diritto di libera espressione del pensiero.

Il consenso manipolato dal grande mezzo televisivo, le idee compattate dal ridondante “pieno” di una orchestra allineata, riducono a mesti brusii le voci in disaccordo, e sommando tale consenso alla convergenza degli interessi economici del mercato  ed agli obiettivi del potere politico si determina un vero e proprio sistema inestricabile di controllo, ovvero un regime, che può essere definito “mediatico”, o anche “televisivo”, se si tiene conto del suo principale strumento di affermazione, il medium televisivo.                   

“ Nel nostro tempo, se dittatura ha da esserci, deve essere dittatura mediatica e non politica.

È quasi cinquant’anni che si scriveva che nel mondo contemporaneo per fare un colpo di stato non era più necessario allineare carri armati, ma bastava occupare le stazioni radiotelevisive.” (Umberto Eco – cfr. articolo citato)                          

Fuori dal coro non rimane che un balbettio, uno sterile zapping, poiché i grandi numeri dell’audiance, dello share, del prime time delle potenti reti televisive fanno confluire le più significative risorse economiche nei loro bilanci, eliminando di fatto la concorrenza di chi non vi partecipa.La libertà di stampa, il pluralismo dell’informazione, sanciti dai principi costituzionali, naufragano sulle secche delle difficoltà economiche, sulla impossibilità di trovare finanziamenti idonei per contrapporre, in maniera paritaria, rete televisiva a rete televisiva, quotidiano a quotidiano.

In tutto questo, il pubblico è catturato dalla informazione divenuta spettacolo, crede di essere parte attiva di tale spettacolo, cerca la propria identità nell’opinione dominante e delega al sistema mediatico le scelte del proprio consenso, contribuendo, così facendo, al consolidamento dello stesso sistema di potere.

Al contrario, sul piano individuale, si determina  una tendenza inversa e proporzionale, se riferita al decadimento dello spirito critico, alla confusione dei valori di appartenenza, al silenzio delle coscienze. D’altro canto nella storia, “poteri forti” e “libertà” sono sempre stati termini antitetici.

Tutta un’altra situazione nella Corea del Nord, ove esiste una sola tv, un solo tg, un solo quotidiano, e le notizie sono sempre le stesse e riguardano tutte il dittatore Kim Il Sung, che ha ereditato dal padre Kim Il Jong il pieno potere sul Paese.La Corea del Nord è il paese più isolato del mondo, dove la gente vive sigillata in una realtà allucinante, senza alcun contatto o informazione dal resto del pianeta. La maggior parte dei libri disponibili sono stati scritti da Kim Il Sung, che ha un catalogo di ben mille e cento opere, che vanno dall’ideologia alla storia, ai manuali di tecnica agricola, idraulica, meccanica. La capitale Pyongyang si presenta come un gigantesco palcoscenico, con l’architettura tipica di un regime dittatoriale: costruzioni megalomani, strade larghissime, piazze immense, edifici e monumenti di marmo. Ad ogni incrocio, vigilesse sostituiscono i semafori e dirigono un traffico che non c’è.

La scuola è l’orgoglio della Corea del Nord; l’analfabetismo non esiste. Partendo dalla scuola, l’essere riusciti a far credere a tutti I coreani del nord, per più di cinquanta anni, che stessero vivendo in un paradiso in terra è il frutto di un controllo e di una violenza totale sui cittadini, ma è anche una operazione di comunicazione, di propaganda ideologica, che ha calcolato ogni aspetto, anche i più subdoli, delle tecniche di persuasione, pur se attraverso sistemi tradizionali e con un limitato sviluppo del mezzo televisivo. Non esiste inoltre alcun tipo di pubblicità commerciale, né in televisione, né sui giornali, né per strada; tutto è indirizzato dentro una unica promozione, verso un unico prodotto, il Regime stesso.

L’equivalenza potere e consenso trova nella Corea del Nord la sua massima espressione e nulla sembra poter intaccare dall’interno la solidità del potere oligarchico che fa capo a Kim Il Sung, non esistendo alcuna voce, alcuna opinione che possa contraddire l’artificiosa verità imposta ai coreani del nord, la cui individualità di cittadini è stata completamente annullata, sia nei sentimenti personali e sia nella possibilità di scelte culturali alternative.

Ma nonostante tutto, consapevolmente o no, gli abitanti di una città come Pyongyang sono autenticamente felici e orgogliosi di appartenere al mondo che li circonda. Felici e orgogliosi, come lo sono gli occidentali nelle loro città, mentre fanno acquisti nei supermarket  o si divertono davanti alla televisione. Come lo sono gli italiani, grandi consumatori di telefonini, di programmi televisivi e di pubblicità commerciale. (Alberto Graziani)

 

 

 

SCHEDE

 

Il braccio di ferro tra Tony Blair e Auntie Bbc

 

“Auntie Bbc “– “Zia Bbc” come viene affettuosamente chiamata la British Broadcasting Corporation

Nel 1922, prime trasmissioni radio; nel 1936, primi programmi sperimentali TV.

La stazione radio-televisiva pubblica della Gran Bretagna, senza pubblicità commerciale, finanziata con il canone, trasmette notizie in 43 lingue, ha due canali TV nazionali, 5 radio e 30 canali tematici, con un fatturato annuo di 5 miliardi di euro. È considerata una delle più affidabili fonti d’informazione non solo in Gran Bretagna, ma anche del mondo.

 

Gli accadimenti

Il governo Blair in un dossier del settembre 2002 sostiene, tra l’altro, che l’Iraq avrebbe potuto rendere operative le sue armi di sterminio nel giro di 45 minuti. Il 29 maggio 2003, il giornalista della Bbc, Andrew Gilligan alla radio rivela che il riferimento ai 45 minuti è stato inserito dal governo, per ottenere maggior consenso sull’intervento militare al fianco degli Stati Uniti. Dopo essere stato interrogato dalle autorità, il 17 luglio 2003, David Kelly, consulente del Ministero della Difesa, indicato come fonte di Gilligan, viene trovato morto. Tony Blair affida a Lord Hutton le indagini sui “perché” della morte di Kelly e sull’attendibilità del servizio della Bbc. Il 28 gennaio 2004, Lord Hutton sentenzia che non c’è stata strategia disonorevole, clandestina o falsa del governo, che le accuse di Gilligan erano infondate, che il Dottor Kelly si è suicidato, nella consapevolezza di aver violato il codice dei funzionari statali e che la Bbc non ha esercitato gli opportuni controlli sulla veridicità delle notizie diffuse.

 

Giornalismo investigativo: il mito dei grandi scoop

Sono nel mito, Carl Bernstein e Bob Woodward, i cronisti del Waschington Post che, pubblicando gli intrighi della Casa Bianca nello scandalo Watergate, costrinsero nel 1974  il Presidente Nixon alle dimissioni.

Al contrario, lo scoop di Gilligan ha scosso gravemente la credibilità della Bbc. Rischia di passare anche lui alla storia.

 

Gavyn Davies – Presidente della Bbc

54 anni, laburista di ferro, vicinissimo a Tony Blair, a seguito del pronunciamento di Lord Hutton, si è dimesso dall’ incarico di presidente della Bbc ed è considerato, oggi, a Dowing Street più o meno come un traditore. La moglie, Sue Nye, è nella segreteria politica di Gordon Brown, Cancelliere dello Scacchiere, principale rivale di Blair all’interno del partito laburista. Per molti, Davies è il bersaglio più grosso. La sua strategia di essere il più possibile diversi e meno patriottici delle americane Cnn e Fox, non è stata apprezzata dal “potere”.

 

Greg Dyke – Direttore Generale della Bbc

Ha letto un comunicato in TV:” La Bbc accetta che certe accuse chiave riferite da Andrew Gilligan nel programma Today, andato in onda il 29 maggio scorso, erano sbagliate. Ci scusiamo per questo”. A detta dell’ex capo della comunicazione di Blair, Alastair Campbell, Greg Dyke seguirà il destino dell’imperdonabile Davies.

 

Andrew Gilligan – reporter della Bbc

Ha fatto tremare il governo Blair, ha stravolto la vita del Dott. David Kelly, ha distrutto i vertici della Bbc.

Il suo programma Today era seguitissimo fino a quel mattino del 29 maggio, ore 6:00, in cui si collegò per dire

“ transformed to make sexier”, alludendo ai ritocchi apportati dal Governo al rapporto sulle armi di Saddam.

A 35 anni, la sua carriera sembra irrimediabilmente stroncata.

 

Dott. David Kelly – il “morto”

Considerato la talpa, la fonte delle rivelazioni maliziose raccolte dalla Bbc, esperto di armi di sterminio, ispettore ONU in Iraq, consulente del ministero della difesa, non è stato ucciso ma, secondo Lord Hutton, si è sicuramente suicidato. “L’attenzione morbosa dei media gli ha spezzato il cuore” dichiara la moglie Janice Kelly, oltremodo ferita dalle illazioni dei tabloid sulla scoperta dei rapporti del marito, con Mai Pederson, ufficiale americana, che David aveva conosciuto in Iraq.

 

Il rapporto Hutton – Assoluzione di Blair, censura per la Bbc

Spiattellato per intero (328 pagine), con 12 ore di anticipo sulla presentazione in Parlamento, in esclusiva mondiale dal popolare tabloid londinese Sun, sembra sia costato per l’anteprima, secondo la stampa concorrente, ben 30 mila sterline. A questo proposito, la polizia ha aperto una specifica inchiesta.

 

Lord Hutton

Fama di giudice inflessibile, attualmente in pensione.

 

L’Unione Nazionale dei giornalisti inglesi

Lamenta il tentativo di intimidire chiunque faccia del giornalismo investigativo, nonché denuncia la crescita dei  controlli delle autorità di governo su quanto sarà pubblicato o trasmesso.

 

Tony Blair

Secondo Lord Hutton, Tony Blair non c’entra nulla con il rapporto che enfatizzava la necessità della guerra.

 

La notizia

Alla fine resta la percezione della notizia data dalla Bbc, che, in sostanza, non era vero che Saddam avesse a disposizione armi chimiche tanto pericolose. (A.G.)

   

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Nuova  serie   -    Roma, 18 ottobre 2004 - N. 10

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LA LINGUA ITALIANA NEL MONDO      

di Elisabetta Bernardini

La Settimana della Lingua Italiana è giunta alla sua IV edizione. Un successo sempre crescente accompagna questa importante manifestazione culturale che dal 18 al 23 ottobre porterà nuovamente l’Italia, la sua cultura e la sua lingua all’attenzione dei vari Paesi del mondo che la ospitano.

Organizzato dal Ministero Affari Esteri in collaborazione con l’Accademia della Crusca e con la partecipazione di vari enti pubblici e privati (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dei Beni e Attività Culturali, Ministero dell’Istruzione, RAI, Società Dante Alighieri, Fondazione del Corriere della Sera, Unione latina  e Accademia degli Incamminati) questo importante appuntamento,  che ha ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, intende proseguire nel tempo, allargando sempre più i propri orizzonti. Infatti, dai 320 eventi del 2001, si è giunti a ben 960 eventi nell’anno in corso con iniziative sempre più di richiamo per il vasto pubblico di appassionati di ogni parte del globo determinati a studiare e approfondire la conoscenza della nostra cultura e della nostra lingua.

La Settimana della Lingua Italiana sta diventando ormai una tradizione utile anche per promuovere il “sistema Italia” che si avvantaggia con una diversa percezione che l’importanza del nostro idioma ha acquisito.Dal mediterraneo all’Estremo Oriente un incremento di richieste dello studio della lingua italiana sta favorendone la divulgazione non solo tra coloro che hanno origini  nel nostro Paese  ma anche tra persone straniere e per le più svariate esigenze professionali. La nostra lingua rappresenta un valore per il futuro politico, economico e culturale dell’Italia che nella competizione globale deve affiancare nazioni emergenti quali Cina, India, Corea…che chiedono la lingua italiana. Perciò sfruttare al massimo i suoi strumenti di diffusione si rivela assolutamente utile. 

Ad attivarsi per la promozione degli eventi legati alla ormai nota Settimana  ci sono come sempre gli importantissimi Istituti Italiani di Cultura insieme alle Rappresentanze diplomatico-consolari  con la partecipazione delle cattedre di italianistica presso le università straniere, i comitati della Società Dante Alighieri e le Associazioni di connazionali.

Inoltre la Svizzera, Paese in cui l’italiano costituisce una delle lingue nazionali, ha offerto la sua preziosa collaborazione per promuovere iniziative all’estero e non solo, infatti la celebre mostra sulla  lingua italiana già ospitata a Firenze arriverà presto a Zurigo grazie proprio all’interessamento e alla sensibilità da parte della nazione Elvetica verso una cultura che è sua stessa parte integrante.

Tema centrale dell’odierna edizione della “Settimana“ sarà la Poesia Italiana dedicato al  settimo centenario della nascita di uno dei nostri massimi poeti Francesco Petrarca. Filo conduttore dell’intera  manifestazione, la poesia in tutte le sue forme ed espressioni verrà accompagnata da temi artistici ad essa collegati quali “L’italiano in musica” e “La lingua del teatro”.

Nella giornata del 20 ottobre  una video conferenza collegherà Roma con  le sedi degli Istituti Italiani di Cultura di  Nuova Delhi, Istanbul, Toronto e Berlino per meglio conoscere le attività culturali  italiane che occupano tali sedi.

E’ stato inoltre riproposto il concorso  “Scrivi con me” , una brillante idea che coinvolge nella stesura finale di un racconto gli studenti delle scuole medie superiori italiane e bilingui all’estero: per l’occasione il  racconto La Fuga a Verona è stato realizzato dallo scrittore Carlo Sgorlon; nelle edizioni precedenti hanno partecipato Giuseppe Bonaviri, Dacia Maraini e Alberto Bevilacqua.

Altri momenti particolarmente significativi nel corso della manifestazione saranno il Progetto di Viaggio in Italia dedicato agli studenti dei Dipartimenti di Italiano presso le Università straniere, La Giornata del Lettore di Italiano che intende valorizzare l’insegnamento della lingua a livello universitario e infine il  concorso voluto dal Ministero dell’Istruzione e rivolto alle scuole secondarie di secondo grado in Italia  per cui le classi di ciascuna scuola lavoreranno su tre tracce a scelta : La Lirica d’Amore Italiana da Petrarca ai nostri giorni; Rileggere Dante; La Lirica Contemporanea.

Ad avvalorare il tutto è l’intensa collaborazione di alcune nostre importanti istituzioni: la Fondazione Corriere della Sera con l’iniziativa editoriale La Grande Poesia; L’Accademia della Crusca che ha pubblicato il testo del discorso del poeta  Mario Luzi in occasione della sua nomina a membro della storica Accademia, discorso incluso anche nel video  “Di che lingua parlano i poeti” realizzato da RAI International che ha proposto pure un programma televisivo in quattro puntate dal titolo “Le voci dell’italiano” , un viaggio nell’italiano parlato lungo cento anni di storia, dal 1902 al 2002  e che raccoglie il meglio dell’intellighenzia italiana.Continuando con il tema della poesia che da sempre accompagna la nostra cultura RAI Educational ha realizzato un programma in 40 puntate curato dal professor Guido Davico Bonino intitolato “Il tesoro della poesia italiana dalle origini al ‘900”.

L’Unione Latina, disponibile a premiare i vincitori del concorso Progetto di viaggio in Italia con  minibiblioteche, ha fatto coincidere la fase finale del concorso Americalatinissima con la  Settimana della lingua; Raiuno e Roberto Benigni  hanno messo a disposizione la copia in DVD della lettura del XXXIII canto del Paradio, L’ultimo del paradiso dantesco e per concludere, la Società Dante Alighieri, leader indiscussa  nella diffusione della lingua italiana nel mondo, ha realizzato una videocassetta che raccoglie le riflessioni del celebre attore italiano Vittorio Gassman sul proprio incontro con l’opera del sommo poeta  intitolata “Gassman legge Dante: “ L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

 “La lingua italiana non è soltanto vincolante per imparare l’arte italiana della musica, del canto, della poesia, ma è una lingua che caratterizza chi la conosce come una persona colta…” così si è espresso l’ambasciatore Umberto Vattani , segretario generale del MAE, nel presentare i sei giorni di ottobre dedicati  a celebrare una lingua emblema di cultura e con il pregio di riuscire ad evocare insieme passato e presente.

Alla presenza del sottosegretario agli esteri on. Mario Baccini, dell’ambasciatrice Anna Blefari Melazzi, dell’Ambasciatore Bruno Bottai presidente della società Dante Alighieri, del presidente dell’Accademia della Crusca professor Francesco Sabatini ed altri autorevoli  esponenti  e promotori della cultura italiana. è stata sottolineata l’importanza che riveste la cultura nelle relazioni tra i popoli, per questo anche il nostro ministro degli esteri Franco Frattini  al recente vertice italo-tedesco, ha aperto l’incontro tra i due Paesi ponendo con dignità all’attenzione degli ospiti, il cancelliere Schroeder e il ministro degli esteri Fischer, il valore che puo’assumere in una terra importante per gli Italiani come è la Germania una maggiore presenza della lingua e del sapere del nostro popolo.

Seminari di aggiornamento sulla comunicazione

          Il 25 ottobre p.v., inizierà il ciclo di Seminari organizzati dall' ISTITUTO DI PUBBLICISMO per l'Anno Accademico 2004-05. Saranno approfonditi i temi della formazione, dei rapporti tra media e potere, dei linguaggi specialistici e delle nuove tecniche di informazione online. I Seminari si svolgeranno presso la sede dell'Istituto e si concluderanno entro il 31 gennaio 2005.   

 

 

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Nuova  serie   -    Roma, 9 dicembre 2004, N. 11

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UN OSSERVATORIO TRA DUE SPONDE

di Elisabetta Bernardini

 

Si è svolta dal 2 al 4 dicembre 2004, a Roma presso la Farnesina , sede del Ministero degli Affari Esteri, l’edizione 2004 della manifestazione politico-culturale sul dialogo euromediterraneo, intitolata “Sponde”. Articolato in tre giornate e presieduto da numerose personalità italiane e straniere, tra cui il Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, il Vice Presidente della Commissione Europea, Franco Frattini e il Segretario del M.A.E., Umberto Vattani, questo importante e significativo appuntamento, caratterizzato anche da eventi musicali, artistici e gastronomici, non è stato soltanto un’occasione di incontro tra le diverse “voci” del Mare Nostrum, ma anche un momento di profonda riflessione sui temi politici, economici e socio-culturali  che sono al centro delle preoccupazioni euromedi-terranee. Ideale meta di ritrovo e di scambio delle preziose culture mediterranee, l’evento Sponde, promosso anche per la seconda edizione dall’Osservatorio del Mediterraneo, ha voluto nuovamente favorire e rafforzare il senso dell’euromediterraneità, ribadendo l’importanza del dialogo tra le diverse culture come unico strumento possibile e necessario per avvicinare i popoli. Percorrere la strada del dialogo significa comprendere il destino mediterraneo della convivenza, riflettere sul tema delle responsabilità umane, e concepire la necessità di una nuova e più consistente operatività in grado di diffondere pace, equilibrio e democrazia.

Durante le tre giornate sono stati affrontati  diversi argomenti relativi alla storia e ai valori comuni al Mediterraneo e sono stati presentati i vari  piani  di cooperazione necessari al suo rafforzamento anche sotto il profilo economico.

Il contributo italiano alla rivalutazione dei  beni archeologici egiziani e l’apporto dell’Italia alla ricostruzione dell’Iraq rientrano in un programma ben preciso di cooperazione e preservazione del patrimonio culturale del Mediterraneo che comprende pure altri Paesi della riva meridionale dell’area : Ebla in Siria, Cirene in Libia e Thamusida in Marocco.,

così Sponde ha offerto un’occasione in più per l’allestimento, alla Farnesina, di due interessanti mostre: “Cento Anni in Egitto-Percorsi dell’Archeologia Italiana, Nuove Scoperte” e  “Attività Archeologiche Italiane in Iraq”.

Anche l’arte è un prezioso mezzo di comunicazione che favorisce il processo di dialogo tra i popoli e l’intensa collaborazione mediatica che sta crescendo nel Mediterraneo rivela quanto sia indispensabile il ruolo dei media al movimento della cultura .

Infine è stata dedicata particolare attenzione al tema della coesistenza nel Mediterraneo e, considerando ogni aspetto storico, politico e religioso che lo distinguono, sono state affrontate le delicate questioni della Terra Santa.

Il dialogo interculturale e interreligioso sono necessari non solo a rendere possibile una  convivenza  per  tutti,  ma anche ad attuare una risoluzione pacifica delle storiche controversie israelo – palestinesi ancora accese nell’area …

Da sempre centro culturale del mondo e culla di antiche civiltà, nondimeno luogo di scontri e lotte di cui risentono ancora oggi alcuni equilibri geostrategici internazionali, il Mediterraneo difficilmente lascia percepire un’immagine chiara e realistica di se, alimentando in questo modo fantasie che ne dipingono un quadro poco rassicurante.

Eppure è in questo ibrido di popoli , di lingue e di idee che  si sono sviluppate nei millenni grandi civiltà e sono fiorite preziose culture quelle che ancora oggi caratterizzano l’intera area come un modello di coesistenza.

L’unicità del Mediterraneo consiste proprio nella molteplicità delle sue culture e conoscere questa realtà significa  conoscere il Mediterraneo e la sua storia.  La verità che su queste acque le guerre fra civiltà non  si siano mai combattute apre un canale al dialogo interculturale, il solo capace di favorire quella  situazione mentale,  quel modo di vivere,

quel particolare modo di agire in sinergia con le diverse culture chiamato “convivenza”; l’interculturalità è di fatto un discorso antico e moderno al tempo stesso, aprirsi al dialogo è una necessità, poter credere negli altri è fondamentale, conoscere, studiare ed esaltare l’esperienza storica comune è di vitale importanza. Realizzare questi concetti vuol dire realizzare la “Euromediterraneità”,  una accezione  vastissima  capace di raggiungere anche quelle terre che non sono mai lambite dalle acque del Nostro Mare, come l’ Iraq o la  Giordania , un’accezione capace di aprire finalmente anche le frontiere simboliche dell’arte e della spiritualità rivelando identità simili.

Il Mediterraneo delle diverse civiltà e religioni deve rappresentare oggi più che mai un mare di scambi culturali perché è lungo queste acque ricche di  una natura inconfondibile che navigano da tempi immemorabili genti diverse e diversi saperi, perché il Mediterraneo non è  soltanto un “mare tra le terre”, e la sua grandezza consiste proprio nel confluire tra le sue sponde valori comuni e differenti  culture capaci di vivere in armonia tra loro.

 

L’OSSERVATORIO DEL MEDITERRANEO

(Conferenza “Sponde”  2004 - Dall’intervento del vicepresidente della Commissione UE e presidente dell’Osservatorio del Mediterraneo, Franco Frattini )

 

Fondato per favorire gli scambi interculturali e contribuire in modo significativo all’incontro e alla pacifica convivenza tra i popoli,  “L’Osservatorio del Mediterraneo” è il frutto di una innata vocazione Mediterranea dell’Italia  ed è in questa vocazione fortemente accentuato il senso della cultura, la sua importanza, e la riaffermazione del suo valore etico e politico,

è quindi fondamentale lavorare affinché questa diventi un vivo strumento di dialogo  per  tutti essendo la sola capace  di esprimersi sotto forme diverse e di creare unione tra i popoli.

Comunicare cultura è basilare  perché significa trasmettere non solo nozioni ma anche valori, significa  rivelare la natura, l’essenza stessa di un popolo, perciò far muovere e promuovere la cultura, in sinergia con i due capisaldi dell’umanità che sono la sicurezza e la libertà, è un processo che l’Europa  non solo può e deve incoraggiare, ma anche difendere.

Sebbene dal “partenariato di Barcellona” in poi non si sia mai raggiunta quella concretezza necessaria al rafforzamento della convivenza nell’area del Mediterraneo, proprio perché sono venute a mancare le forze necessarie per attuarla, oggi si sta profilando in ambito europeo una nuova strategia Europea Mediterranea basata su tre linee guida: Economia, Cultura e Politica del fenomeno migratorio.

Sviluppare l’economia significa favorire  una crescita dei mercati ed è per agevolare questo processo che sarà istituita una Banca Mediterranea in quanto uno strumento finanziario forte e ben gestito è l’unico in grado di sostenere una crescita economica.

La cultura può condurre ad un dialogo costruttivo, aperto a tutti, dall’élite alla società civile, può stimolare gli scambi e diffondere le idee.

La politica del fenomeno migratorio ci può rivelare che la migrazione non è qualcosa da cui doversi difendere semmai qualcosa che bisogna saper gestire.  La forza lavoro prodotta dalle masse migratorie non deve certo essere subita ma deve rientrare in un programma, in un piano ben gestito. Per meglio far conoscere e spiegare questa particolare situazione sociale sarà pubblicato un Libro Verde sulle immigrazioni che favorirà non solo un dibattito pubblico europeo ma anche il coinvolgimento degli stessi cittadini europei. Un libro che porrà al suo interno una serie di domande quadro alle quali dare una risposta, e una serie di tematiche relative alla questione migratoria: Come governare il processo migratorio e favorire la strategia europea per governare la migrazione, conoscere le radici della violenza per estirparle e lavorare con tutti coloro, musulmani o non, che condividano gli stessi valori.

Ancora una volta vediamo prevalere l’importanza del principio di dialogo culturale e religioso. Dialogare perché non si può imporre ad alcuno un modello precostituito, ma si possono affermare i valori di libertà..

Quindi no al relativismo culturale, si a quei valori assoluti  sui quali fondare un grande patto entro il quale accrescere i propri principi, senza lasciar prevalere chi parla di scontro fra civiltà.

 

 

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B o l l e t t i n o  d e l l ’  I s t i t u t o   d i   P u b b l i c i s m o

Nuova  serie   -    Roma, 28 dicembre  2004 - N. 12

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Direttore Responsabile: Guido Scialpi          Direttore Editoriale: Alberto Graziani

Redazione: Giorgio Salvioni, Alessia Bonanni, Iacopo Landrini

 

 

MMS E VIDEOTELEFONINI ALLA RINCORSA DEI “ GRANDI”

 

Sms e Mms sono sigle che fanno parte ormai del linguaggio e dell'espressione dei più giovani. Gli spot natalizi del 2004 però sembrano puntare, attraverso l'offerta di telefonini multimediali e videotelefonini, ad allargare il target e l'universo dei possibili acquirenti anche ai più "grandi" di età.

“Apocalittici o integrati” che siano i commenti, il successo degli sms è ormai certo e così, per queste festività, le campagne pubblicitarie puntano verso gli mms, i messaggi multimediali che permettono l'invio di immagini e suoni, filmati e musica.

Quello degli mms potrebbe essere l'inizio di un ampliamento del mercato verso i meno giovani che traducono a fatica la lingua sintetica degli messaggi via cellulare, che rifiutano lo sforzo di una partecipazione cognitiva troppo alta richiesta dagli sms ( mezzo che invece, sintetico, veloce e emozionale più si addice alle caratteristiche degli adolescenti) e che attraverso un mezzo più "caldo", per dirla con Mac Luhan, potrebbero trovare una nuova forma espressiva anche per vecchi prodotti dell'industria culturale.

Se infatti gli spot di questi giorni propongono i videofonini come regalo di natale alla vecchia zia e al papà, e gli spot della videotelefonia fissa insistono sulla forza emotiva di un mezzo che riunisce le famiglie, la Lancio, famosa casa editrice che imperava tra gli anni 60 e 70 con la produzione di fotoromanzi, vede negli mms una possibile rinascita del genere a fumetti che faceva sognare gli ormai 50-60enni negli anni in cui la comunicazione via telefono era obbligata attraverso il filo e limitata al messaggio puramente vocale e il fotoromanzo era fatto solo di strisce di fumetti.

Ora da questo ibrido fatto di immagini fisse e multimedialità, potrebbe rinascere un genere che la tv, le fiction e le telenovelas sembravano aver cancellato.

(Sabina Rinaldi)

 

 

 

LA TERZA FASE CULTURALE

 

Chi non ha mai sognato di calciare un rigore nella finale di Champions League ed esultare dopo avere segnato un goal a Gianluigi Buffon? Chi non ha mai desiderato pilotare un jet privato e sorvolare i luoghi più ambiti del globo? Ebbene questi sono solo due dei tanti desideri che hanno realizzato circa centocinquanta milioni di persone che quotidianamente utilizzano i videogiochi nel mondo.

Recentemente il New York Time ha dedicato la copertina del suo settimanale illustrato ai videogiochi partendo da una tesi di fondo: la rivoluzione dell'intrattenimento interattivo può essere paragonata all'impatto che ebbe il cinema dagli anni '30 in poi. Si parla ormai di una terza fase culturale, dopo quella orale, quella scritta ed ora quella dell'immagine. Studi recenti hanno dimostrato che videogiocare non influenza il quoziente d'intelligenza ma migliora solo la velocità di reazione.

Gli abituali appassionati di videogiochi, vanno da 5 a 44 anni ed è ormai un dato di fatto che in molte case le sfide più accese si disputano tra padri e figli; tutto ciò comporta sicuramente una complicità che via via andava scomparendo ed un ricongiungimento tragenerazioni diverse.

Ma i videogiochi non erano il passatempo preferito dagli adolescenti un po' fessi?

(Carlo Gabrieli)

 

 

 

 LIBRI, BIBLIOTECHE E AUTODAFE'

 

Da sempre, per conquistare o ferire un popolo, si è ricorsi alla guerra,ma non solo. Spesso, si è tentato, talvolta riuscendoci, di cancellare anche la stessa memoria storica e la cultura ricorrendo al saccheggio ed alla distruzione delle biblioteche. Gli esempi storici non mancano: dal saccheggio della biblioteca di Tebe nel 1358 a.c. a quella di Bagdad, neI2003. Infatti, colpendo i libri, si colpiscono le persone che li hanno scritti e letti. Così è avvenuto, come ricordato a Tebe, per mano di Akhenaton. Poi ci fu la distruzione della biblioteca ad Alessandria, nel 48 a.c., quando Cesare conquistò l'Egitto; al tempo delle crociate, o durante l'Inquisizione, soprattutto nella Spagna del XVI e XVII sec., dove venne resa tristemente celebre la parola portoghese “ autodafè ” e venne bruciato tutto il patrimonio scritto dai Maya e degli Aztechi, per giungere al periodo nazista, durante il quale, sin dal 1933, fu organizzato l'autodafè delle opere degli autori ebrei e comunisti. Tutto questo ed altro oggi si può leggere, anche se per il momento solo nelle librerie francesi, nel recente libro di Lucien Palastran, Livres en Feu dove viene ricostruita la “ storia infinita della distruzione delle biblioteche “. Quando gli uomini cominciano a bruciare i libri, prima o poi finiscono per bruciare gli uomini. 

(Francesco Zanlungo)

 

 

 

SEGNI DEL POTERE  O POTERE DEI SEGNI ?

 

Avere la capacità, i mezzi, il modo di agire e soprattutto di compiere una data azione, ciò si riconosce come significato generale del  verbo potere. Riflettendo su quali mezzi siano utili per esercitare tale facoltà dovremmo soffermarci su quello che al meglio offre conferma, sia al detentore che all’“altro”, di possederla. Difatti, se l’altro non riconosce la legittimità della detenzione ecco che il potere cessa di avere efficacia. Se non c’è e non ci fosse stato, il modo di dichiarare: “Io sono colui che ha potere”, le definizioni del verbo e sostantivo derivato sarebbero tronche. Così il simbolismo è venuto naturalmente in soccorso. Spontaneamente e non ci si deve meravigliare di questo, l’arma, in primis, si è trasformata in simbolo di potere per eccellenza.

Essa, precisamente, sottende la funzione pratica di fare la guerra ed al contempo dichiara di essere in grado di farla, magari di vincerla, pur non mettendola in atto. Il guerriero e lo sciamano divennero quindi la prima categoria di potenti della storia e vennero rappresentati e raffigurati su graffiti, sculture e bronzetti. Lame, corazze e asce divennero, conseguentemente, status symbol e per questo lasciate in dote funeraria per dichiarare, anche post morte, l’importanza del defunto. Importanza che venne testimoniata, nello scorrere dei tempi, da altre forme e segni, quali il cratere attico del pittore di Alkimatos del V sec. a.C., il Dittico di Stilione del 400 d.C.,  il busto di Marco Aurelio del II sec. d.C. .

Messaggi, questi ultimi, la cui efficacia è di gran lunga superiore ai nostri moderni spot o simbolismi di potere, in quanto hanno saputo mantenere, a distanza di secoli, la stessa informazione da trasmettere, comunicandola, così come fu pensata, anche alle genti del XXI sec. .

Se non ci fosse stato il modo di usare l’oggetto come segno sociale, oltre che come lessico individuale, sarebbe stato difficile rafforzare il concetto stesso di potenza. Cosa sarebbe una potenza senza capacità di dichiararsi tale? Nel sociale, nella comunità, i fatti non bastano ad assegnare  capacità di agire, poiché non tutti hanno la possibilità di essere testimoni dell’accaduto che sta alla basa della detenzione del potere. Si può però mostrare a tutti ed in ogni momento, la propria potenza attraverso il segno-simbolo di quel particolare evento.

Oggi, forse, il segno manca di rappresentare i motivi di potere, o si ricorre ad esso per testimoniare una potenza in concreto nulla, ma è ancora qui, fortemente presente, ad urlare sottovoce chi ha potere e chi dobbiamo pensare che lo abbia. Si, dobbiamo, perché paradossalmente il segno, la rappresentazione, il messaggio, si manifesta come imperativo, mentre il verbo, potere, nemmeno nella sua declinazione contempla tale tempo.

(Elena Bigongiari)

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